[Immagine tratta dal web, rielaborata da Luca.]Va benissimo il Green Pass, ne sono un più che convinto sostenitore, fosse per me lo renderei obbligatorio e valido ovunque eccetto che per entrare nel bagno di casa.
Però, se posso, farei notare che – dal mio punto di vista, nè! – altrettanto importante e anzi di più, anche perché starebbe a monte del primo – risulterebbe un Brain Pass. Sì, un certificato simile nella forma al Green Pass con il quale, se questo fornisce la garanzia che il suo intestatario è vaccinato contro il Covid-19, l’altro garantisce parimenti che il suo intestatario possiede la lucidità mentale, la vitalità intellettuale e la cognizione culturale (che non hanno nulla a che fare con il grado di istruzione, sia chiaro) per potersi dimostrare vaccinato contro l’ignoranza, con tutte le sue numerose e pericolosissime “varianti”.
Scommettiamo che, se effettivamente si potesse istituire questo Brain Pass, non servirebbe più né il Green Pass e nemmeno qualsiasi altro lasciapassare di tal sorta? Eh, scommettiamo?
La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.
Flaiano, inutile rimarcarlo, fu un intellettuale di intelligenza e sagacia più unica che rara nonché di lucidità forse tutt’oggi inimitabile. La citazione sopra riportata lo dimostra bene: pare scritta per i giorni nostri, perfetta nell’illustrare in breve quanto sta accadendo in ampia parte dell’opinione pubblica (assimilate “mezzi di comunicazione” ai contemporanei social media e il gioco è pressoché fatto – e il tutto anche a prescindere dalla situazione sanitaria in essere da un anno a questa parte) ma, come vedete, è di più di cinquant’anni fa. Perché la voce dei grandi intellettuali è sovente accomunata da due peculiarità: una, il saper prevedere come andrà il mondo (ovvero l’essere più avanti del mondo stesso); due, il non essere quasi mai realmente ascoltate e tanto meno comprese.
Ma forse è inevitabile che vada così. Come lo stesso Flaiano disse, in un altro dei suoi fulminanti aforismi:
Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso.
[Foto di Anastasia Gepp da Pixabay]Ieri mi sono fatto una camminata in una località montana abitualmente assai frequentata da gitanti d’ogni sorta, grazie alla facilità dei percorsi, alla presenza di un grande rifugio e di una strada che lo raggiunge, seppur chiusa al traffico ordinario – e la giornata scorsa non ha fatto eccezione, con parecchie persone presenti nonostante qui non si fosse ancora in “zona gialla”, la quale comincia oggi.
Su dieci di esse – a voler fare una statistica a braccio eppure del tutto obiettiva – ce n’erano otto superfighe, allegre, atletiche, visibilmente sicure di sé che non indossavano la mascherina, nemmeno riposta al braccio o altrove, e due povere cretine, evidentemente sprovvedute, sfigate, giustamente scansate da tutti, con la mascherina indossata. Con tale proporzione generalmente estesa a tutti i presenti, ieri lì.
E io che osservavo la situazione con grande “ammirazione”, sorpreso da una così compatta consonanza d’intenti: tutta questa gente che si adopera per il ritorno più rapido possibile della zona rossa e del lockdown! Caspita, che partecipazione, che solidarietà: e poi dicono che gli italiani non sono un popolo coeso! Complimenti!
P.S.: se nel leggere ciò che avete appena letto vi è sorto il dubbio che quanto scritto manifestasse, pur in modo assolutamente flebile, del sarcasmo, sappiate che potrebbe non essere del tutto casuale.
Sul tema del Giorno della Memoria, poco fa alla radio, ho sentito un interessante intervento nel quale veniva posta una domanda cruciale: quando non ci saranno più testimoni diretti atti a mantenere viva – perché direttamente vissuta – quella fondamentale storia della quale si chiede di salvaguardare la memoria, questa che fine farà? C’è il rischio che, nonostante il suo valore necessario e imperituro, svanisca come è già accaduto per altre pur importanti memorie?
Be’, risposta ovvia dacché immediata, ma forse non così banale: bisogna generare nuovi custodi della memoria, capaci anche di tenere pienamente vivo lo spirito delle testimonianze dirette, quando di esse non ve ne saranno più. Seguito altrettanto ovvio, ma affatto banale stavolta: sono le nuove generazioni a poter diventare quei custodi, e non solo perché “nuove” ma pure perché potenzialmente più sensibili di noi “grandi” (nonostante tutto ciò che si dice all’opposto: si veda la sensibilità verso la questione climatica) verso una tale basilare missione.
Posto ciò, ho la fortuna di conoscere (anche se non quanto vorrei) Marina Morpurgo, storica, giornalista, traduttrice e raffinata scrittrice che ha lavorato per quattro anni al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, e che per la casa editrice Pearson (con la quale ha pubblicato un nuovo corso di storia per la Scuola secondaria di primo grado Luci sulla storia) ha scritto uno “speciale” per studenti intitolato Gli ebrei sotto il nazismo: “pecore al macello” o combattenti? Col quale mette in luce i tanti atti di resistenza morale e culturale che, oltre gli episodi di resistenza militare, gli ebrei seppero organizzare contro la barbarie nazista. Una resistenza disperata e proprio per questo straordinaria nei risultati che riuscì a conseguire.
Cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo – merita molto, inutile rimarcarlo.
27 gennaio, Giorno della Memoria: quest’anno vi propongo la testimonianza di una donna delle mie parti, Fausta Finzi, tratta dalla video-intervista La storia di Fausta Finzi. Sopravvissuta del campo di concentramento di Ravensbrück, prodotta nel 2001 dal Comune di Verderio Superiore (Lecco). L’estratto qui proposto, del 2013, è a cura del MUST, il Museo del Territorio di Vimercate (qui invece ne trovate una versione più lunga.
Fausta Finzi Tortera nacque a Milano l’11 giugno 1920 da Edgardo Finzi e Giulia Robiati. Visse a Milano dove il padre lavorava come impiegato di banca. Quando quest’ultimo venne arrestato dalle SS nell’aprile del 1944 decise di seguirne la sorte. Venne portata nel carcere di San Vittore e separata dal genitore. Il 27 aprile 1944 venne trasferita nel campo di Fossoli dove poté riunirsi al padre. Rimase con lui sino alla divisione del campo in due aree distinte per uomini e donne. Durante questo periodo lavorò come infermiera. Nel luglio 1944 venne caricata con il padre su un convoglio ferroviario che fece sosta a Verona. Qui i due vennero separati: Fausta non rivide mai più il padre. Fu deportata nel campo di Ravensbrück con numero di matricola 49538. Qui fu costretta a lavori forzati di nessuna utilità pratica sino a che si offrì volontaria come operaia nella sartoria del campo. Nel gennaio 1945 arrivarono detenute provenienti da Auschwitz. L’organizzazione del lavoro iniziò ad essere meno costante a causa dei bombardamenti, nonostante la disciplina richiesta dai sorveglianti rimanesse ferrea. In questo periodo Fausta fu colpita da un’infezione ad un dito ma continuò a lavorare temendo le selezioni. Nel frattempo le razioni di cibo, già scarsissime, cominciarono a diminuire progressivamente. Il 27 aprile 1945, dopo ben 265 giorni di detenzione, venne evacuata dal campo insieme ad altre prigioniere e costretta a marciare verso una destinazione sconosciuta sino all’8 maggio 1945, quando un contingente americano mise in fuga i soldati SS. Una volta libera fu costretta a rimanere nella zona controllata dall’esercito russo. Dopo avere assistito a violenze sessuali perpetrate dai soldati sovietici ai danni di alcune prigioniere, decise di fuggire insieme ad alcuni prigionieri italiani e raggiungere l’area di influenza americana. Venne alloggiata in un campo di smistamento ed in seguito trasferita a Lubecca in un campo inglese dove fu curata e nutrita. A metà agosto 1945 partì con una tradotta ufficiale per l’Italia. Rientrò a Milano il 31 ottobre 1945.
Dal ritorno a casa, Fausta Finzi rimase chiusa per sessant’anni in un silenzio ostinato, rotto soltanto dalle due video-interviste concesse nel 1996 al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano e nel 1998 alla Shoah Foundation di Los Angeles. Due anni dopo, nel 2000 acconsentì ad una intervista per la Commissione Cultura del Comune di Verderio Superiore e, in occasione della Giornata della Memoria del 2002, affrontò per la prima volta il pubblico, a Vimercate e, poco dopo, a Lecco nell’ambito della mostra “La Memoria”. Proprio da quest’ultima esperienza nacque e prese corpo l’idea di pubblicare il diario della marcia.
Fausta Finzi aveva già pubblicato nel 2003 un libro di memorie dal titolo Varcare la soglia (ediz. ISMLEC, 2003), in seguito al quale fu chiamata a partecipare a numerosi incontri pubblici, inclusi quelli con gli studenti. Il diario della marcia è uscito invece nel 2006 con il titolo A riveder le stelle(Gaspari Editore, 2013).Con esso la Finzi ha consegnato alla nostra memoria una singolare testimonianza nella quale l’oggi – ovvero il resoconto tardivo della propria prigionia e le riflessioni sul significato più intimo di tale esperienza – si mescola con il passato con il “tempo di allora” fermato nel diario del 1945. Il diario è accompagnato da due saggi, uno di Federico Bario che si sofferma sulla difficoltà di essere “testimone”, l’altro di Marilinda Rocca dedicato alla scrittura, o meglio alle “scritture” di Fausta Finzi. A riveder le stelle in qualche modo ridona voce – e oggi ancora di più – a chi come Fausta Finzi ha saputo affrontare ogni momento della propria vita, anche il più tragico, con una straordinaria forza d’animo; è riuscita con tranquillità, lucidità, talvolta autoironia, a raccontare il senso di una vita che alla fine è riuscita a fare i conti anche con la propria memoria. Memoria che ora appartiene anche a tutti noi.
Fausta Finzi è scomparsa a Vimercate il 26 giugno 2013.