Dunque, leggete con attenzione le seguenti dichiarazioni:
«L’ultimo turista sugli sci? Arriverà nell’inverno 2040. La stagione degli sport invernali, così come la conosciamo e continuiamo a immaginarla, non ha futuro. Bisogna prenderne atto. E agire di conseguenza. E non inganni nemmeno il risveglio di interesse che pare esserci per il turismo invernale. È il colpo di coda di un animale ferito a morte. Qualcuno non sarà d’accordo, lo capisco, ma i numeri attuali non torneranno più. Serve una ritirata ordinata, senza farsi soverchie illusioni.»
La domanda è: chi le ha proferite?
La Ministra del Turismo in carica, comodamente stesa al Sole su un lettino del “Camineto” di Briatore a Cortina.
Un attivista radicale di “Ultima Generazione” dopo aver imbrattato un capolavoro pittorico in un museo.
Uno storico del turismo e docente del Master in International Tourism di una prestigiosa università svizzera.
Un utente leone-da-tastiera/sapientone/signor-so-tutto-io in un post sul proprio profilo Facebook.
Trovarsi davanti notizie come quella a cui si riferisce l’articolo nell’immagine qui sopra è tanto sconfortante quanto inquietante, nonostante sui media di simili se ne trovino sempre più di frequente. Lo è ancor di più oggi, durante i “giorni della merla” cioè quelli tradizionalmente considerati i più freddi dell’anno (la climatologia in realtà dice altro ma un bel freddo dovrebbe comunque esserci, in questo periodo), che invece pure a questo giro di calendario presenteranno temperature ben oltre le medie stagionali. Anche se, obiettivamente, riferirsi a tali valori termici medi ormai è qualcosa che ha sempre meno senso: il riscaldamento termico è talmente repentino che i dati di solo pochi anni fa sembrano appartenere a un’altra era climatica.
Questa situazione rende sempre più necessario e urgente, per l’industria turistica invernale attiva in molte località delle Alpi e dell’Appennino (ma non che negli altri paesi alpini le cose vadano molto meglio, si veda l’immagine lì sotto), l’avvio di quella transizione verso una frequentazione turistica più consona alle mutate condizioni ambientali, le quali chissà quanto ancora evolveranno nei prossimi anni nella tendenza attuale, per la quale i “giorni di ghiaccio” diminuiranno sempre più rendendo parimenti improbabile la possibilità di mantenere aperte le piste da sci sia per assenza di neve naturale, sia per impossibilità di produrre e preservare al suolo quella artificiale.
[La situazione sulla Maielletta martedì 30 gennaio 2024. Immagine tratta da www.majellettawe.it.]La questione va finalmente analizzata non solo dal punto di vista ambientale, con tutte le sue varie ricadute, ma anche da quello economico – sembra scontato affermarlo, tuttavia alla prova dei fatti non mi pare che lo sia. Molto semplicemente, nei prossimi anni sempre di più lo sci perderà quegli aspetti che nei decenni scorsi lo hanno reso remunerativo, che ora lo rendono “ammissibile” ma in molti casi solo grazie all’immissione di risorse pubbliche, e che domani lo decreteranno del tutto insostenibile – ma è un domani già oggi manifesto in numerose località e che è già storia per centinaia d’altre che negli scorsi anni si sono dovute arrendere all’evidenza dei fatti (249 stazioni chiuse e con impianti dismessi più altre 138 temporaneamente chiuse per difficoltà varie, secondo il rapporto di Legambiente “Neve Diversa 2023”).
Non solo: la natura economica della questione si palesa anche nel continuo e inesorabile aumento dei costi di gestione delle stazioni sciistiche, che inevitabilmente si riverbera sui prezzi degli skipass restringendo anno dopo anno la clientela di sciatori (già da tempo stagnante, peraltro): da più parti si denota come lo sci stia tornando a essere uno sport per benestanti, al punto che in numerose stazioni il rapporto tra prezzi dello skipass, qualità dell’offerta e costi di gestione dei comprensori diventerà critico e le costringerà alla resa, anche a prescindere dagli effetti del cambiamento climatico. In tal senso solo le stazioni più grandi e rinomate avranno la forza di resistere, ma il rischio è che si trasformino in resort di lusso inavvicinabili o quasi da buona parte del pubblico potenzialmente sciante (come ho scritto di recente qui), al quale resteranno solo stazioni poco attrattive e incapaci di affrontare la concorrenza delle prime. Per giunta, proprio in forza di costi di gestione da sostenere, nessun comprensorio può permettersi di perdere anche solo qualche giorno di apertura degli impianti e di conseguenti incassi, nel corso di una stagione sciistica: da ciò deriva l’uso massiccio dell’innevamento artificiale, il quale tanto fa bianche le piste di discesa quanto fa rossi i conti nei bilanci delle stazioni.
[La surreale situazione a Garmisch Partenkirchen, sulle Alpi bavaresi, sabato 27 gennaio durante le gare della Coppa del Mondo di Sci.]Nel suo complesso è una situazione estremamente triste, la fine di un sistema economico che per più di mezzo secolo ha dato lavoro a molte persone nei territori montani ma che ogni anno di più perde gli elementi che lo rendono plausibile: come un’industria che voglia tenere attivi a pieno regime i suoi macchinari ma non abbia ormai più la materia prima da lavorare. Mantenerla in piena attività non comporta solo uno sperpero di denaro, da qualsiasi fonte esso provenga (ma certamente di più se sia anche pubblico), rappresenta una follia bella e buona. Ma proprio perché quel sistema economico coinvolge pesantemente un territorio con ricadute non solo economiche ma anche sociali e sociologiche, culturali, antropologiche oltre che ambientali mettendo in pericolo l’intera realtà locale, per troppo tempo assoggettata al modello turistico-sciistico il quale ha marginalizzato se non cancellato ogni altra economia del territorio, è ormai improcrastinabile la presa d’atto della realtà delle cose e la più urgente elaborazione, progettazione e attuazione del cambiamento della frequentazione turistica in loco nonché, per quanto possibile (ma con altrettanta importanza) la riattivazione di ulteriori forme di economia e imprenditoria variamente indipendenti da qualsiasi modello turistico che possano dare al luogo e alla sua comunità maggiori possibilità di resilienza rispetto alla realtà in divenire.
Ribadisco: non è – o forse, per meglio dire, non è più – solo una questione di natura ambientale, e perseverare ancora nella discussione sull’impatto più o meno pesante del cambiamento climatico risulta viepiù stucchevole, soprattutto in presenza degli innumerevoli, inequivocabili report scientifici i quali, d’altro canto, non fanno altro che certificare ciò che immediatamente può cogliere lo sguardo e comprendere il buon senso. Ne va del futuro delle comunità che abitano i territori montani, che con la neve o meno lassù resteranno ad abitare e necessariamente dovranno vivere nel modo più dignitoso e confortevole possibile – una dimensione quotidiana che va garantita a loro e alle montagne stesse, se non vogliamo vederle del tutto spopolate e abbandonate a se stesse nel giro di qualche decennio. Tanto meglio se continuerà ad essere attivo il turismo, in quei territori, ma dovrà necessariamente (ovvero inevitabilmente) risultare consono al luogo e al tempo, e per far che sia così bisogna cominciare ora, da subito a lavorare in tal senso, con grande onestà, forza di volontà, consapevolezza morale, capacità di visione politica, progettualità articolata e estesa nel tempo, passione per i territori e per il loro futuro.
Continuare come nulla o quasi stesse accadendo, viceversa, si palesa – e si paleserà – sempre di più come un atto di grave ostilità nei confronti delle montagne e di chi le abita. Un “delitto” troppo grave perché qualcuno lo possa commettere a cuor leggero e per propria mera avidità – e inammissibile che a chicchessia glielo si lasci commettere.
L’intervista pubblicata lo scorso 14 marzo sul quotidiano “Alto Adige” a Paolo Cappadozzi, già vicepresidente dell’Associazione nazionale esercenti funiviari e per lunghi anni presidente del Consorzio impiantisti Val Gardena-Alpe di Siusi, appare per molti versi – mi permetto di dire, con rispetto scrivendo – piuttosto spassosa. Cioè, sia chiaro: parrebbe forse più inquietante, a ben leggerla, ma alcuni passaggi – tutti quanti proferiti da Cappadozzi, ovviamente – permettono di considerarla con una certa inesorabile mordacità (peraltro percepibile, mi pare, pure nelle parole dell’articolista del quotidiano), per come mettano bene in evidenza la forma mentis alla base di talune dichiarazioni emblematiche espresse nell’intervista.
Con tutto il rispetto del caso, ribadisco, e posta la vena ironica che intuirete bene (la quale tuttavia non si pensi che vanifichi la serietà di fondo), indico di seguito qualche evidenza interessante al riguardo:
Chiedere al già vicepresidente dell’Associazione nazionale esercenti funiviari e per lunghi anni presidente del Consorzio impiantisti Val Gardena-Alpe di Siusi cosa ne pensa dell’industria dello sci è un po’ come chiedere a Rocco Siffredi che giudizio abbia dei film a luci rosse; per altri versi, vista la realtà di fatto, è pure come chiedere al comandante Francesco Schettino in che modo timonare una nave di grandi dimensioni in prossimità della costa.
«La montagna senza lo sci non vivrebbe», «Non c’è turismo invernale senza neve»… oddio, sembrano più delle bieche minacce che l’espressione di mere opinioni personali, ovvero una malcelata forma di oppressione e di ricatto nei confronti delle montagne e delle comunità che le abitano (e pure piuttosto offensiva per chi non scia). Non solo per affermare tra le righe che «i finanziamenti pubblici li pretendiamo tutti noi!» ma anche «se i finanziamenti pubblici non li avremo noi, non li avrà nessuno!» Caspita, una considerazione, una solidarietà e una sensibilità proprio grandi verso le (proprie) montagne e la loro gente!
«Nevificare». Be’, è da applausi, è il “petaloso” del mondo dello sci! Ah, a proposito: che fine ha fatto poi “petaloso”?
«Ero a Trento in una grande quanto famosa cantina ed ho pensato che come si vinifica, in montagna si nevifica.» Ah, ecco che si spiega tutto. Prima si vinifica, poi si nevifica: un tot di fiaschi dell’una, un tot di metri cubi dell’altra. Prosit!
«Si dovrebbe autorizzare l’incremento delle riserve d’acqua per la nevificazione»: cari agricoltori delle pianure del Nord Italia, attaccatevi al [CENSURA]! E trovatevi un lavoro onesto, piuttosto di rubare l’acqua a quelli che devono “nevificare” le piste da sci!
«Non consumiamo acqua, la preleviamo primariamente dai bacini e dai serbatoi.» Nei quali l’acqua notoriamente si accumula per magia, già, lo sappiamo bene tutti, mica perché vi fluisce dal reticolo idrologico della zona! Chi sono quegli ignoranti che mettono in giro tali panzane?
«In primavera la neve si scioglie e ritorna al ciclo dell’acqua.» Dunque da novembre a aprile si badi bene a non bere, a non annaffiare campi e coltivazioni, a non dover aver bisogno di troppa acqua, ok? Che è ferma lassù, “nevificata” sulle piste da sci – se non si scioglie prima per il caldo anomalo, ovviamente. E le piante il cui ciclo vegetativo naturale necessita di acqua anche in inverno? Solo orribili creature pretenziose, che crepino quanto prima!
«La montagna altoatesina si spopolerebbe senza turismo invernale». Ohmmamma, dunque tra qualche anno vedremo dei barconi attraversare il Mediterraneo che all’andata portano migranti africani e asiatici e al ritorno saranno carichi di profughi altoatesini ex albergatori o ex maestri di sci con le pezze al sedere?
«Usiamo acqua e aria, non preleviamo acqua dal ciclo dell’acqua potabile.» Eh?
«Nonostante siano lustri Mercalli che vaticina la “fine” dello sci…» Dunque, rapporto “Neve Diversa 2023”: impianti dismessi 249; temporaneamente chiusi 138; sottoposti a “accanimento terapeutico” 181; un po’ aperti, un po’ chiusi, 84; tutti numeri in aumento, anno dopo anno. Ecco: se si vuol parlare di vaticini, Nostradamus al buon Luca Mercalli gli fa un baffo!
Ecco. Direi che come stanno realmente le cose, nella realtà montana e nella testa di taluni personaggi, è piuttosto chiaro. Null’altro da aggiungere. Anzi no, una cosa la aggiungo: viva la libertà di opinione!
In Italia, complice la crisi climatica, è sos neve. Una neve sempre più rara – visto che su Alpi e Appennini a causa dell’aumento delle temperature nevica sempre di meno con impatti negativi anche sul turismo invernale e sulla stagione sciistica – e una neve sempre più costosa dato che per compensare la mancanza di quella naturale, l’Italia punta sull’innevamento artificiale, una pratica non sostenibile e alquanto cara sperperando anche soldi pubblici. A parlar chiaro sono i dati del nuovo dossier di Legambiente “Nevediversa 2023. Il turismo invernale nell’era della crisi climatica” presentato oggi a Torino, con il patrocinio della Città Metropolitana di Torino, e in cui l’associazione ambientalista fa il punto della situazione.
L’Italia, stando alle ultime stime disponibili, è tra i paesi alpini più dipendenti dalla neve artificiale con il 90% di piste innevate artificialmente, seguita da Austria (70%), Svizzera (50%), Francia (39%). La percentuale più bassa è in Germania, con il 25%. Preoccupante il numero di bacini idrici artificiali presenti in montagna ubicati in prossimità dei comprensori sciistici italiani e utilizzati principalmente per l’innevamento artificiale: sono ben 142 quelli mappati nella Penisola per la prima volta da Legambiente attraverso l’utilizzo di immagini satellitari per una superficie totale pari a circa 1.037.377 mq. Il Trentino Alto Adige detiene il primato con 59 invasi, seguito da Lombardia con 17 invasi e dal Piemonte con 16 bacini. Nel Centro Italia, l’Abruzzo è quello che ne conta di più, ben 4. In parallelo, nella Penisola nel 2023 aumentano sia gli “impianti dismessi” toccando quota 249, sia quelli “temporaneamente chiusi” – sono 138 – sia quelli sottoposti a “accanimento terapeutico”, ossia quelli che sopravvivono con forti iniezioni di denaro pubblico, e che nel 2023 arrivano a quota 181.
Avete letto qui sopra qualche passaggio dal comunicato stampa relativo alla presentazione – avvenuta ieri, martedì 7 marzo a Torino – del report Neve Diversa 2023. Il turismo invernale nell’era della crisi climatica, come sempre curato da Legambiente. Vanda Bonardo, che nella sua veste di Responsabile Alpi per l’associazione ambientalista è una delle referenti principali del report e dei temi in esso analizzati, sarà presente venerdì prossimo 10 marzo a Lecco (si veda la locandina qui accanto, cliccateci sopra per ingrandirla) in occasione della serata organizzata per la presentazione del libro Inverno liquido e per avviare un conseguente confronto sui temi del turismo invernale (e non solo) sulle nostre montagne tra i relativi amministratori pubblici e i soggetti privati che vi operano a vario modo e che saranno presenti all’incontro. Riguardo la nuova edizione del dossier, Bonardo osserva che «La neve artificiale che negli anni ottanta era a integrazione di quella naturale, ora costituisce il presupposto indispensabile per una stagione sciistica, a tal punto che i comprensori per sopravvivere richiedono sempre nuove infrastrutture. Non si considera però che se le temperature aumenteranno oltre una certa soglia, l’innevamento semplicemente non sarà più praticabile se non in spazi molto ristretti di alta quota, in luoghi dove i costi già elevati della neve e della pratica sportiva subiranno incrementi consistenti, tanto da permettere l’accessibilità dello sci alpino unicamente ad una ridotta élite, così come accadeva nel passato. Lo ripetiamo, le nostre montagne stanno cambiando: pochissima neve, nevica più tardi e la neve è più bagnata e più pesante. È la fine di un’epoca, che però deve essere accompagnata da un nuovo modo ecosostenibile di ripensare il turismo insieme ad un nuovo approccio culturale. Per questo è fondamentale sostenere le buone pratiche che si stanno sviluppando nelle nostre montagne.»
Come ribadisco da tempo, sono temi, questi, ormai imprescindibili nell’analisi e nella gestione della realtà contemporanea nei territori di montagna, non solo in chiave turistica, e lo saranno sempre più nei prossimi anni. Anche per questo l’incontro di Lecco, contestuale alla situazione delle montagne locali e delle loro stazioni turistiche – che appaiono in diversi aspetti emblematiche per molti altri territori montani italiani – risulta quanto mai importante e interessante, anche per il prestigio dei relatori coinvolti e, appunto, per la confermata presenza di molti amministratori pubblici locali, cosa non scontata e per ciò sicuramente apprezzabile.
Per tutto ciò i report Neve Diversa rappresentano anno dopo anno uno strumento di conoscenza della realtà turistico-sciistica delle montagne italiane non solo illuminante ma pure vieppiù necessario, vista la situazione climatica, ambientale, economica e culturale che stiamo vivendo: da leggere, studiare e meditare approfonditamente. Una realtà che, ribadisco nuovamente, non interessa soltanto le montagne, chi ci vive e chi le frequenta, ma tutti noi e il nostro mondo, per la cui geografia i monti costituiscono un elemento imprescindibile da riequilibrare finalmente con ogni altro e con il corso della storia che tutti insieme stiamo vivendo.
Per leggere il comunicato stampa riguardante la presentazione di Neve Diversa 2023 cliccate qui, mentre per scaricare il report in formato pdf, cliccate sull’immagine in testa al post.