La libertà di (Radio) Alice

virgoletteUna delle prime cose che mi è venuta in mente, quando ho deciso di raccontare la storia e l’esperienza di Radio Alice, è stata la definizione di libertà. Un termine oggi usato, abusato e sovente seviziato nelle sue accezioni originarie, compresso per essere infilato in ogni cosa ovvero tirato come un elastico che si ritenga (a torto) oltre modo resistente a qualsiasi sollecitazione. Una parola ben presente nella bocca di chiunque, insomma, di sicuro ben di più in essa che nella testa e nell’animo, il cui reale significato, in senso filosofico così come in quello più direttamente contestualizzato alla realtà contemporanea, temo e credo sia sottovalutato, se non ignorato, dai più.
Libertà è una parola, un concetto assolutamente presente e oltre modo importante nella storia di Radio Alice, nel bene e nel male. Fu una delle prime radio libere d’Italia, così come si definirono quelle emittenti radiofoniche nate grazie alla sentenza N°225 della Corte Costituzionale, emessa nel 1974, che “liberò” – per restare in tema –, il campo dell’informazione e delle comunicazioni via etere dal monopolio della RAI. Radio che si definirono libere (poi denominate anche radio private, ulteriore distinzione rispetto al servizio pubblico gestito dalla RAI) anche per la capacità che dimostrarono fin da subito nel rivoluzionare il modo di comunicare e di veicolare informazioni e musica, oltre che di trasformare radicalmente il rapporto tra emittente e ascoltatori – in ciò proprio Radio Alice fu particolarmente innovativa, come vedremo.
Grazie a queste radio, la cui banda FM sovente non andava oltre il quartiere dal quale trasmettevano, l’universo giovanile dell’epoca si sentì finalmente libero di comunicare come mai prima aveva potuto fare, se non attraverso modi rudimentali e assai meno immediati – stampati di vario genere, periodici autoprodotti, adunanze pubbliche, eccetera. Non solo, tale acquisita libertà di comunicazione implicò anche la liberazione di irrefrenabili energie creative, un’autentica fucina di idee e di invenzioni comunicative che, appunto, contribuirono a rivoluzionare in modo profondo la radiofonia nazionale. (…)
(Pagg.13-14.)

alice-libro-foto

Luca Rota
Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre.
Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2016
ISBN 9788867932214
Pag.100, € 10,00

In tutte le librerie e sul web

Cliccate sull’immagine per avere ogni altra informazione utile sul libro.

Merda

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e presto potrete saperne di più…

N.B.: ogni riferimento a fatti, cose e persone inerenti la situazione dell’Italia contemporanea è puramente… beh, fate voi.

nella-merdaMerda

Non si capì perché tutto cominciò, perché, tutto ad un tratto, senza nulla che lo facesse presagire, come se il terreno fosse una pelle ricolma di pori che emettesse sudore nell’afa canicolare dell’Estate, all’improvviso dalla Terra cominciò ad effluire merda – sì, niente di più e niente di meno, copiosamente, fluidamente, in tutta la propria disgustosa essenza materiale e odorosa. Sulla questione col tempo vi si scervellarono in molti: autorevoli luminari di scienze varie, eminenze politiche, editorialisti di prestigiosi media, finanche opinionisti d’oscura carriera; innumerevoli ipotesi vennero formulate, e parimenti innumerevoli soluzioni, ma se tutte queste accreditate parole fluivano con notevole facilità, ancor più facilmente – e cospicuamente – continuava l’emanazione della rivoltante sostanza dal terreno, ovunque. Soltanto l’intensità variava: se certe zone – intere città, zone industriali, aree turistiche, ma il fenomeno non era categorizzabile per luoghi – ne erano state già del tutto sommerse, in altre dello strato escrementizio se ne quantificava meno, anche solo qualche decimetro.
La situazione peggiorava ora dopo ora. Forse anche per l’immediatezza e la rapidità del fenomeno, per la sua apparente illogicità, e per lo stupore e la tensione che provocava in chiunque, le discussioni in merito si allargavano sempre più senza tuttavia giungere a nulla di concreto, arrotandosi su sé stesse, innescando i soliti alterchi tra i sostenitori di opinioni opposte, come se si potesse pensare, per assurdo, che fosse proprio lo sproloquio più ampio possibile la migliore soluzione al letale problema.
Pochi ritennero invece di agire in altro modo e, almeno per il momento, conclusero che l’unica difesa fosse l’elevarsi sopra il liquame spaventosamente puzzolente, fare in modo di starsene al di fuori, insomma, e più in alto possibile da esso: soluzione banale forse, ma più efficace di ogni altra cosa ipotizzata e soprattutto di quella incredibile opinione che si stava diffondendo sempre più tra la gente, peraltro sostenuta dai soliti organi di informazione rassicurante – per missione conferita -, gente la quale si sentiva dichiarare con crescente, bizzarra disinvoltura: “Oh, la cosa peggiore di tutto ciò è la puzza, ma ormai la si sente già meno, ci si sta abituando velocemente… Anzi!”

Benvenuti nell’era della “non verità”!

pinocchio-giornale

Qual è il filo conduttore che lega tra loro Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: post truth. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di “postverità”, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità?
Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna è riduttivo, anche perché la bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Semmai, in questo caso siamo di fronte a qualcosa di diverso: perché la postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza.
(…)
L’uso politico della postverità sancisce così un predominio della soggettività sul dato oggettivo. Il suo affermarsi come uno degli ordini del discorso contemporaneo – forse l’ordine del discorso per eccellenza dell’epoca che stiamo vivendo – apre a un ulteriore oltrepassamento; quello dei fatti, appunto. All’epoca della postverità fa insomma da corollario una società post-fattuale, in cui le tradizionali istituzioni deputate all’accertamento della verità perdono progressivamente ogni autorità e sono costrette a rinegoziarla su un piano che appare oggi completamente mutato.
(…)
La nozione di verità basata su fatti osservabili e testimoniabili ha caratterizzato la nostra società da allora più o meno fino alla metà del ventesimo secolo, quando il postmodernismo da una parte e il fondamentalismo dall’altra hanno cominciato a metterla in discussione. Il primo lo ha fatto diciamo così “da sinistra”, decostruendo i rapporti di potere che soggiacevano all’idea di verità per mostrare come questa fosse una nozione culturalmente costruita da cui derivavano una serie di conseguenze in termini di dominio, sfruttamento e normalizzazione dei rapporti e delle forme di vita. Il secondo lo ha fatto “da destra”, reintroducendo nel concetto di verità la variabile divina, all’esterno della quale non si dà alcuna verità. Se le origini del superamento dei fatti come base per la verità vanno ricercate in queste due correnti di pensiero, l’evento scatenante che apre a una società post-fattuale è tuttavia l’avvenuta transizione digitale della nostra cultura. Come nota Katharine Viner in un saggio pubblicato sul Guardian lo scorso luglio, la tecnologia ha disintermediato la verità. Ovverosia l’ha fatta deragliare dai binari in cui eravamo abituati a collocarla, per farle assumere una fisionomia del tutto nuova e, forse, oggi non ancora chiaramente definita.

Sono alcuni passaggi di un articolo a firma di Flavio Pintarelli, uscito su Prismo lo scorso 3 ottobre, che ho trovato tra i migliori in tema di crescente trionfo (dacché tale parrebbe, al momento) della post verità – che io trovo ancor più significativo chiamare non verità – nel prismo_logonostro tempo attuale; articolo che vi invito caldamente a leggere, qui.
È un trionfo – intendiamoci: spero vivamente che non lo sia, uso il termine solo con (inevitabile) senso drammatizzante – che di fatto mette in difficoltà anche il razionalismo quale elemento fondativo e insostituibile di una società/civiltà autenticamente avanzata e libera. Se quasi un secolo e mezzo fa Nietzsche osservava (in Umano, troppo Umano, 1878-1879) che «La fede nella verità comincia col dubbio in quelle “verità” finora credute» – aforisma a mio parere semplicemente fondamentale per qualsiasi intelletto attivo -, oggi stiamo giungendo ad un punto opposto, ovvero alla negazione di qualsiasi dubbio in presenza di (presunte) verità pur prive di fondamento – anzi, soprattutto per esse più che per altre. Una condizione non tanto ir-razionale quanto più anti-razionale. Il che, inutile rimarcarlo, nella ipertecnologica era dell’informazione totale rappresenta un vero e proprio paradosso, che rischia di rendere altrettanto paradossale dunque incredibile – nel senso proprio di non credibile – persino la più nuda e cruda realtà. Condizione che non può che avere effetti devastanti – alcuni dei quali stiamo già vivendo, in fondo; ma torniamo di nuovo all’evidente sincronismo con certa letteratura distopica novecentesca e con i suoi fantasticati mondi sociali nei quali la verità delle cose, e la conseguente realtà dei fatti creduta dai più, sono elementi decisi a tavolino da un potere superiore, totalmente svincolate da qualsiasi riscontro oggettivo e verificabile. Ma lo si dice spesso che la fantasia, anche quella più sfrenata, viene spesso superata dalla realtà ordinaria, no?

Cultura e politica – Cultura È politica

14494119_mlPiù passa il tempo e più qualsiasi azione di matrice culturale diventa – e deve diventare – anche un’azione politica, mentre qualsiasi azione di matrice politica diventa sempre meno un’azione culturale.
È forse (anche) per tale motivo se la politica appare sempre più ostile alla cultura.

Sul referendum…

…No, beh, solo per cercare di capire – che qui, con tutto ‘sto cacofonico canciare sul referendum, è un caos assoluto.
Dunque: se vince il cambia la costituzione, se vince il NO non cambia nulla ma i senatori cambiano sesso. No, un attimo: forse è che se vince il  cambia tutto per non cambiare nulla e se vince il NO non cambia nulla ma torna il nucleare…  Ma dunque è col o col NO che il Senato non viene abolito ma le unioni di fatto sì? O forse succede che se vince il anche la caccia viene abolita? E se di contro vince il NO, viene abolito tutto e vince la Clinton? O Trump? E il CNEL viene abolito perché nessuno sa cosa sia, o viene mantenuto perché nessuno sappia cosa sia? Oppure col il Black Friday viene esteso a tutto l’anno ma non nelle Regioni a statuto speciale, mentre l’elezione al Senato diventa tipo X Factor? E il Presidente della Repubblica è col NO che diventa Bruno Vespa? Ma i NO TAV poi, votano ? E allora SI che vota NO? Per non dire dei tanti automobilisti di SIena e NOvara: che faranno? Cambieranno domicilio? E i vaccini, l’ISIS, le scie chimiche, Putin, i vegani, gli UFO, Belen? SÌ o NO?

donkey1050x700P.S.: NO, questo non è un post politico. O ?