…E tutto il resto è “letteratura”!

Quando vinsi il premio Viareggio nel 1959, la Rai ha trasmesso alcuni miei versi. Sorpresa degli scolari, già colpiti dall’intervista di un quarto d’ora alla Tv, dove sono state lette alcune poesie mie, da me commentate, tratte da “Il seme del piangere”. Potenza della radio e della Tv!, esclamo ironicamente. Ma ho subito smontato i miei piccoli… ammiratori. “Sono il vostro maestro, e voletemi bene come tale. Il resto è letteratura”.

(Giorgio Caproni citato da Vincenzo Cerami su La Repubblica nel 2000, a sua volta citato da Antonello Tolve, Giorgio Caproni maestro “per caso”, su Artribune nr.42, marzo-aprile 2018.)

Rido per legittima difesa

Io rido per legittima difesa.

Sì: parafrasando quella celebre battuta di – o attribuita a – Woody Allen (“Leggo per legittima difesa”), dico che qui, se non si sa ridere, si finisce male. Anche le cose più seriose e impegnate alla fine le metto sempre – almeno un poco – sul ridere: perché da sempre diffido congenitamente delle persone che si prendono troppo sul serio (e lo ribadisco), e perché non c’è nulla come lo humor, l’ironia e il riso per rimettere in equilibrio ogni cosa, smussare eventuali spigoli e temprare lo spirito contro ogni possibile gravità e, ancor più, contro qualsiasi malignità, che puntualmente una risata seppellirà.

Eppoi, appunto, ridere è la migliore e più legittima difesa contro le tante, troppe dissennatezze del mondo di oggi, verso le quali non c’è molto altro da fare: o ci si “adegua”, diventando dissennati di conseguenza, o si fugge il più possibile lontano – ma il mondo forse è un posto fin troppo piccolo, in questo caso – oppure ci si ride sopra. Una difesa legittima che, a ben vedere (il  mondo suddetto), è al contempo un attacco, ovvero un’offensiva, assolutamente lecita e giustificata. Nonché assai appagante, pure: lo dico sempre, io, che non l’ottimismo ma l’ironia (se non il sarcasmo) è il sale della vita!

I poeti veri

(Thomas Hart Benton, “The Poet”, 1939.)

Qualche giorno fa discutevo con un conoscente di massimi sistemi – ovvero del più e del meno – e costui d’un tratto, dopo una cosa che ho detto e che voleva essere soltanto una cosa detta come tante altre, se n’è uscito facendomi: «Sì, ma tu sei un poeta!»

Eh?!
Poeta, io?

Solo perché ho scritto e pubblicato qualcosa di identificabile (spero) come “poesia”?

No, ehi, un attimo, fermi tutti, stop, alt, time out!
Io credo che un poeta sia ben altra cosa.

Credo che poeta sia colui che con una sola parola sappia smuovere intere montagne, innalzarle verso il cielo oppure sgretolarle in un attimo.
Colui che sa provocare un maremoto in mezzo al deserto, che fa risplendere il Sole di notte e baluginare la Luna in pieno giorno.
Colui che rende ogni sillaba una nota musicale, sia essa d’una celestiale, leggiadra sonata classica o d’un energico e violentissimo rock ma, in ogni caso, che fa dell’animo la sua vibrante cassa di risonanza.
Poeta è colui che ti prende per mano e t’accompagna lungo un sentiero di campagna in una sera primaverile, o che ti sbatte rudemente con le spalle contro un muro e ti inchioda ad esso impedendoti di fuggire e tanto meno di muoverti.
È colui che con una parola ti commuove e con quella dopo ti fa incazzare, che ti manda al settimo cielo oppure ti provoca il più folle dolore, che ti fa volare sopra il mondo e le sue cose terrene o che ti pone sull’orlo di un abisso strattonandoti per farti cadere oltre.
È colui che con pochi versi sa capovolgere il mondo, farti camminare sulla volta celeste, giocare a biglie con le stelle, metterti sul palmo della mano il più vasto orizzonte, sconfiggere i mostri più terrificanti oppure renderli docili e sottometterli al tuo controllo, farti vedere ciò che per chiunque altro è invisibile e capire quanto altrimenti sarà sempre incomprensibile.
È come un riparo durante un fortunale, come l’ultima scialuppa di salvataggio d’una nave che sta affondando, come un’oasi con acqua freschissima in mezzo al deserto o come un antro tanto misterioso e inquietante che ti spaventa ma t’attira dentro inesorabilmente.

Già, il poeta maneggia un’arma potentissima la quale, con pochi colpi ben mirati, può ripulire il mondo da tante sue brutture, come il plotone d’esecuzione più efficace, virtuoso e filantropo che si possa immaginare. Un’arma che spara proiettili di cuore e d’animo, colpi di passione e di emozioni, munizioni che lasciano scie di stupefazione e, ove impattano, crateri di sogno e di speranza. E la può maneggiare, quell’arma, con prodigiosa perizia tanto quanto con folle concitazione, ma senza mai mancare il bersaglio prescelto.

Ecco, questo, suppergiù, è per me un poeta.
Di poeti così – poeti veri, intendo dire – credo che ce ne siano veramente pochi, in circolazione. E spesso, quando ci sono, non si fanno nemmeno vedere troppo in giro.

Basta con la letteratura a scuola! (O no?)

rondoni-contro-letteraturaSì, basta con l’attuale insegnamento della grande letteratura nelle scuole italiane. Perché, visti poi i risultati – culturali e commerciali – è evidente che sia ben più grande il danno che il beneficio!
Non è una mia tesi – forse l’avrete già intuito dacché viene ed è stata rilanciata nelle ultime settimane (qui un articolo dei tanti) da Davide Rondoni, che a tal proposito di recente ha ripubblicato con Bompiani il suo Contro la letteratura, libello in origine pubblicato nel 2010 da Il Saggiatore il quale già all’epoca suscitò parecchie polemiche, tanto da essere poi (così pare) ritirato dall’editore.
In verità, in principio di questo articolo ho parecchio condensato il succo della tesi rondoniana, che lo stesso autore riassume invece con maggior determinatezza in questo brano:

La letteratura è l’unico bene antropologico del nostro Paese. E la scuola la sta distruggendo. A chi difende il vigente sistema di insegnamento dico: voi state difendendo questa situazione. Ne siete dunque corresponsabili almeno quanto quelli che l’hanno generata in migliaia di pubblicazioni, convegni, ore di insegnamento. Per di più pagati dallo Stato. Una montagna di soldi pubblici per ottenere la pubblica fucilazione dei grandi capolavori della nostra letteratura. Una formidabile idiozia. Tutto questo non vi suscita nessun moto di insurrezione? A me sì, e per questo faccio una proposta: smettiamo di insegnare la letteratura a scuola, rendiamola facoltativa. Lasciamo ai nostri figli questa libertà.

Dunque il vero bersaglio della provocatoria riflessione di Rondoni non è tanto la letteratura in sé (e ci mancherebbe!) quanto il modo in cui viene insegnata oggi nelle scuole, tra arcaiche imposizioni didattiche e sostanziale impreparazione letteraria dei docenti.
Personalmente, trovo difficile non essere concorde con Rondoni, in linea di massima. Anche solo per una più rozza ma inevitabilmente pragmatica considerazione circa lo stato del mercato dei libri in Italia: dato che, stando alle statistiche (inconfutabili dalla realtà oggettiva, ahinoi), sempre meno italiani si dedicano alla lettura, può ben essere che tale disaffezione nasca all’origine, a quando la letteratura ci viene insegnata ovvero al modo in cui viene insegnata. Per quanto mi riguarda, se posso offrire ad esempio la mia esperienza personale, è innegabile che una certa parte della mia dedizione ai libri e alla lettura sia stata ben coltivata dalla fortunata presenza, alle scuole superiori, di un docente di italiano la cui passione per la letteratura era evidente e, non posso che dire, contagiante. Poi, al di là dei meri casi singoli, sulla questione se ne potrebbero correlare infinite altre: dalla (a mio parere) strategica “de-culturazione” della società imposta dalla politica, all’imposizione di modus vivendi che nulla hanno a che vedere con la cultura, alla presenza nel nostro mondo di infinite distrazioni fin troppo rimbambenti aventi effetto soprattutto sui più giovani  – e provocanti poi danni tremendi in età adulta, dato che tutto sommato gli adolescenti leggono ancora: è col passare del tempo che i libri divengono oggetti del tutto estranei alla vita quotidiana!
Rondoni scarica buona parte della colpa di ciò sui docenti, dichiarandoli nella maggior parte dei casi inabili all’insegnamento letterario e invocando la presenza di altri docenti “tecnici”, specificatamente preparati sulla materia e altrettanto bravi a coinvolgere gli studenti nelle proprie dissertazioni letterarie didattiche. Non so se questa proposta possa effettivamente avere successo, nel sistema scolastico nostrano; piuttosto è preoccupante che si debba intervenire in tal senso nel sistema scolastico di un paese evidentemente incapace di trasmettere ai propri giovani cittadini le più fondamentali basi culturali, le quali poi – inutile rimarcarlo – diventano anche identitarie e indispensabili alla costruzione di una società consapevole di sé e del paese che si ritrova a vivere e amministrare.
È chiaro, in senso generale, che ci sia qualcosa che non va nell’insegnamento culturale in Italia, non solo riguardo a libri e letteratura; è evidente che, continuando con la situazione attuale, le cose non potranno cambiare anzi, non faranno che peggiorare di continuo. La scuola può fare molto, per migliorare le cose, ma non a sufficienza se poi, fuori dalle mura scolastiche, i ragazzi trovano una società che rigetta qualsiasi elemento culturale per fare spazio unicamente a scempiaggini varie e assortite, col bene placito di una politica che non solo non investe nella cultura ma fa di tutto per togliersela di torno, come fosse un irritante ostacolo alla salvaguardia dello stato di fatto del sistema di potere – e infatti è proprio così, è un gigantesco ostacolo: dovremmo finalmente capirla ‘sta cosa una volta per tutte e agire di conseguenza, piuttosto che fare i soliti rivoluzionari da happy hour che si fanno belli di populismi e luogocomunismi vari per poi, appena possibile, fare spallucce e rinchiudersi nel proprio piccolo orticello quotidiano, e per qualsiasi cosa che accada fuori di essi: chissenefrega!
In fondo, temo che anche sulla questione “letteratura a scuola” il principio di fondo sia lo stesso: una (pianificata?) incapacità di vedere oltre il domani, di capire che un grande classico letterario non è solo motivo di insegnamento, non è solo fonte di cultura e conoscenza ma è anche elemento fondante di senso civico e consapevolezza politica, sociologica, antropologica, esattamente come oggi lo può essere, ad esempio, il saper ben smanettare con uno smartphone – esattamente così, perché pure questa, oggi, è cultura, ma che non ne elimina qualsiasi altra, semmai vi si affianca e correla. Perché il nostro mondo è fatto di tecnologia contemporanea e di sapienza antica – nel bene e nel male per entrambe – e l’una non regge senza l’altra così come chi si vuole dedicare a cose meramente futili dovrà pur possedere una cultura di contraltare, per non passare indubitabilmente per idiota nonché, peggio, per non essere trattato da idiota da chicchessia – a partire dalla politica in giù.
Servono nuove strategie di diffusione della cultura, serve una presa di coscienza collettiva, forte se non fortissima (anche in senso pratico, intendo dire), sullo stato di fatto della questione, serve una imposizione democratica – ovvero dal basso – nei confronti di chi decide le sorti della cultura nel nostro paese, in senso politico, amministrativo, gestionale. Solo così anche la scuola sarà messa nella condizione di fare bene il proprio mestiere; in caso contrario, potrà pure esserci il più grande e appassionato insegnante di letteratura al lavoro coi più ricettivi alunni, ma il risultato finale sarà inevitabilmente zoppo, se non deficitario. A tal punto, tanto vale eliminarla del tutto, la letteratura a scuola: almeno in tal modo si userà il rozzo ma sempre efficace principio del “desiderare ciò che non si ha e ignorare ciò che si ha”. Un principio da società imbarbarita e troglodita ma alla fine quello diventeremo, se andiamo avanti così.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.