Piccola lezione di giornalismo (che nessuno segue più)

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Ecco. Già quasi un secolo fa ci si poneva la questione di come si dovesse informare sugli accadimenti in maniera corretta ovvero priva di qualsivoglia speculazione d’alcun genere. E che chi debba informare – scrivendone, o in altro modo – si chiamasse allora Hemingway o si chiami oggi Pinco Pallino non cambia assolutamente i termini della questione – anzi, in qualche modo ne acuisce il valore.

Purtroppo, nel frattempo, non è cambiato il senso della professione (e dell’etica) giornalistica, semmai – semplicemente e drammaticamente – quel senso è stato gettato al vento dalle stesse redazioni dei media e dai loro responsabili, i quali hanno deciso ormai da parecchio tempo a questa parte – almeno dalle nostre – che di giornalisti veri non c’è più bisogno, certamente non per i titoloni delle prime pagine o per i primi servizi in onda nei TG. Quei pochi rimasti appaiono sempre più come esemplari (indifesi e perseguitati) d’una razza in via di prossima estinzione. I tempi ai quali fa riferimento l’immagine in testa all’articolo sono ben più lontani culturalmente che cronologicamente, insomma.

I risultati di queste nuove “strategie redazionali” le abbiamo tutti sotto gli occhi, giorno dopo giorno. In questa nostra era contemporanea (o postmoderna, se preferite) di paradossi e ribaltamenti d’ogni genere, anche i media fanno la loro bella parte, trasformandosi da educatori alla verità e alla conoscenza in sostenitori – quando non sorgenti primarie – della disinformazione e dell’analfabetismo funzionale. Ma è una parte della quale dovranno rispondere, prima o poi.

Autodistruzione

post-apocalyptic

La modifica di Horkheimer e Adorno rispetto al modello weberiano del “disincantamento del mondo” riguarda il trapasso dalla storia universale alla filosofia della storia attraverso l’assoggettamento a quella dialettica di illuminismo e mito, razionalità e follia, progresso e regresso, liberazione e autoasservimento che impronta la storia della civiltà occidentale sin dai suoi inizi. Le prime notizie sull’Olocausto e il pericolo, allora percepito come estremamente reale, di un fascismo mondiale indussero i due autori a diagnosticare una incessante autodistruzione dell’illuminismo. La dinamica di tale processo autodistruttivo va cercata nella struttura dell’illuminismo stesso e del suo principio dominante: “Non solo idealmente, ma anche praticamente la tendenza all’autodistruzione appartiene fin dall’inizio alla razionalità, e non solo alla fase in cui essa emerge in tutta la sua evidenza” (p. 9). Il trapasso immanente dell’illuminismo in una nuova mitologia, il ritorno del primitivo e della barbarie nella società industriale progredita e il rovesciamento della democrazia borghese-illuminata in un dominio totalitario non sono quindi una mera contingenza storica, ma un processo necessario e ineluttabile sinché la storia segue il principio cui si è ispirata sinora: “Ogni tentativo di spezzare la costrizione naturale spezzando la natura cade tanto più profondamente nella coazione naturale. È questo il corso della civiltà europea” (p. 21).

Brano tratto dalla Enciclopedia delle Scienze Sociali Treccani, voce “Razionalizzazione”. Le tesi di Max Horkheimer e Theodor Adorno in esso disquisite vengono dall’opera Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente, Amsterdam 1947 (tr. it.: Dialettica dell’illuminismo, Torino 1966). Il “modello weberiano” è ovviamente quello postulato da Max Weber.

I riferimenti agli avvenimenti che stanno caratterizzando la storia del mondo negli ultimi tempi è – altrettanto ovviamente – inevitabile, per come la storia contemporanea sembra divenire sempre più la materializzazione del senso precipuo delle tesi di Horkheimer e Adorno. Un senso, sia chiaro, non banalmente contro qualcuno, semmai riguardo (e contro) qualcosa con il quale concordo da molto tempo, dacché mi pare evidente che la tendenza della (presunta) civiltà umana – nel suo complesso, senza distinzioni di sorta – all’autodistruzione o, in altri termini, a un’ineluttabile implosione di natura principalmente socio-antropologica – oltre che culturale, morale, etica, ovviamente politica nonché d’altri generi assai meno immateriali – sia innegabile. Esattamente come hanno previsto, peraltro, numerose opere letterarie distopiche novecentesche con una perspicacia che, col tempo, sta diventando sempre più impressionante e sempre meno inopinata.

 

Il futuro è femmina!

13686548_10207031217560663_8614862326173843711_nIl futuro è femmina, già.
Per quanti mi riguarda è più di un augurio, quello in evidenza nella suggestiva immagine lì sopra: è una necessità.
Lo è – è banale rimarcarlo tanto quanto inevitabile – perché la storia della civiltà umana ha visto le sue pagine più fosche scritte sempre, con rarissime eccezioni, da uomini, ovvero determinate da atteggiamenti mentali maschili – ovvero maschiocentrici, sotto altri punti di vista.
È altrettanto banale e inevitabile affermare che lo sia, una necessità, pur solo per naturalissime ragioni di equilibrio antropologico. Qualcosa di più profondo, o meno superficiale, delle ormai da tempo in voga “quote rosa” che allo scrivente sembrano tanto un’ennesima amara sconfitta per le donne travestita da conquista comunque magnanimamente concessa dagli uomini. Semmai la riaffermazione, o la messa in atto finalmente effettiva e concreta, di una condizione naturale che, in ogni modo tale non sia, rappresenta una autentica irrazionalità nonché un pesante atto d’accusa verso il genere maschile, che per secoli ha negato alle donne la vita e l’esistenza – con tutti i diritti e doveri del caso – riservata a ogni essere umano, e non solo a una parte. E perché lo ha fatto? Per virtù riservata al sesso forte? No, più probabile il contrario: per malignità tipica di chi è invece più debole e non lo vuole ammettere.
In verità non esiste sesso forte né debole, e non esiste “uomo” o “donna” in ciò che va fatto a favore del bene individuale e collettivo: esistono – appunto – esseri umani più o meno capaci di conseguire in tal senso risultati fruttuosi per chiunque. Tuttavia, ribadisco, la storia ci può appurare in maniera indubitabile – purtroppo per noi maschi – che di danni gli uomini ne abbiano fatti a sufficienza, e che è giunta finalmente l’ora di capire se le donne possano fare peggio oppure – come io credo, almeno in molte situazioni – meglio di loro.
Una cosa però chiedo alle donne che mi auguro guidino, già dal presente, il futuro dell’umanità: di non ripetere quell’errore tremendo sovente fatto da tante di esse che abbiano saputo conseguire posizioni di comando, qualsiasi esse siano. Vi prego, non scimmiottate gli uomini, siate voi stesse! Non dovete arrivare in quelle posizioni di potere imitando ciò che farebbero gli uomini per ottenere gli stessi risultati, dovete arrivarci come donne vere, pensando e agendo da donne, non da “donne brave come uomini”: donne brave, bravissime in quanto donne, punto.
Temo sia provocato, quell’errore, da una sorta di effetto collaterale derivante dalla secolare riduzione della donna ad un livello – di comando, di prestigio, di valore intellettuale, di capacità pratica, eccetera – sempre inferiore e quasi sempre subordinato rispetto a quello degli uomini, il quale “effetto collaterale” si sia annidato nelle donne come una sorta di pericoloso virus o, se preferite, una specie di sindrome di Stoccolma di natura antropologica. Il che le porta, appunto, a dover diventare brave, o più brave, degli uomini, quando invece dovrebbero – devono essere brave per sé stesse. Le soggioga al solito, inesorabile, inamovibile riferimento, dal quale faticano a staccarsi e liberarsi.
Invece solo col mondo nelle mani – ovvero nelle mani molto più di come è stato finora – di donne vere, donne “donne” al 100% emancipate da qualsivoglia pur minimo e ipotizzabile paragone col mondo maschile, potremo tutti quanti godere delle loro virtù, del talento, delle capacità e della loro facoltà di migliorare – e molto, ribadisco questa mia convinzione – il mondo stesso. E in qualsiasi eventuale modo noi uomini cercheremo di frenare questa grande rivoluzione, non sarà che l’ennesima prova della nostra grande debolezza. Dunque non ci conviene fare ulteriori brutte figure, anzi: visto quante ne abbiamo combinate finora, ci conviene non poco metterci da una parte e lasciare spazio, alle donne, affiancandole al fine di fornir loro tutto l’aiuto necessario. Non solo perché glielo dobbiamo, dopo così tanti secoli, ma perché lo dobbiamo al mondo intero e al suo futuro. Che è femmina, ma è pure il futuro di tutti noi.

Se l’editoria nazionale è nelle mani di personaggi infantili e sboroni…

Salone-Torino-MilanoNo, dai… fino a che livello di ridicolaggine vogliamo arrivare?
Sì, insomma, intendo dire… la questione “Salone del Libro a Torino o a Milano”. È da pochi giorni che s’è scatenata e già è roba da restare basiti. Letteralmente basiti.
Lo anticipavo giusto nel mio precedente articolo su Cultora e qui sul blog (ma articolando la riflessione in modo – diciamo – più diplomatico e analitico) cosa mi pareva stesse uscendo da questa improvvisa querelle. Solo che al solito, la realtà dei fatti ha superato rapidamente ogni speculazione e, intendo dire, verso il basso: il tutto sta già assumendo contorni ridicoli, se non proprio grotteschi ovvero assai irritanti.
Che l’editoria non fosse ormai più, e da parecchio tempo, un’eccellenza nazionale, sotto diversi punti di vista (o sotto tutti i punti di vista?) lo avevamo capito. Ma qui siamo veramente caduti nei consueti e inguaribili vizi italioti, siamo ai soliti campaniletti che si fanno credere possenti ma sono in realtà fatti di inconsistente argilla i quali ombreggiano altrettanto soliti orticelli che ci dicono grandi e rigogliosi e invece sono piccoli, piccolissimi, e assai poveri di buone colture. In essi ormai non si odono che voci boriose, sbraiti sguaiati, capricci infantili, piagnistei, accuse e contro accuse e (scusate) gli “io-ce-l’ho-più-grosso-di-te” (ehm… lo spazio per allestire il Salone, diciamo…) con i contrapposti “no-io-di-più” eccetera, eccetera, eccetera. Dietro a tutto ciò, non è difficile immaginare chissà quali giochi di potere più o meno politici, accordi sottobanco, tornaconti più o meno leciti, lotte intestine per poltrone e scranni vari e quant’altro di – appunto – così tipico, così solito, così tradizionale nelle cose istituzionali (o similmente tali) di questo nostro paese.
Sia chiaro: non sto affatto difendendo Torino ovvero propugnando Milano o viceversa. Anzi, tutt’altro. Semmai, molto più semplicemente ma pure più concretamente, mi faccio domande del tipo: beh, signori voi tutti, ma dove vogliamo andare? Quanto ancora più di adesso volete affossare (e chissà che non sia la botta definitiva) il mercato dei libri in Italia? Perché è lampante fin d’ora, la sorte: di questo passo tale manfrina sabaudo-meneghina, con tutto ciò che vi sta dietro, finirà per danneggiare una volta di più il libro e la lettura, nel nostro paese: un paese nel quale si è reso palese che un Salone del Libro è fin troppo (che sia per colpe sue – e ce ne sono a iosa – o per l’ormai appurata scarsa propensione dell’italiano medio verso la lettura – adeguatamente coltivata da una strategia istituzionale mirata ed efficiente), figuriamoci dunque due, che per di più si da(ra)nno battaglia togliendosi reciprocamente quel poco di aria che potrebbero respirare per sopravvivere!
No, mi spiace: il mondo del libro e della lettura, in Italia, messo com’è nelle mani di siffatti personaggi tanto infantili e sboroni ai quali mi pare evidente che della letteratura – quella vera, quella che fa autentica cultura – interessa sempre meno, non può andare da nessuna parte. Ergo rassegniamoci a contare gli anni, augurandoci non siano mesi, che mancano al suo funerale, oppure si cambi completamente rotta – e nuovamente, nel mio precedente articolo, qualche indicazione a mio parere buona l’ho data, ovviamente senza alcuna pretesa di ragione. Ma con la speranza che per i libri e la lettura, in Italia, un futuro migliore sia ancora possibile.
Che la speranza è l’ultima a morire, si dice, no? – dunque almeno questa, lasciatecela.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

“Le” Parole – 10, FOBÌA

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

fobiaE’ una vita costruita sempre più sulla base della fobìa, la nostra contemporanea, ovvero di innumerevoli paure, timori, apprensioni, terrori, allarmi – alle cui peculiarità viene ridotto tutto ciò che non è “ordinario”. Una società che impone di perseguire fini di sicurezza e di autostima pressoché assoluti – almeno tanto quanto esteriori e superficiali – di contro ha ormai da tempo attivato un meccanismo di produzione di fobìe sfrenato e inarrestabile, il quale non solo annienta rapidamente qualsiasi certezza (rendendola, ove si manifesti, parecchio ridicola) ma pure indebolisce tremendamente la società e la sua consapevolezza culturale. Ci rende simili a bambini spauriti i quali, per la paura dell’uomo nero che ci dicono sia nascosto dell’angolo più buio sella stanza, ci obbliga a ripararci sotto le coperte piuttosto che fare il gesto più semplice e logico: accendere la luce.
Ma, forse, sarebbe meglio dire ci rendono simili: perché – lo dice la definizione stessa – le fobìe obbligano a determinati comportamenti, sovente di irragionevole fuga o nascondimento dalla paura suscitata, dacché non possono essere dominate. Se non da chi le genera e le diffonde ad hoc, dominando poi di conseguenza chi ne prova il timore, naturalmente.