Nella società delle apparenze non c’è posto per il libro (Leo Longanesi dixit)

Il bene, il bello, il giusto sono termini di perfezione, miti, aspirazioni destinati a cedere il passo alla nuova dea, la notorietà. Ora si tratta soltanto di farsi un nome, di uscire dal buio delle masse con qualsiasi mezzo. La pubblicità avanza implacabile con l’aiuto della tecnica, del proletariato e del capitalismo. E’ naturale che al libro, in questo nuovo mondo, tocchi un posto nell’ultima fila.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.104)

Leo Longanesi: la fabbrica del dissensoInsomma, l’immagine è tutto. Anche Longanesi, più di mezzo secolo fa, lo aveva capito, e aveva capito che, in una società votata all’apparire più che all’essere, qualcosa come un buon libro che è e non può essere apparenza, avrebbe avuto vita grama. Così infatti sta accadendo, se non che, paradossalmente ovvero grazie ad una editoria paradossale, certi “libri” hanno scelto di apparire come tali, più che esserlo. E basta vedere le classifiche di vendita o le paginone promozionali sui quotidiani per capire quali siano – ma non credo che ciò nemmeno serva per capirlo, giusto?

P.S.: cliccate sull’immagine di Longanesi per leggere la mia recensione al testo da cui è tratta la citazione.

Stampubblica, Mondazzoli e gli altri, ovvero: se in democrazia la cultura e l’informazione diventano oligarchiche

oligarchiaE così, dopo che nell’editoria è stata varata la corazzata Mondazzoli la quale, nonostante lo scoglio dell’Antitrust piazzatosi (com’era ampiamente prevedibile) sulla sua rotta solo qualche giorno fa, controlla buona parte del mercato editoriale italiano, ecco che ora s’è varata un’altra corazzata navigante invece nel mare dell’informazione, la Stampubblica, che controlla un quarto del relativo settore primario (quella dei giornali) oltre a numerosi altri media, come ha ben evidenziato Francesco Giubilei in questo editoriale su Cultora. C’è poi quell’altra grande nave da battaglia in circolazione nelle acque radiotelevisive, la Fininvest, e così via.
Insomma, si direbbe che negli ambiti della cultura e dell’informazione si sia ormai imposta una ben determinata rotta, appunto, che col tempo viene seguita da navi sempre meno numerose in quantità e sempre più grosse nella stazza. Due ambiti, quelli citati, che è inutile rimarcare quanto siano fondamentali per qualsiasi paese la cui società si voglia definire – nel presente e ancor più nel futuro – avanzata ed emancipata in senso democratico. Ecco, proprio tale evidenza, l’importanza della cultura e dell’informazione quali elementi alla base di un’autentica democrazia, mi hanno fatto riflettere su ciò che invece sta succedendo in Italia (e non solo, sia chiaro) al riguardo: una sostanziale concentrazione, sempre più limitata, del controllo degli ambiti suddetti da parte di pochi, ovvero una situazione di supremazia oligarchica sui principali strumenti di diffusione della conoscenza intellettuale (i libri) e dell’informazione (giornali e TV) verso la quale pare che poco o nulla possa opporsi – la politica in primis, che piuttosto appare compiaciuta di queste concentrazioni tanto da sembrarne complice fin dal dimenticarsi che sovente (eufemismo) le stesse violino le leggi sul conflitto di interessi, tra le norme giuridiche più ignorate dalle nostre parti, inutile dirlo.
Sarà che è il mercato che lo impone, che il neoliberismo economico consente tali accentramenti, che da sempre il pesce piccolo è mangiato da quello più grosso o che due pesci entrambi grossi, non potendosi sopraffare a vicenda, si alleano per generarne uno ancora più grosso, fatto sta che a me tale situazione pare sonoramente stridere in tutta la sua imponente paradossalità. Ciò per un semplicissimo motivo: la cultura diffusa, che rappresenta un elemento fondamentale della democrazia – e di essa la buona informazione è una delle più virtuose cause-effetto –, per sua natura non può contemplare la rinuncia a una delle sue peculiarità vitali, ovvero il pluralismo delle fonti, che è sinonimo ineluttabile di libertà delle fonti stesse, in senso intellettuale ed espressivo oltre che filosofico, politico e sociale (tutti elementi strettamente legati tra di essi).
Sia che si intenda il termine cultura nell’accezione primaria, cioè “l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”, sia, in senso più antropologico, come “l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale” (definizioni tratte dal vocabolario Treccani), è inevitabile ritenere che la formazione culturale di una comunità sociale di natura democratica così come la stessa diffusione in essa della cognizione culturale – la quale si intende ovviamente di livello il più alto e approfondito possibile – non ammette alcun dominio oligarchico, con tutti i potenziali pericoli che da esso possono generarsi e diffondersi, checché poi siano gli stessi “oligarchi” a dichiarare pubblicamente che i loro sottoposti saranno sempre e comunque liberi di diffondere ciò che vogliono: cosa ampiamente smentita dalla storia, quella recente in particolare. Il tanto spesso (giustamente) demonizzato pensiero unico, inteso non solo in senso ideologico-culturale ma anche come “il concetto del primato dell’economia sulla politica” (nella definizione originaria di Ignacio Ramonet) e calato dall’alto come forma di (non)cultura imposta, nasce proprio in situazioni di pluralità culturale non garantita ovvero avversata. La nostra stessa identità sociale è nata e si è arricchita grazie a innumerevoli stratificazioni storiche, cognitive, intellettuali, filosofiche, politiche, le quali sono il compendio di un pluralismo e di una complessità culturale che, peraltro, ha rappresentato le fondamenta principali per la nostra civiltà, e la cui mancanza, o anche solo l’indebolimento, inesorabilmente porta ad un altrettanto indebolimento ovvero al deperimento della nostra identità ci individui, cittadini e membri della società civile.
É un paradosso, lo ribadisco, che una società democratica permetta alla cultura e all’informazione di non essere virtualmente democratiche, e non dal mero punto di vista giuridico – che conta ma è conseguente al resto – quanto rispetto al concetto stesso di democrazia e ai suoi principi naturali.
Ma non voglio ora rendere questa dissertazione troppo teoretica (e barbosa, probabilmente) e non voglio spingerla oltre, verso ulteriori questioni correlate che chiamano in causa altri elementi, ad esempio la conformazione economica della società in cui viviamo con tutti gli annessi e connessi, la situazione politica del momento, i tornaconti particolari degli attori in gioco eccetera. Così come non voglio demonizzare tout court niente e nessuno: piuttosto, i “demoni” nascono da soli nei casi in cui non si rifletta in modo attento e approfondito su tali questioni prima che ulteriori loro sviluppi le portino oltre i limiti democratici, appunto. In effetti i demoni sono creature orride, spaventose: mostri, ecco, proprio come quelli che genera il sonno della ragione. E in questi casi, mi viene da temere, il controllo superiore e la limitazione della cultura e dell’informazione è da sempre uno dei più efficaci sonniferi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

8 marzo. Forse.

(L'immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)
(L’immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)

Come ribadisco sempre, in queste occasioni (qui, ad esempio, con attinenza tematica), non credo alle varie e numerose giornate di celebrazione una tantum annuali: le capisco e accetto, ma in certi casi le trovo persino controproducenti per ciò che vorrebbero celebrare e mettere in evidenza: di frequente, infatti, rappresentano ottime occasioni per fare in modo che di certe tematiche si parli solo in quel giorno e non per il resto dell’anno, concentrandone (quando non “caotizzandone”) il dibattito al fine di esaurirlo rapidamente e depauperarne il senso.
Posto ciò, purtroppo ancora oggi (e siamo nell’anno di grazia (?) 2016, ma a volte non sembra proprio così!) il maschiocentrismo imperante – che spesso involve in bieco fallocentrismo – rende troppe volte problematica la vita delle donne, in innumerevoli aspetti della vita quotidiana ma pure – cosa peggiore – nel senso stesso identitario, antropologico e culturale dell’essere donna. Una realtà assurda eppure ben presente nel mondo contemporaneo, spesso mascherata e camuffata in diverse e subdole forme ma in fondo realmente invisibile e incomprensibile solo a chi non la voglia vedere e capire – per propria malevolenza, ovviamente.
Per tale motivo, ad accompagnare queste mie riflessioni e come personale omaggio non tanto alla celebrazione odierna ma alle sue ineludibili protagoniste (al di là di qualsivoglia dibattimento più o meno politico, e poco o tanto pertinente), quest’anno ho scelto una fotografia che ritrae delle donne del futuro, già. Vorrei così auspicare che quand’esse saranno appunto ormai adulte, tra qualche lustro o poco più (o magari – l’utopia non costa nulla – già da domani mattina, eh!), non vi sarà più bisogno di celebrare “politicamente” ovvero con l’accezione odierna alcun “8 marzo” e, dunque, la nostra “civiltà” avrà saputo finalmente eliminare qualsiasi discriminazione nei confronti delle donne e dei loro diritti. Viceversa, se non sarà così, sono certo che l’intera nostra civiltà ne subirà le drammatiche conseguenze, in primis perdendo qualsiasi diritto di potersi definire in quel modo, “civiltà”, tanto boriosamente decantato quanto ripetutamente disatteso.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, l’11a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 7 marzo duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #11 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “Trivellare o non trivellare, questo è il (bel) problema!” Una puntata che sta sul pezzo, come si dice in gergo industrial-giornalistico, ove il “pezzo” è la questione del prossimo referendum sulle concessioni petrolifere nei mari italiani e, in generale, sull’opportunità di cercare o meno, oggi, il petrolio sul territorio nazionale. Al di là dei titoloni e delle notizie spesso superficiali dei media, delle polemiche politiche e degli arroccamenti di parte, in questa puntata RADIO THULE cercherà di fornirvi il maggior numero possibile di dati obiettivi in modo da comprendere meglio la questione e poter formulare al riguardo una propria libera e consapevole opinione personale.

(Cliccate sulla mappa per un formato più grande e leggibile.)
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Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…

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Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.