Il Monte San Primo e la paranoia (dello sci)

In psicologia si parla di paranoia quando un soggetto elabora in modo lucido un sistema di credenze e convinzioni, principalmente a tema persecutorio, non corrispondenti alla realtà: ad esempio la convinzione di essere perseguitati o di sentirsi concretamente minacciati da qualcosa.

Anche da una montagna, a quanto pare.

Già, perché a leggere sui media che il progetto di nuovi impianti e piste da sci sul Monte San Primo, appena sopra i 1000 metri di quota dove ormai non nevica più e fa troppo caldo per produrre neve artificiale, va avanti nonostante l’opposizione di tutti, e ripeto tutti – ambientalisti, alpinisti, residenti, turisti, tecnici, scienziati ed esperti di vari settori, appassionati di montagna, cittadini comuni… t-u-t-t-i, ribadisco di nuovo, in Italia e all’estero – vista la totale insensatezza del progetto, fa pensare inevitabilmente a una sorta di disturbo psicotico, una paranoia appunto. Non c’è altra spiegazione, ormai.

Non a caso il termine «paranoia» deriva dal greco antico παράνοια che significa follia, insensatezza.

Evidentemente gli amministratori locali che stanno portando avanti a qualunque costo il progetto, innanzi tutto a danno del Monte San Primo, si sentono minacciati o perseguitati dalla montagna. In altre parole, ovvero altrettanto evidentemente, non la amano affatto nonostante siano i suoi amministratori, se ne sentono alienati al punto da volerle infliggere una rivalsa, uno sfregio attraverso il quale manifestare il loro disprezzo verso il San Primo, il suo ambiente naturale, il suo paesaggio peculiare. Costruendoci a spese dei contribuenti delle infrastrutture sciistiche che mai si potranno compiutamente utilizzare, che nascono già fallite, pronte da subito per essere rottamate.

Ed è evidente che disprezzano pure chi paga le tasse, visto come intendono sprecare in tal modo i soldi pubblici che ne derivano.

A fronte di tale psicosi paranoica, del tutto irrazionale, c’è innanzi tutto un rimedio da mettere in campo: la razionalità, variamente manifestata dal buon senso, dalla sensibilità verso la montagna e il paesaggio, dalla coscienza civica, dalla consapevolezza risoluta che non si può commettere un atto tanto distruttivo e folle su una montagna così bella, così amata da tanti, così speciale e referenziale per tutta la circostante regione prealpina lombarda.

Non si può e non si deve.

Perché a tutto c’è un limite e ogni cosa deve avere un senso, ancor più quando realizzata nell’ambiente naturale. Costruire impianti e piste da sci sul Monte San Primo, con tutti gli annessi e connessi previsti dal progetto – cannoni sparaneve, bacini artificiali, nuove strade, nuovi parcheggi… – non ha alcun senso e va oltre ogni limite di decenza. Punto.

N.B.: per essere costantemente informati su quanto accade sul Monte San Primo, sulla sua salvaguardia e sulle iniziative attuate al riguardo, potete visitare il sito del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

P.S.: i collage di immagini fotografiche sono tratte dalla pagina Facebook del Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”.

Monte San Primo… di aprile!

È piuttosto strano che, giunti ormai alla metà pomeriggio del 1° di aprile, giorno che tutti associamo alle tradizionali burle ittiche, non sia ancora avvenuto ciò che tutti si aspettano oggi accada e in particolar modo sui monti del Triangolo Lariano, ovvero che gli enti promotori del progetto sciistico sul Monte San Primo, con il quale si è annunciato di voler installare nuovi impianti e piste da sci a poco più di 1.000 metri di quota, esclamino pubblicamente

Pesce d’aprile!!! Ahahahahah! Ma veramente avete creduto che si potesse sciare sul San Primo, dove non nevica veramente più da anni e anni, e che ci facessimo degli impianti spendendo soldi pubblici? Pensavate che eravamo così pazzi a portare avanti un progetto così assurdo?!?

…e via di questo passo.

D’altro canto, i primi articoli sul progetto uscirono proprio a ridosso del primo di aprile di tre anni fa e da subito fecero pensare a molti a un bizzarro scherzo, anche parecchio divertente, in effetti, vista la sua evidente assurdità. Ma, come si dice in questi casi, lo scherzo è bello quando dura poco e, ad oggi, va avanti da tre anni, appunto. Quindi, c’è da aspettarsi che entro la serata di oggi la burla dello sci sul Monte San Primo venga finalmente rivelata, tra il gran sollievo e le conseguenti risate liberatorie di tutti. Non resta che attendere fiduciosi!

N.B.: per saperne di più su questo folle scherzo del San Primo, potete visitare questa pagina.

Il delirio di onnipotenza turistica che finirà per distruggere il Monte San Primo

A proposito dell’assurdo e sconcertante progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo, del quale un paio di giorni fa scrivevo qui con inevitabile sarcasmo, ne ho parlato in una bella e eloquente chiacchierata pubblicata su “L’AltraMontagna” mercoledì 19 febbraio con Roberto Fumagalli, portavoce del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” il quale rappresenta non solo decine di associazioni unite nella contrarietà al progetto ma pure una vastissima massa critica che a livello nazionale e internazionale ha manifestato la propria opposizione allo scriteriato assalto ad un monte tanto bello e fragile come il San Primo quanto ricco di grandi potenzialità per il turismo dolce.

Eccovi qui sotto un passaggio dell’intervista:

La recente delibera (datata 9 gennaio 2025) della Comunità Montana del Triangolo Lariano, uno degli enti pubblici ai quali fa capo il progetto di rilancio dell’ex comprensorio sciistico del San Primo, ne modifica parzialmente le versioni precedenti; nonostante ciò il vostro coordinamento conferma la forte contrarietà all’impostazione e ai contenuti del progetto. Come è stato modificato il progetto e perché permane la vostra opposizione?
La ‘revisione’ del progetto consiste, in pratica, solo nell’aver introdotto piccole modifiche e una rimodulazione delle spese: di fatto solo un’operazione di maquillage.
Il focus del progetto continua, purtroppo, a essere incentrato sullo sci e sull’innevamento artificiale. Circa la metà degli oltre 5 milioni di euro stanziati, verrebbero utilizzati per la sistemazione di 3 piste, per 3 tapis roulant, per i cannoni sparaneve, per il laghetto artificiale indispensabile per la neve programmata. Un progetto, quello per la parte sciistica e di innevamento artificiale (inclusi tapis roulant e altre opere connesse) che non tiene conto del cambiamento climatico, che già da decenni sta determinando – a livello globale e locale – un aumento delle temperature anche invernali e una sempre minore nevosità.
Oltre a questo, sono previsti altri interventi impattanti, come i nuovi parcheggi (300 mila euro per creare 160 nuovi posti auto): solo per la realizzazione di un nuovo mega parcheggio da 100 posti, verrà deturpata una vasta area boschiva, con conseguente taglio di alberi e un consistente riporto di terra artificiale per livellare le forti pendenze. Il nuovo parcheggio coprirà un’area di oltre 2 mila metri quadri. Sono poi previsti altri parcheggi per ulteriori 60 posti, che altrettanto comporteranno sbancamenti e taglio di alberi di pregio.

In tal senso la posizione inspiegabilmente ostinata del Comune di Bellagio nel voler realizzare gli impianti, spalleggiata dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e da Regione Lombardia, risulta ancora più assurda. Bellagio, nel cui territorio comunale si trova il Monte San Primo, è già una delle località italiane più note al mondo, ormai sottoposta a flussi turistici fin troppo ingenti (tant’è che pure qui si comincia a parlare di overtourism); posto ciò cosa fa il Comune? Intende realizzare un luna-park sciistico (a 1100 metri di quota, dove la neve ormai non si vede più) dal costo di oltre due milioni di Euro di soldi pubblici per portare lo stesso modello turistico massificato e impattante anche sul San Primo, invece di progettarvi una frequentazione di matrice naturalistica ben più sostenibile e consapevole che proprio nel confronto con quella massificata del lago troverebbe buona parte del proprio senso e delle più vantaggiose potenzialità.

Una sorta di “delirio di onnipotenza turistica” che rischia di rovinare irrimediabilmente non solo il territorio e il paesaggio del Monte San Primo (per giunta sprecando una grossa somma di denaro pubblico) ma pure l’immagine internazionale di Bellagio, «il posto che pur di attrarre turisti distrugge le sue montagne».

Come fanno a non capire una cosa così evidente? Come si può essere così indifferenti rispetto alla realtà del luogo, alle sue autentiche specificità, alla sua peculiare bellezza? E come si possono sprecare così malamente così tanti soldi pubblici che potrebbero servire a finanziare mille altre cose ben più consone e utili?

Potete leggere l’intervista completa su “L’AltraMontagna” cliccando sull’immagine in testa al post.

Il nome giusto per il comprensorio sciistico sul Monte San Primo

Come forse avrete letto sui media d’informazione, gli enti promotori del progetto di nuovi impianti sciistici sul Monte San Primo a soli 1100 metri di quota (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) hanno confermato di voler andare avanti con il progetto e di spenderci più di due milioni di Euro di soldi pubblici. Ciò nonostante la crisi climatica in corso e che sul San Primo da lustri non ci sono più le condizioni ambientali e non nevica a sufficienza per sciare (piove, semmai), nonostante i danni ambientali conseguenti e la palese insostenibilità economica degli impianti, nonostante i pareri contrari, solidamente motivati, di esperti d’ogni settore e l’opposizione generale, nonché rifiutando ogni confronto sul progetto e qualsiasi interlocuzione con la comunità locale.

[La quota delle piste in concessione sul Monte San Primo, tratto dall’“Elenco regionale delle piste dedicate agli sport sulla neve”, Decreto nr.8838 del 11/06/2024 di Regione Lombardia.]
Nonostante un progetto che da subito si manifesta sotto ogni aspetto come un disastro annunciato, in buona sostanza.

A questo punto, ai suddetti promotori degli impianti sul San Primo vorrei proporre il nuovo nome del comprensorio sciistico, che mi pare assolutamente consono alle circostanze e alla “filosofia” di fondo del progetto:


Ecco.

N.B.: per qualsiasi altra informazione al riguardo, potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui.

Un giorno questo dolore mi sarà utile. Anzi, lo è da subito.

Questo post è un off-topic rispetto ai temi che abitualmente tratto qui nel blog, e contiene alcune riflessioni personali su cose accadutemi di recente verso le quali ovviamente non ho la supponenza di credere che possano interessare chi le legge: se sì mi fa piacere, se no fa nulla, più che altro le appunto per me stesso, al fine di farne meglio decantare ciò di cui raccontano e, magari, coglierne un portato più ampio. Magari si tratta solo di banali corbellerie, ma spero di no.
Il titolo, intuirete, viene dal quasi omonimo romanzo di Peter Cameron, spiegherò poi perché.
Infine, il testo è un po’ lungo e me ne scuso. Se vi annoia siete autorizzati ad abbandonarlo senza problemi.

[Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay.]
Il periodo di festività di fine anno appena passato è stato piuttosto tribolato per me: colpa di un incidente neuromotorio, niente di troppo grave ma estremamente doloroso, abbastanza da passare le notti e le giornate di Natale e Santo Stefano tra pronto soccorso ospedaliero, ambulanze e guardie mediche per cercare di sedare il dolore e gli effetti conseguenti, fino a che – dopo altri che hanno fallito – un potente farmaco intramuscolare ha quanto meno raggiunto tale scopo.

Tutto qui. Ribadisco: niente di che, c’è di ben peggio. Infatti non è questo il punto. Ovvero non lo è stato l’incidente occorsomi e quel dolore così inopinatamente forte (ho in curriculum una bella lista di fratture sportive, un po’ di esperienza al riguardo me la sono fatta!) che mi ha imposto di correre al pronto soccorso del più vicino ospedale alle tre della notte di Natale per tentare di farmelo lenire.

Semmai è stato il senso che di quel dolore ho còlto, ciò che lo rende esperienza tra le più intense che si possano vivere, l’ascolto meditato delle sensazioni e delle percezioni che sentivo in me nel mentre che tentavo di resistervi. Lo scopo di esso, se così posso dire e per come me lo sono chiesto in quei momenti: cioè se uno scopo potesse e possa esserci, si possa trovare o si debba in qualche modo trovare, anche per una condizione di così percepito disagio psicofisico, peraltro vissuto nel mezzo di altri disagi – presso un pronto soccorso ospedaliero e proprio durante la notte di Natale – ciascuno dei quali unico e singolare al netto della loro gravità, condivisi soltanto nella loro manifestazione sincrona.

Dico una banalità: salvo rari e fortunati casi, il mondo nel quale oggi viviamo ci porta a condurre una vita parecchio convulsa, frenetica, a volte nevrotica, spesso stressante, che tuttavia affrontiamo senza pensarci troppo: perché «va così», abbiamo tante cose da fare, impegni da sostenere, forse obiettivi da raggiungere, dunque la strategia di fondo che gioco forza scegliamo al riguardo è quella di ottimizzare il più possibile tutto – azioni, tempi, movimenti, spazi, attese, riposi… – di contro cercando similmente di evitare qualsiasi ostacolo, impedimento, difficoltà, fastidio che rischierebbe di guastare il tentativo di ottimizzazione della quotidianità. A questo atteggiamento siamo portati anche dal modus vivendi comune e dagli immaginari sui quali si conforma, che per quanto sopra tendono a renderci più sensibili alle cose leggere e spensierate – ergo spensieranti – invece di quelle più infastidenti e opprimenti: è legittimo e naturale, ci mancherebbe, almeno fino a che il naturale desiderio di spensieratezza non diventi una condotta troppo superficiale e stupida. Tra mille problemi piccoli e grandi da affrontare quotidianamente, e per meglio sopportare l’impegno relativo oltre che bilanciarlo, è ovvio che si provi tutti quanti a restare sereni e contenti in ogni modo possibile e senza pensare troppo al come.

Posto ciò, il dolore è uno degli “ostacoli” che più di altri, forse più di tutti, cerchiamo in ogni modo di scansare, Il dolore autentico, intendo dire, la cui forma può essere diversa (dolore fisico, morale, emotivo, spirituale…) ma la sostanza è la stessa: una delle condizioni fondamentali della natura vivente senziente per come si fa esperienza multidimensionale di valore unico, singolare e specifico; nulla a che vedere dunque con certo altro “dolore”, presunto tale, in realtà un artefatto psicologico e culturale totalmente avulso dalla sfera psico-fisica che alla fine si fa manifestazione di miseria umana egoriferita (i «dolori di lusso, che recano lustro a chi li sopporta», come diceva Longanesi) oltre che un meccanismo di finzione e propaganda socioculturale sempre più adattato alla comunicazione massmediatica. No, io parlo del dolore che nel momento in cui si fa percezione concreta che supera ogni altra sia nel corpo che nella mente, subito ci pone a vacillare sull’orlo di un abisso la cui profondità non sappiamo valutare ma comunque ci sembra incommensurabile.

Siamo in otto miliardi di persone, al mondo, ci sono almeno otto miliardi di dolori – piccoli, grandi, intensi, leggeri, profondi, vaghi… non conta: l’esperienza del dolore è sempre singolare, come ho già detto, e da che ci stiamo, al mondo, il nostro atteggiamento verso il dolore si è sempre manifestato in due modi sostanziali, lo racconta bene la storia della filosofia: cercare di spiegarsi il dolore come esperienza e tentare di combatterlo e superarlo – in vari modi, anche stoicamente. Io, in quelle giornate natalizie a cui ho fatto cenno, ho vissuto il mio personale dolore e nel mentre stavo al pronto soccorso in attesa che il personale medico facesse qualcosa per alleviarmi la sofferenza (poca o tanta che fosse, in quei momenti era insopportabile, appunto), vedevo altre persone con i loro personali dolori ma senza che da ciò ne ricavassi alcuna forma di compassione. Non sentivo alcuna condivisione di stato, di esperienza, dunque alcun sollievo, anzi; di contro, osservavo e pensavo se anche quelle persone come me stessero cercando di capire cosa stesse succedendo, se ci fosse un senso al loro dolore, se lo stessero già metabolizzando in esperienza singolare oppure, viceversa, se attraverso la sofferenza patita (più o meno grande fosse: ripeto, non è questo il punto) cercassero di scacciare via qualsiasi sedimentazione possibile del loro dolore, da quella fisica a quella psicologica, morale, emotiva, così sperando solo di uscirne al più presto e dimenticare altrettanto rapidamente, proprio in forza dell’aura negativa che il concetto di “dolore” assume nell’immaginario comune oltre che per la vivida e spiacevole sensazione di qualcosa che non vada nel proprio corpo – la causa del dolore, l’ostacolo imprevisto da superare alla svelta.

Vengo al punto di queste mie riflessioni. Quella notte di Natale – proprio la notte di Natale! – al pronto soccorso, mentre nell’attesa del triage mi contorcevo per cercare di alleviare la sofferenza (a stare in piedi mi faceva male, a stare seduto peggio e non osavo chiedere di stendermi su una delle barelle lì presenti; intorno a me, qualche solito tossico, una tenera vecchietta in età parecchio avanzata con dolori allo stomaco e figli al seguito, una ragazza con una ferita sulla fronte, un ragazzo non vedente che nell’attesa si era addormentato su una delle sedie della sala d’aspetto, una signora in attesa di qualcuno evidentemente già in assistenza) ho cominciato a chiedermi non tanto se quel dolore avesse un senso (culturalmente si tende a credere che non lo possa avere, in forza di ciò di negativo che provoca) ma quale potesse essere, ammettendo da subito che ne avesse uno, e dunque quale scopo potessi identificarvi nei riguardi di me stesso, ugualmente accettando senza alcun dubbio che uno scopo possa e debba avere, in quanto condizione fondamentale dell’esistenza vitale tanto più di una creatura intelligente e senziente quale è l’animale-uomo, capace di trarne un’esperienza altrettanto fondamentale.

Ecco, se pur è comprensibile e legittimo pensare di evitare prima e poi nel caso di combattere il dolore, ho pensato che è una cosa sostanzialmente inutile farlo. Per meglio dire: ho pensato che il dolore è una eventualità necessaria. In parole povere, che si debba provare il dolore, ogni tanto, che lo si debba affrontare non passivamente ma nemmeno stoicamente oppure cercando sollievi meramente materiali evitando di comprendere la situazione di sofferenza dentro se stessi. Insomma, che “serva” il dolore e, nel momento in cui tocca viverlo e sopportarlo, che sia necessario comprenderlo nel contesto della propria esperienza personale in quel momento di sofferenza e ancor più appena dopo, dagli istanti successivi. Cercare di evitarlo è un atteggiamento naturale e comprensibile, pensare di evitarlo è stupido, tentare di alleviarlo senza farne decantare il senso esperienziale nella propria mente, nell’animo e nello spirito è misero oltre che sterile. Un’occasione persa – d’altro canto inevitabile prima o poi – per accrescere la consapevolezza verso se stessi e la propria vita. Vita che, se per ipotesi assurda, fosse talmente fortunata da non proporre mai alcun dolore o sofferenza sarebbe certamente confortevole ma più povera da vivere e molto meno dotata di senso.

Quindi, ho pensato un’altra cosa: che è altrettanto necessario ammettere e così comprendere quanta grande forza ci può essere nell’inesorabile fragilità che il dolore e la sofferenza conseguente rendono palesi in noi, soggetti che spesso e volentieri ci crediamo (perché ci piace e serve crederci) così forti, sicuri di noi, inattaccabili, eppure alla fine tanto timorosi di dover affrontare nel corso delle nostre vite cose spiacevoli come il dolore autentico o un altro di quegli ostacoli a cui ho fatto cenno prima. Proprio perché l’esperienza del dolore palesa la nostra fragilità, bisogna produrre da essa la consapevolezza di dover elaborare la forza necessaria a equilibrare tale fragilità. Che è, una condizione inevitabile, quindi da vivere, non da ignorare o negare oppure pensare di contrastare.

In altre parole, ho pensato che è necessario saper ricavare dalla riflessione e dal tentativo di comprensione e assimilazione del senso e dello scopo del dolore patito un proprio personale ethos, un carattere, una disposizione, specifica della circostanza e del momento ma al contempo unanime a quella condotta vitale consapevole che dovrebbe guidare qualsiasi buon individuo – ovvero chi voglia essere tale, per se stesso e per il contesto nel quale vive – nel proprio tempo al mondo. E quindi da questa “ethos” elaborare una ethikos, una “nozione culturale” (vorrei dire prima “filosofica” ma mi sembra fin troppo, in forza del suo naturale e necessario pragmatismo) che possa farsi subitamente ingrediente importante di vita e di esistenza quotidiana, alimentandone da quel momento in poi il senso e la sostanza concreta, sia materiale (nelle azioni quotidiane) che immateriale (nel pensiero alla base delle azioni quotidiane).

Il dolore, quando ci si trova a doverlo affrontare – e prima o poi succede, ripeto – è un’esperienza talmente profonda che non posso non pensare sia e debba essere utile. Non posso credere che, in un modo o nell’altro e al netto della sofferenza e di ogni altro suo portato fisico, il suo senso possa farsi scopo e elemento a me utile per cercare di diventare una persona “migliore” o, quanto meno, più umanamente strutturata di prima, per così dire. Dunque il punto non è tanto nel “superare” il dolore patito – in qualche modo questo accade naturalmente, col tempo – e ovviamente nemmeno nel farne una condizione stoicamente cronica (sarebbe solo un tentativo puerile e degradante di alleviarlo) magari condivisa con altri, ma farne scopo, significato, nozione e quindi esperienza sensibile nel senso più alto, ampio e compiuto di tale definizione. Qualcosa che diventa parte integrante della mia esistenza, vi si deposita e matura, riverberandosi in me stesso, nelle mie azioni personali e, in modo profondamente empatico, nella relazione con il mondo nel quale vivo e con ogni cosa che contiene. Credo che «l’esperienza del dolore che sta nella circolarità tra danno e senso» (Natoli) deve elaborarsi in nuova, per certi versi inopinata, empatia relazionale per me stesso e da me stesso verso il mondo. Il che in fondo rappresenta, a mio modo di vedere, l’unico aspetto di “condivisione” possibile dell’esperienza del dolore che d’altro canto, come detto, in quanto tale resta sempre e comunque singolare e soggettiva, unica, speciale.

Ecco perché un giorno – anzi no, da subito quel dolore patito nei recenti giorni festivi mi è e mi sarà utile. Nei momenti che vi ho descritto il titolo del libro di Peter Cameron, che non ho mai letto, mi si è acceso in mente e da allora pulsa come una scritta al neon la cui luce chiara e calda si riverbera intorno, illuminando i pensieri e spargendosi fin giù nell’animo e nello spirito. Da qui viene la scelta del titolo per le riflessioni che, forse, avete letto.

Questo è quanto volevo (dovevo) mettere nero su bianco.
Grazie di cuore a chiunque leggendo sia giunto fino qui, alla fine.