Piero Manzoni, un genio.

Leggo che hanno avuto gran successo le mostre personali che Hauser & Wirth ha dedicato a Piero Manzoni, prima nella galleria di Los Angeles e poi in quella di New York, conclusasi solo qualche giorno fa (ne parla “Artribune” in questo articolo), ciò in forza dell’accordo che Hauser & Wirth ha siglato con la Fondazione Manzoni in merito all’organizzazione di eventi espositivi “manzoniani” e alla gestione del mercato delle sue opere. «Manzoni – ha detto ad “Askanews” Marc Payot, partner e vicepresidente della galleria – per noi è un sogno che diventa realtà. E’ una figura così rilevante nella storia dell’arte europea, così radicale per il suo tempo, e per noi avere l’opportunità di rappresentare la Fondazione significa renderlo rilevante nell’arte contemporanea e promuoverlo globalmente dalla Cina al Sudamerica.»

Di contro, nemo propheta in patria, Manzoni mi pare che da queste parti non goda ancora di altrettanta considerazione, anzi, non di rado mi capita di sentire i soliti commenti denigranti sulle sue opere, accompagnate dalle altrettanto solite frasi fatte («Lo sapevo fare anch’io!», «Ma che ca**o di arte sarebbe, quella?!» eccetera). Ma tutto questo non fa che rimarcare e confermare ciò per cui vi sto proponendo questo post, ovvero l’evidenza che Piero Manzoni è stato realmente un genio, tanto rivoluzionario quanto (inesorabilmente) incompreso dai più. Che Hauser & Wirth ci crei sopra un proprio business, ora, può essere cosa più o meno discutibile (d’altro canto sono mercanti d’arte, è il loro mestiere!), ma che pure questo comprovi la grandezza artistica, creativa e intellettuale di Manzoni è cosa niente affatto in discussione.

E quelli che non l’hanno ancora capito, e magari citano la Merda d’artista come esempio a sostegno del loro disprezzo, è lampante che non hanno nemmeno capito che proprio la Merda d’artista è la prova inconfutabile della loro ottusità al riguardo.

Max Frisch, “Il silenzio. Un racconto dalla montagna”

«La montagna è scuola di vita». Così recita uno dei motteggi vernacolari più diffusi tra i frequentatori assidui dei monti, certamente tornito in una retorica d’antan che oggi appare un po’ pesante ma d’altro canto basato su una verità antropologica e culturale di antico lignaggio, almeno da che l’uomo ha cominciato a frequentare stabilmente le terre alte. La montagna che insegna a vivere con lo stretto necessario, a sfruttare al meglio il poco che offre, a sopportare la fatica e i sacrifici, a coltivare coraggio e ingegno ma pure intuito e passioni, ad acuire la personale sensibilità, a godere di paesaggi e di spettacoli naturali di bellezza assoluta, di luoghi dotati di energia e forza possente come le maestose e ardite vette alpine, che sembrano straordinarie manifestazioni cristallizzate nella roccia e nel ghiaccio, nonché in forme imponenti e bizzarre, dei sogni, delle paure e delle ambizioni umane. Al punto da avere attratto fin da subito gli uomini a salirle, anche prima dell’invenzione settecentesca dell’alpinismo, al fine di elevarsi dalla piattezza terrena e sentirsi più vicini al cielo, al sublime, all’infinito. Ma poi, appunto, per inseguire cimenti ardimentosi, per manifestazioni di forza, di audacia, per prove d’eroismo – che non di rado, poi, rappresentano un tentativo di rivalsa da quotidianità prive di slanci e di valori.
Proprio come accade a Balz Leuthold, il trentenne in crisi con se stesso e la propria vita le cui gesta narra Max Frisch ne Il Silenzio. Un racconto dalla montagna (Del Vecchio Editore, 2013, traduzione di Paola Dal Zoppo, postfazione di Peter Von Matt; orig. Antwort aus der Stille, 1937). Balz ha sempre voluto fare qualcosa di fuori dall’ordinario, nella sua vita: per distinguersi, per mostrare di cosa è capace, per non essere l’ennesimo e indistinguibile uno tra tanti,  ma non c’è mai riuscito. Ha un fratello più grande e, egli crede, più “realizzato”, una fidanzata che a breve sposerà; vive ai piedi delle Alpi, le montagne le ha sempre frequentate, le vette altissime e ardite lo attraggono da sempre: ha deciso, scalerà una di quelle vette lungo una via che nessuno mai ha saputo salire prima []

(Leggete la recensione completa di Il Silenzio. Un racconto dalla montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il coraggio di mutare davvero

Forse aveva bisogno di una coscienza molto pura per resistere a quel puro silenzio; altrimenti potrebbe essere che in un’ora tutto crolli su se stesso e si sciolga ciò per cui si è coltivato e costruito per tutta la vita, che forse l’ambizione eroica si sveli in vanagloria, in semplice fuga, e che alla fine, quando si è rimasti seduti a lungo li rimanga solo la macchia scura, una qualche fondamentale menzogna del cuore, che si intuisce e che si teme da sempre e si tenta mille volte di nascondere, perché semplicemente non si ha il coraggio, il coraggio di aprire gli occhi, di mutare davvero.

(Max Frisch, Il Silenzio. Un racconto dalla montagna, Del Vecchio Editore, 2013, pagg.28-29.)

Non c’è Vascello che eguagli un Libro

Non c’è Vascello che eguagli un Libro
Per portarci in Terre lontane
Né Corsieri che eguaglino una Pagina
Di scalpitante Poesia –
È un Viaggio che anche il più povero può fare
Senza paura di Pedaggio –
Tanto frugale è il Carro
Che porta l’Anima dell’Uomo.

(Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1997-2013. Fate clic sull’immagine, anche.)

La noia come eredità genitoriale

– E i bambini? – dice lui poi, e di nuovo strofina il gessetto blu sulla stecca. È cosi meschino amare i bambini perché non si ha alcuno scopo nella vita, e racconta di padri che seguono i figli e gioiosamente affermano di vivere solo per loro, e ride, quasi incollerito. Ma può dare un senso alla nostra vita semplicemente il nostro passarla ad altri? Forse ci sono uomini che realizzano la propria vita e hanno il diritto di dare il nome a dei bambini; ma per semplice passatempo ci sono le bocce e le carte e mille professioni interessanti, e non c’è nulla di più tremendo di questo crimine diffuso, l’abitudine di spostare semplicemente la propria noia su un successore –

(Max Frisch, Il Silenzio. Un racconto dalla montagna, Del Vecchio Editore, 2013, pagg.34-35.)