Silvia Romano e i fondamentalisti

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Alla fine, mi pare di poter dire, quello che è successo a Silvia Romano è di essere passata dalle mani di un gruppo di fondamentalisti alle “mani” di un altro gruppo di fondamentalisti.
Dacché cambiano le forme tra i due, certo, ma la sostanza alla fine è indubbiamente la stessa. Già.

 

Prosopopea

[Foto di Chräcker Heller da Pixabay ]

In questi giorni, in tv, mi ha colpito ********** che ripeteva la parola “scrittore” assumendosi il ruolo di chi ci spiega che cos’è uno scrittore, e mi ha colpito il modo di ********* di parlare del suo nuovo disco. La parola che mi è venuta in mente in entrambi i casi è: Prosopopea. Nel primo caso seria, solenne, quasi enfatica. Nel secondo, irriverente, autoironica, ma non meno boriosa. Prosopopea è pròsopon= persona e poieo=fare. In entrambi gli esempi, ciò che mi ha più attratto (negativamente, non lo nascondo) è la personificazione di un sé astratto attraverso un sé reale. La rappresentazione di se stessi, insomma. Chi si autorappresenta associa a un senso di inadeguatezza un narcisismo quasi patologico. E’ ancora in quella fase adolescenziale in cui deve illustrare se stesso. E lo fa con la tutela di un successo che ne perdona le arroganze. Lo dico in generale, perché scrittore e musicista citati (che, ammetto, non amo) sono solo due esempi.

Da un post di Grazia Verasani pubblicato sulla propria pagina facebook (nel 2016, ma resta inesorabilmente attualissimo), ripreso dall’amico Paolo Ferrucci sulla sua, con le cui osservazioni mi trovo mooooolto d’accordo anche perché mi fanno tornare in mente questa cosa qui, cioè che sarebbe quasi il caso di pubblicare i libri senza i nomi degli autori sulla copertina – una cosa alla quale il pensiero mi ritorna spesso per come mi sembri, non sempre ma spesso, alquanto sensata. Che poi può valere anche per i dischi, ovvio, ma per i libri soprattutto, io credo.

Ah, i nomi dei due personaggi citati da Grazia Verasani, lo scrittore e il musicista, li ho tolti per rispetto – diciamo così – in quanto soggetti di osservazioni non mie, ma ovviamente li trovate “in chiaro” nelle pagine facebook sopra linkate.

Se piove come in un Monet

[Claude Monet, “La pioggia”, 1886-87, olio su tela, collezione privata.]
A volte, piove così bene e con la pioggia tutto così bene si bagna e si lustra, illuminandosi e riprendendo colore o assumendone di così vividi, che a uscire con l’ombrello sembra quasi una cosa brutta, da maleducati, negligenti o da menefreghisti, già.

Tutto intorno è bagnato, le strade gli alberi le siepi i prati le pietre le case gli animali l’aria… e noi no? Almeno un po’ di quella bella pioggia noi non ce la prendiamo, e senza che ci sia alcun bisogno di lamentarsi? Va bene, se è in corso un gran nubifragio no, ma se invece la pioggia cade così bene che sembra di essere in un quadro di Monet

Ma, forse, sono “di parte”, per così dire. Nel senso che non sopporto gli ombrelli e, in certi casi, come le persone li utilizzano, ecco.

Ecco il governo, ecco la sua giustizia

Essere governati significa essere guardati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, valutati, soppesati, censurati, comandati da persone che non ne hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, censiti, tariffati, timbrati, tosati, contrassegnati, quotati, patentati, licenziati, autorizzati, apostrofati, ammoniti, impediti, riformati, raddrizzati, corretti. Significa, sotto il pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, essere addestrati, taglieggiati, sfruttati, monopolizzati, concussionati, pressurati, mistificati poi, alla minima resistenza e alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, vessati, taccheggiati, malmenati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi e, come se non bastasse, scherniti, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale.

[Foto di Nadar, pubblico dominio; fonte qui.]
(Pierre-Joseph Proudhon, Idée générale de la Révolution au XIXe siècle (1851), Paris, Rivière, 1923; ed. it. L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo, Centro Editoriale Toscano, Firenze, 2001. Citazione “rubata”, di nuovo, a Paolo Nori che l’ha pubblicata nel suo sito qui. Lodi e glorie imperiture a lui, come sempre.)

“La voce del popolo”

[Foto di Aubrey – Opera propria, CC BY-SA 1.0; fonte qui.]

L’Ur-Fascismo si basa su di un populismo qualitativo. In una democrazia i cittadini godono di diritti individuali, ma l’insieme dei cittadini è dotato di un impatto politico solo dal punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza). Per l’ Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il “Popolo” è concepito come una qualità, un’ entità monolitica che esprime la volontà comune. Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati, pars pro toto, a giocare il ruolo del Popolo. Il Popolo è così solo una finzione teatrale. Per aver un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello Stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentato e accettato come la “Voce del Popolo”.

Ecco, poi, che faccio ricerche tra infiniti appunti per cercare alcune cose e me ne saltano fuori altre altrettanto utili. Soprattutto da riproporre e rileggere – anche periodicamente e comunque regolarmente: come gli articoli di Umberto Eco sull’Ur-Fascismo, usciti su “La Repubblica” nel 1995 (e i cui principi sono oggi raccolti in questo libro edito da La Nave di Teseo), quando la pervasività psicomentale della TV non era ancora così spinta (quantunque già lo fosse parecchio, ai tempi), quella di internet era allo stato embrionale, e le pulsioni neofasciste non erano certo sostenute da bassi populismi e sovranismi biecamente propagandati – almeno per gran parte – da una politica sempre più allo sbando come oggi sta accadendo, non soltanto in Italia, 25 anni dopo le parole di Eco. Il quale di nuovo dimostra la grande e lucidissima sagacia che ha sempre contraddistinto il suo pensiero e l’obiettiva, profonda visione della realtà che sapeva formulare come pochi altri, al punto da risultare non solo adattissima al presente (come si nota bene nella citazione) ma ancora molto “avanti”, e per questo pienamente illuminante.

Il brano lì sopra citato, in particolare, viene da questo articolo de “La Repubblica”; cliccate qui per leggerlo nella sua interezza. E leggetelo che è alquanto utile, appunto.