Un anno per celebrare Alberto Giacometti nella sua Val Bregaglia

[Anno 1940, foto di Emmy Andriesse – http://hdl.handle.net, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]
Nell’anno in corso si celebrano i centoventicinque anni dalla nascita e i sessanta dalla morte di Alberto Giacometti, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi le cui opere, soprattutto le celeberrime sculture in bronzo, tanto minimaliste quanto espressivamente potenti e ipnotiche (ne ho avuto esperienza diretta nei musei ove le ho potute ammirare) hanno raggiunto record di vendita in asta tra i più alti di sempre: ad esempio nel 2015 “L’homme au doigt” (la vedete nell’immagine qui sotto) è stata aggiudicata per 141,28 milioni di dollari da Christie’s a New York. D’altro canto l’importanza dell’arte di Giacometti travalica il proprio mero ambito per toccare diversi aspetti, materiali e immateriali, che danno forma e immaginario alla nostra contemporaneità.

Ma forse più di ogni altra cosa io trovo affascinante, di Giacometti, la sua origine montanara, di una delle valli più belle e emblematiche delle Alpi tra Svizzera e Italia: la Bregaglia, da millenni corridoio orografico e culturale di giunzione tra la pianura padano-lombarda e più in generale il bacino del Mediterraneo, la regione alpina settentrionale e il centro-nord Europa. Una genesi alpina che Giacometti ha fuso con tutti gli altri ambienti sociali e culturali frequentati nel corso della sua vita e che molti storici e critici d’arte ritrovano nei suoi lavori artistici.

[Il villaggio di Stampa. Fonte commons.wikimedia.org.]
In Bregaglia, a Borgonovo di Stampa, nel villaggio natale della famiglia del grande artista e presso il cui cimitero riposa con i familiari, tutti identificati da lapidi semplicissime, ha sede il Centro Giacometti, che mira a curare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale materiale e immateriale legato alla famiglia e al suo principale esponente, mentre la Fondazione Ciäsa Granda/Atelier Giacometti conserva alcune opere rimaste in valle e rende accessibile di tanto in tanto l’Atelier, sito sempre a Stampa.

[Le semplici lapidi delle tombe dei Giacometti nel cimitero di Stampa. Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]
Ovviamente il Centro Giacometti ha messo in calendario alcuni eventi, diffusi lungo l’intero anno, che celebreranno Alberto e il suo legame con il territorio bregagliotto. Uno degli appuntamenti principali e più intriganti sarà il simposio in programma a luglio dal titolo: “I percorsi di Alberto Giacometti nello specchio delle sue origini” che, come si legge nel sito del Centro, «farà in particolare luce su alcuni fatti significativi legati alla valle di Giacometti e al mondo culturale italiano da lui frequentato. Ricercatori universitari, curatori e psicanalisti illustreranno vari aspetti del Giacometti “bregagliotto”, cresciuto e formato in una valle di montagna Svizzera, adiacente al mondo lombardo.»

[Giacometti fotografato a Stampa da Henri Cartier-Bresson nel 1961. Immagine tratta dalla pagina Facebook J-Arts.]
Per celebrare a modo mio (cioè minimamente, per quel che posso fare) questo “anno giacomettiano”, ripropongo qui un articolo di qualche tempo fa (lo pubblicai la prima volta nel 2014) su uno degli aspetti più singolari e per certi aspetti sconcertanti dell’origine bregagliotta di Alberto Giacometti e della sua presenza in valle, che dal giorno che lo scoprii (grazie a Philippe Daverio) mi ha sempre meravigliato – in diversi modi si possa intendere tale aggettivo. Lo ripropongo di seguito, come detto, con alcune immagini aggiornate, anche nella speranza che possa meravigliare come me molti altri; tenete presente che alcuni cose scritte si riferiscono all’epoca della sua stesura e oggi risultano superate.

[Giacometti al lavoro a Stampa. Immagine tratta da www.giacometti-stiftung.ch.]
Passare accanto al “genio” e (forse) non saperlo

Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: “Chariot, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, “Homme qui marche”.

Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.

Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di Sankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa sempre specie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – be’, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate; oggi sarebbe da aggiornare in Mister 350 milioni, visto il successivo record di “L’homme au doigt” del 2015 sopra citato)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!

[Giacometti e la moglie Annette insieme al critico d’arte e poeta giapponese Isaku Yanaihara nei dintorni di Stampa, 1961. © Fondation Giacometti, Parigi, immagine tratta da www.ilgiornaledellarte.com.]
Ma, scherzi a parte, e mi ripeto, è quanto meno particolare questo estemporaneo accostamento tra due ambiti così diversi: l’arte di qualità eccelsa (e di valore economico incredibile) di Giacometti, e il consumismo turistico tipico della nostra epoca moderna – nel quale non c’è nulla di male, sia chiaro, ma il contrasto tra le due cose è sicuramente forte. Io stesso ci passo di lì tante volte, per andare a salire qualche mirabile vetta engadinese; tuttavia, quell’ignoranza senza colpa alcuna verso la presenza storica (e non solo) di Giacometti su quella trafficata strada è un qualcosa che vorrei vedere attenuarsi. Perché Giacometti è stato grandissimo, lo ribadisco, e, suvvia, perché le sue opere oggi valgono ben di più di quelle Ferrari o delle Porsche che sfiorano l’atelier Giacometti per andare a vanagloriarsi lungo le vie di Sankt Moritz!

P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte. La scritta è visibile e quasi del tutto leggibile anche nelle immagini di Google Maps (cliccateci sopra per ingrandirla):

MONTAG/NEWS #14: cosa è successo di interessante (nel bene e nel male) sulle montagne la scorsa settimana?

Ovviamente sono successe tantissime cose e non servivano certo le Olimpiadi di Milano Cortina per animare la realtà quotidiana dei territori montani! Eccovi dunque un nuovo numero della mini-rassegna stampa a cadenza domenicale di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella scorsa settimana parecchio interessanti da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Come ricordo sempre, di notizie concernenti le montagne ne escono a bizzeffe tutti i giorni sui media d’informazione, alcune parecchio superficiali e conformistiche, altre più obiettive e dunque valide: questa mini-rassegna stampa è un tentativo di non perdere alcune delle notizie più significative. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


LO SCI E LA CASSA INTEGRAZIONE “CLIMATICA”

Il sito d’informazione “GRI.media” riferisce che, a causa della scarsità di precipitazioni nevose che interessa anche parte delle Alpi svizzere, sei aziende, cinque nel settore della ristorazione sulle piste e un’attività mista di impianti di risalita e esercizi pubblici, hanno richiesto l’indennità per lavoro ridotto all’Ufficio grigionese per l’industria, arti e mestieri e lavoro (UIAML), un equivalente della cassa integrazione italiana. Una necessità che la crisi climatica, e di conseguenza la crisi dello sci, sta rendendo sempre più frequente e emblematica circa la transizione turistica ormai ineludibile per molte stazioni sciistiche.


LO STORDIMENTO CULTURAL-OLIMPICO

Su “AltraeconomiaPaolo Pileri riflette sulla «macchina dello stordimento culturale e del consumismo» che, indossata la divisa olimpica di Milano Cortina, viene imposta anche in luoghi impensabili. Lo dimostra il caso, emblematico quanto bizzarro, di Loro Ciuffena, nel cuore della Valdarno, nel cui centro è stata inaugurata “una suggestiva Ski-Station a cielo aperto”, per “portare nel cuore del paese tutto il fascino e l’energia delle più celebri località alpine”. Non è folklore paradossale, rileva Pileri, ma è una tendenza nazionale a piegare il patrimonio pubblico ed è un grosso problema: per il patrimonio stesso e per l’identità culturale del paese.


ALLA MONTAGNA SERVE CULTURA AMMINISTRATIVA

Paolo Piacentini su “Italia che cambia” torna a riflettere su ciò «che manca alla montagna italiana e in generale alle aree interne per essere tutelate: una formazione politica e amministrativa capace. Non bastano leggi e soldi». Quindi rilancia: «E se la montagna, in quanto spina dorsale del Paese, diventasse il luogo privilegiato di sperimentazione di nuove forme dell’abitare basate sulla cura del territorio e su un’economia sobria e solidale?» Una proposta quanto mai condivisibile e paradossalmente “rivoluzionaria” nonostante la sua ovvietà: eppure sembra che la politica nostrana continui pervicacemente a ignorarla, se non a avversarla.


QUANTI SONO I LUPI NELLE ALPI?

Il progetto LIFE WolfAlps EU ha diramato i dati aggiornati sulla presenza del lupo nelle Alpi, e ne dà notizia “Lo Scarpone”. La stima attendibile al 95% è di 1.124 lupi (meno di quanti spesso si ritenga), ma con una dinamica evolutiva a due velocità: nel settore centro-occidentale (Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta) ci sono 768 individui stimati, con una presenza consolidata tra i monti e la tendenza a muoversi verso le pianure; nel settore centro-orientale (Lombardia, Triveneto) gli individui stimati sono 356 e si registra il tasso di crescita montano più elevato. Inoltre i dati rimarcano l’estrema mobilità transfrontaliera della popolazione alpina di lupi, che rende necessaria la gestione collaborativa organica tra tutti i paesi delle Alpi.


MA SONO OLIMPIADI IN CUI SI SCIA O SI CORRE?

Manca sempre meno all’inizio delle Olimpiadi di Milano Cortina e sulla stampa la definizione più usata al riguardo è «corsa contro il tempo», un linguaggio più da gare di atletica che di sci! Tuttavia obiettivo, visto che quasi tutte le opere, anche quelle destinate a ospitare le gare, sono in ritardo. E lo sono non per gli imprevisti di un normale processo di realizzazione ma per la superficialità, l’incompetenza, il dilettantismo di chi sta organizzando i Giochi. Non solo: c’è anche la corsa contro i debiti, perché molte opere hanno sforato i budget di spesa e abbisognano di ulteriori soldi per coprire i costi. Chi li metterà questi soldi, secondo voi?


GLI SCI A MOTORE NON SONO UNO SCHERZO (PURTROPPO!)

Quando lo scorso anno sono stati presentati gli e-Skimo, i primi sci con motore e cingoli per risalire i pendii nevosi con meno sforzo – una sorta di versione sciistica delle e-bike, in pratica – in tanti hanno pensato a una sorta di scherzo, di pesce d’aprile. Invece la start-up italosvizzera che li ha proposti insiste, con il fine di «rendere lo sci, e in generale la montagna, più accessibile per tutti.» Costo per tale “fine”: 5.000 Euro al paio. Ora, al netto del senso di una proposta simile e del termine “accessibile” – uno altro di quelli ormai iper-abusati, anche sui monti – la domanda che sorge spontanea è: veramente c’è gente che spenderebbe quella cifra per un paio di sci bizzarramente motorizzati pensando di “godersi” in questo modo le montagne?


 

L’arte che contribuisce a rigenerare i territori montani (contro la monocultura turistica)

[Immagine generata con l’IA tratta da www.qualitytravel.it.]
La montagna sottoposta alla monocultura turistica – che sia sciistica stagionale o “destagionalizzata” poco cambia: il modello è lo stesso, copiaincollato nelle forme e nella sostanza – è inevitabilmente destinata a fare una brutta fine, sia economicamente che socialmente, demograficamente, ambientalmente, culturalmente. Nella realtà attuale, e nel futuro prossimo, l’unico sviluppo realmente positivo per i territori montani è multiculturale, con le varie specificità espresse e potenziali messe in rete e sostenute con un piano organico a lungo termine: va bene il turismo ma se realmente sostenibile e contestuale ai luoghi, poi ci vuole l’imprenditoria locale, l’economia circolare, la tutela e la cura del territorio, l’arte e la cultura.

«Sì, ma non c’è niente che faccia i numeri e gli incassi dello sci!» risponderà qualcuno, come spesso accade. Già, ma con quali conseguenze, quali impatti materiali e immateriali nei territori locali? E con quale futuro, vista la crisi climatica? In realtà, l’industria turistica di massa fa grandi numeri perché non consente a nessun’altra economia locale di farne – per questo è definita “monoculturale”: chi dice che se il territorio potesse esprimere le proprie potenzialità al di fuori dell’ambito turistico non farebbe numeri importanti e magari, con l’andar del tempo, anche superiori a quelli del turismo massificato? Quanto sono supportate dalla politica le realtà dei territori al di fuori della filiera turistica turistici affinché possano sviluppare le proprie filiere economiche locali? Poco o nulla, lo sappiamo tutti.

[Il progetto “Macirossa” della Fondazione Rossarte, in Val Calanca.]
Dunque, da una parte abbiamo una monocultura economica di stampo turistico che fa grandi numeri ma dal futuro sempre più incerto, dall’altra abbiamo numerose economie che fanno piccoli numeri ma che possono soltanto crescere e a lungo, se adeguatamente supportate. Piccoli numeri la cui somma potrebbe rapidamente superare quella della monocultura turistica, senza determinare l’impatto pesante e degradante di questa sui territori.

Ad esempio, in tema di arte e cultura: nei Grigioni, cantone svizzero montano per antonomasia, nel tempo sono stati aperti e sviluppati numerosi luoghi espositivi e di produzione artistica, spesso in piccoli comuni alpini per i quali l’arte e il suo pubblico sono diventati un volano economico importante nonché un elemento di pregio per l’immagine e l’identità del luogo. L’articolo della RSI (la Radiotelevisione della Svizzera Italiana) che vedete qui sotto ne elenca alcuni e con essi io ricordo anche le Biennali di Calanca e di Bregaglia: elementi di generazione di un turismo sostenibile e consapevole realmente in grado di valorizzare i territori dialogando con le specificità locali, sia naturali che antropiche, contribuendo fattivamente alla rete economica territoriale e all’immagine turistica peculiare.

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Anche sulle montagne italiane di esperienze simili ce ne sono numerose: un esempio delle mie parti è il MACA, Museo dell’Arte Contemporanea all’Aperto di Morterone, sulle montagne lecchesi, il comune meno popolato d’Italia – ma, appunto, ce ne sono tante altre. Perché non svilupparne la presenza in molte altre località montane, sfruttando la grande capacità dell’arte di rivitalizzare luoghi e territori (grazie agli spazi espositivi, agli eventi, alle residenze d’artista, allo sviluppo dei talenti e alla riscoperta degli artisti locali, alla possibilità di costituirsi come centri e/o fondazioni culturali, dunque anche soggetti economici, che sviluppano una propria specifica imperenditorialità culturale, alle innumerevoli partnerships possibili con soggetti accademici, scientifici, culturali…) rigenerandone l’identità culturale e attirandovi risorse umane materiali e immateriali fondamentali oltre che turisti e visitatori, tutti elementi benefici anche per qualsiasi altra economia attiva localmente?

[La sede espositiva del MACA di Morterone.]
Le montagne sono ricche di potenzialità sovente inespresse perché represse da elementi tanto soggioganti quanto soffocanti per i territori: basterebbe non guardare più soltanto verso una sola direzione ma osservare intorno e vedere, dunque comprendere, la realtà effettiva di quei territori, capendo dunque come svilupparne organicamente le potenzialità presenti. Serve la volontà di farlo, soprattutto: una volta che c’è questa ed è ben solida e consapevole, il resto viene di conseguenza. Anche perché, come detto, se l’unica visione che si continua a guardare davanti a sé davanti si fa sempre più fosca e non si è capaci di osservare altrove, la sorte infausta è pressoché certa.

“Errando per antiche vie” e restando nella memoria dei territori olimpici

È stato un gran privilegio per me partecipare a Errando per antiche vie. In cammino da Cortina a Milano, l’evento performativo che da Cortina, dopo 250 Km e 12 giorni di cammino consecutivi, martedì 16 dicembre è arrivato a Milano raccontando lungo il percorso i territori coinvolti nelle prossime Olimpiadi invernali e dando voce alle loro comunità. È stato bello fare un pezzo di quel cammino, tra Olgiate e Campsirago, sul Monte di Brianza, per poi dialogare con Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, del suo (e di Duccio Facchini) ultimo libro “Oro colato”, che riassume ciò che sono e purtroppo saranno le Olimpiadi nei prossimi mesi e anni, e farlo nei meravigliosi spazi di Campsirago Residenza di fronte a un pubblico così numeroso da riempirli completamente, attento e partecipe, che in buona parte si è poi fermato per la cena comunitaria.

Errando per antiche vie, ideato da Michele Losi e organizzato da Campsirago Residenza con ORA – Orobie Residenze Artistiche e Danzare A Monte_Pluraldanza, è un evento solo apparentemente “piccolo”, in realtà dotato di una forza dirompente e di un valore non solo culturale ma pure sociale e politico che, sono certo, resterà nel tempo e alimenterà la riflessione e la consapevolezza di molte persone intorno alla relazione con i propri luoghi abitati. I camminatori hanno attraversato i territorio olimpici, ne hanno raccontato la realtà, dato voce e ascoltato le comunità locali e i turisti occasionali, coinvolto le associazioni che operano negli ambiti socioculturali in quei territori, messo in relazione persone d’ogni genere, istituzioni, giornalisti, artisti… tutte cose che dovrebbero risultare “normali” e invece non sono più così scontate, anzi: spesso risultano quasi “sovversive”, per qualcuno fastidiose. Ecco perché Errando è stato e resterà importante per molto tempo, al netto dell’evento olimpico che passerà rapidamente e, viceversa, lascerà nei territori cose molto meno importanti e positive.

Ringrazio di cuore tutto il team di Errando… per avermi coinvolto nell’evento, e in particolar modo Sofia Bolognini, Lorenza Brambilla, Michele Losi, oltre che Luigi Casanova per la sua disponibilità e cordialità e gli amici preziosi del CAI di Calco e dell’Associazione Monte di Brianza.

Alcune considerazioni importanti e pragmatiche, finalmente, sul lupo nelle Alpi

Lo sanno ormai anche i sassi quanto la questione relativa al ritorno del lupo sulle Alpi sia da un lato complessa e ricca di sottotemi da non trascurare e dall’altro estremamente polarizzata e strumentalizzata per fini che nulla hanno a che vedere con la sua autentica comprensione e tanto meno con la gestione pratica delle problematiche relative. Tuttavia si può constatare quotidianamente, o quasi, come il tema sia toccato dalla stampa e dunque sia presente nei dibattiti relativi alla realtà montana contemporanea, anche al netto di tutte le devianze che la inquinano.

Chiunque si occupi come me di terre alte, paesaggi montani (nel senso più ampio della definizione), geografie antropiche e vita sulle montagne, sia stanziale che occasionale, inevitabilmente il lupo se lo ritrova davanti, e scansarlo solo per parimenti sottrarsi alle polemiche spesso sterili se non del tutto ottuse che altrettanto inevitabilmente genera, non mi sembra corretto. D’altro canto a me, da studioso di paesaggi (vedi sopra), verrebbe di disquisire del tema soprattutto dal punto di vista culturale e antropologico, ma tra le persone che ho il privilegio di conoscere c’è Marzia Verona, pastora di professione in Valle d’Aosta e insignita della “Bandiera Verde” 2025 proprio per i meriti della sua attività oltre che scrittrice e figura assolutamente attenta e sensibile nei confronti dei temi che caratterizzano la realtà contemporanea delle nostre montagne.

A lei, dunque, ho voluto chiedere un parere ben più consapevole e edotto di molti altri (me incluso) sul tema del lupo. In passato, ovvero quando ha espresso le proprie idee sul tema, Marzia ha già subito numerosi attacchi offensivi da gentaglia di infima risma. Qui, ora, mi riserverò il diritto/dovere di eliminare i commenti più incivili e comunque tengo a rimarcare come ciò che mi ha raccontato Marzia – e la ringrazio infinitamente per questo grande “regalo” che mi ha concesso – è assolutamente concorde alla mia idea sulla questione.

Ecco dunque ciò che Marzia ha espresso sul ritorno del lupo nelle Alpi. Sono considerazioni estremamente interessanti e illuminanti, spesso ben poco toccate dai dibattiti che si trovano sulla stampa e sui social media, da leggere e meditar con attenzione. Chiunque vi può aggiungere le proprie ma, ribadisco, nelle modalità sopra rimarcate.

«L'argomento è molto complesso, semplificandolo si rischia sempre di non farsi capire da chi non conosce a fondo la questione. Se ci limitiamo, per esempio, ai numeri di capi predati, guardiamo solo una piccola parte del problema. Forse questo sembra assurdo, perché si tende a guardare quasi sempre solo quel dato, ma puoi incontrare un allevatore che non ha avuto predazioni molto più arrabbiato di chi invece le ha subite. Perché? Perché il "problema lupo", per l'allevatore, significa una miriade di danni collaterali:

- stress psicologico, la continua paura di avere delle predazioni, alzarsi di notte a controllare, dormire con i sensi sempre all'erta se si sente i cani che abbaiano, le campanelle che risuonano all'improvviso..., ma anche la sofferenza di trovare gli animali predati, morti o feriti, animali che hai visto nascere, che hai selezionato per le loro caratteristiche produttive, ma anche per la bellezza, per il carattere, eccetera;

- aumento dei costi, necessità di avere più aiutanti, necessità di acquistare materiale per difendere il gregge (reti, elettrificatori, dissuasori luminosi e/o acustici), cani da guardiania (e loro alimentazione);

- mancati redditi, perché si gestisce il gregge in modo differente rispetto a prima, per esempio molti pastori non fanno partorire le pecore durante la stagione d'alpeggio perché la pecora con l'agnello si allontana per partorire, perché resta indietro, eccetera, quindi si concentrano le nascite in altri periodi e di conseguenza l'offerta di agnelli in alcuni periodi (se aumenta l'offerta, il prezzo ovviamente scende);

- gestione dei cani da guardiania, il quale a volte è un problema maggiore del lupo stesso! Nelle zone ad alta frequentazione turistica, il confronto/scontro con gli altri fruitori della montagna è una "guerra" quotidiana, non sempre per colpa del pastore. È vero che ci sono cani non adatti o non adeguatamente inseriti nel gregge, ma ben più sovente ci sono escursionisti, ciclisti, turisti che non rispettano quelle poche elementari regole da seguire quando si incontra un gregge con questi cani (situazione ancora più complicata se il turista ha con sé dei cani da compagnia). Succede che il tutto arrivi ad avere risvolti anche piuttosto spiacevoli, fino alle denunce reciproche.

Questi non sono che alcuni aspetti. Bisognerebbe poi differenziare tra allevatori che salgono dalla pianura per la stagione d'alpeggio e chi invece resta in valle tutto l'anno, ma devo dire che, in questi ultimi anni, il lupo sta "seguendo" le greggi anche in pianura, quindi ormai ci sono attacchi durante l’intero arco dell'anno e non solo per chi resta in quota.

Tra gli allevatori le posizioni sono diverse: ci sono quelli che si ostinano a dire «bisogna abbatterli tutti!» e fanno poco per cercare di difendere i loro animali e altri che invece preferirebbero che il lupo non ci fosse, ma nel frattempo adottano vari accorgimenti per difendere gli animali.

Secondo me è impossibile ridurre a zero il rischio di attacchi. Le recinzioni servono per la notte, ma quando si pascola l'unico strumento sono i cani. Per essere efficaci al 99% ne servono davvero tanti, le greggi di grosse dimensioni dovrebbero avere 10, 15 o 20 cani da guardiania. Si immagini cosa vorrebbe dire a livello di spese per l'allevatore (cibo, vaccinazioni, assicurazioni) e soprattutto cosa significherebbe per chi passa di lì in bici o a piedi. Ho un amico che ha un piccolo gregge (neanche 200 capi) e ha 8 cani da guardiania: lui ha scelto razze più equilibrate, predazioni non ne ha avute (in montagna il numero dei suoi capi aumenta, ne prende da diversi altri piccoli allevatori), ma problemi con i turisti invece sì.

Cosa potrebbero fare le istituzioni? Ad esempio non c’è una normativa apposita sui cani da guardiania e dunque regolamentare la questione: puoi prenderti una denuncia per "omessa custodia del cane" (mi pare sia questa la dicitura), perché ovviamente il cane da guardiania deve fare il suo mestiere di sorvegliante e non stare attaccato ai piedi del padrone.

In Francia hanno più "coraggio", all'imboccatura di certi sentieri non solo c'è il cartello che spiega la presenza di cani con il gregge e le regole di comportamento da tenere, ma dice anche di non salire lì se si ha paura e/o si hanno con sé cani da compagnia. In Svizzera ci sono anche cartelli con mappe molto chiare che indicano la zona dove pascola il gregge e i sentieri che la attraversano, così che l’escursionista si possa regolare di conseguenza.

Sempre in Francia, da quando c'è il problema dei predatori, le istituzioni collocano negli alpeggi (soprattutto in alta quota) delle casette prefabbricate in legno, moduli abitativi con tutto l'essenziale, dalla stufa al pannello fotovoltaico, in modo che il pastore possa stare vicino alle pecore anche nelle parti più alte dell'alpeggio, senza doverle far scendere quotidianamente o doverle lasciare da sole (anche se nel recinto) per rientrare alla baita (cosa che invece si fa nella maggior parte degli alpeggi in Italia).

Da noi ogni regione si comporta diversamente. La Valle d'Aosta, ad esempio, paga lo stipendio a un aiuto pastore per la stagione estiva se c'è un gregge abbastanza consistente (non ricordo il numero esatto di capi, dove mandiamo noi le capre ce ne sono circa 250 e chi gestisce l'alpeggio usufruisce di questo contributo). Secondo me questo è un intervento molto utile, ben più importante che comprare qualche rete di protezione.

In realtà nella politica locale mi sembra che ci sia ben poca competenza e comunque spesso una certa politica sembra più pronta a cavalcare l'onda degli abbattimenti, che costano meno (rispetto a stipendi, cani, moduli abitativi, eccetera) e riscuotono sicuri applausi dagli allevatori. Così sembra che faccia di più il politico che dice di voler ottenere gli abbattimenti che non il tecnico che studia quali misure di compensazione si potrebbero offrire agli allevatori.

In generale sicuramente non c'è una soluzione facile altrimenti si sarebbe già trovata, almeno da qualche parte, e quella parte di politica che continua a promettere gli abbattimenti fa non pochi danni agli allevatori che continuano ad aspettarsi quella "soluzione" senza cercare alternative per difendere il proprio bestiame.

Inoltre, l'abbattimento effettuato da fantomatiche squadre (forestali o non so chi altro) secondo me non può dare grandi risultati, perché magari si abbatte sì un lupo ma non quello più pericoloso, quello confidente che si avvicinava al gregge anche quando c'è l'uomo, eccetera. Secondo la mia opinione sarebbe molto più efficace un tiro da parte del pastore: lui è lì, vede il predatore, gli spara. Probabilmente non lo colpisce nemmeno, ma lo spaventa e il lupo è molto intelligente, da quel momento assocerà al gregge un pericolo e non un “discount” facilmente raggiungibile dove procurarsi il cibo. Immagino però che a questo punto stiamo affrontando dettagli sempre più delicati che scatenano polemiche sempre più vivaci, soprattutto se uno non ha idea di come funzioni la gestione di un gregge o l'etologia del predatore.

Un'ultima cosa fondamentale che va rimarcata: la presenza dei predatori colpisce soprattutto i piccoli, piccolissimi allevatori, i veri custodi del territorio, del paesaggio, delle razze autoctone (e, spesso, anche dei prodotti tipici). Talvolta sono hobbisti, oppure hanno aziende che ormai potrebbero essere definite “micro” (poche decine di capi o anche meno, parlo di capre, pecore, talvolta anche bovini). La passione è il motore di queste realtà, spesso in bilico dal punto di vista economico (o, come dicevo, sono hobbisti, pensionati, giovanissimi oppure persone che hanno un'altra attività principale). Se la "convivenza" con i predatori diventa drammatica (animali allevati con tanta cura, animali che hanno un nome, che sono letteralmente parte della famiglia... trovarseli sbranati è una vera tragedia) o comunque insostenibile economicamente, alla fine, con la morte nel cuore, si rinuncia. Si vende tutto, si smette di allevare. Per i "grandi allevatori" è diverso, la perdita di qualche capo è certamente un problema economico e non solo, ma viene assorbita più facilmente. Se si guardano solo i numeri, magari sul territorio c'è sempre lo stesso patrimonio zootecnico in termini di capi, ma le aziende sono sempre meno, certe razze sono sempre meno presenti, si abbandonano i territori già più fragili: perché con 20 pecore o 20 capre vai a pascolare prati e praticelli ripidi, fai anche il fieno a mano, ma se il tutto passa alla grande azienda, quei fazzoletti non sono più interessanti e verranno lasciati all'abbandono.»

Grazie ancora di cuore a Marzia Verona. E anche alle sue meravigliose capre!