Un paese di paesi in montagna, e di genti di montagna

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La mappa dell’Italia qui raffigurata (cliccateci sopra per ingrandirla) è assolutamente emblematica: in poche parole, illustra l’attuale situazione demografica nazionale, in forza della quale 30 milioni di italiani vivono concentrati in 1.100 comuni – le zone colorate, in pratica – e gli altri 30 milioni nei restanti 7.000 comuni – sparsi in tutta la parte incolore della mappa.

Ovvero: metà della popolazione italiana vive nei paesi e nelle cosiddette aree interne le quali, per tale semplice tanto quanto fondamentale motivo, devono essere considerate dalle istituzioni almeno allo stesso modo di quelle metropolitane e più urbanizzate/antropizzate. Anzi: considerando che la buona parte di quelle aree interne sono di montagna – perché, appunto, l’Italia è un paese fatto di paesi in un territorio fatto in maggioranza di montagne – e quindi aree con difficoltà oggettive (morfologiche, orografiche, climatiche, geologiche, logistiche, eccetera…) cospicue rispetto alle aree di pianura l’attenzione delle istituzioni dovrebbe necessariamente essere maggiore. D’altro canto, risulta ancor più evidente come sia stato nefasto il sostanziale disinteresse istituzionale verso la montagna e le aree interne dei decenni scorsi, che ha causato o ha concorso a provocare molte delle problematiche sociali e sociologiche che ancora oggi gravano sulle Terre Alte e sulle loro genti.

Tutto ciò, con l’auspicio che al riguardo la contemporaneità porti alle istituzioni meditazione, consiglio, cognizione della realtà e proficua volontà d’azione.

P.S.: fonte della mappa: Dataset contenente i dati territoriali e demografici dei Comuni italiani aggiornati al 01/01/2015; Elaborazione Ancitel su dati Istat. Elaborazione: Mario Di Vito. Fonte da cui è stata da me tratta: https://www.facebook.com/loredana.lipperini

P.S.#2: articolo pubblicato su Alta Vita.

Piccolo elogio imprescindibile del Paesaggio – nella sua Giornata nazionale, oggi!

Ogni volta che ne ho occasione, qui nel blog, ci tengo a ricordare come, a mio parere, il libro sia l’oggetto culturale per eccellenza, in termini di accessibilità, diffusione potenziale ed efficacia culturale.

C’è forse solo una cosa che, a tal riguardo, può superare il libro: il Paesaggio. Il più accessibile (ovviamente) e potente elemento culturale a nostra disposizione, anche dal punto di vista identitario, del quale oggi viene celebrata la relativa giornata nazionale. Già, perché al di là di qualsivoglia bieca devianza di matrice reazionaria – purtroppo “posizioni”, queste, ancora troppo diffuse e ascoltate, oggi – fin dalla notte dei tempi il legame tra l’uomo e il paesaggio è quello antropologicamente più importante e irrinunciabile. Noi siamo rispetto allo spazio in cui siamo – la dualità etimo-antropologica del verbo “essere” – e il paesaggio è, per definizione geografica nonché per percezione emotiva, la forma dello spazio vissuto, del territorio in cui stiamo più o meno a lungo, temporaneamente o stanzialmente: dunque, nemmeno troppo metaforicamente, è la “forma” di ciò che noi siamo e di cosa noi facciamo nello spazio, ovvero come lo abitiamo, usiamo, sfruttiamo, curiamo o, malauguratamente, distruggiamo.

Per questo conoscere il paesaggio, comprenderlo, armonizzarsi ad esso, correlarsi con esso e i suoi elementi peculiari, saperne percepire la bellezza in modo consapevole, salvaguardarlo, difenderlo, identificarsi in esso (anche solo per pochi momenti, ribadisco) facendo che il paesaggio identifichi chi lo vive e abita, è un esercizio assolutamente fondamentale per l’uomo, da sempre e oggi ancora di più. Non solo: è una segno indubitabile del rapporto tra l’uomo e il paesaggio, del livello di cultura diffuso nella sua società e del relativo senso civico-ecologico – “eco-logia”, dal greco οἶκος, oikos, “casa” o anche “ambiente”, e λόγος, logos, “discorso” o “studio”: a dimostrazione che, parlando di “paesaggio” in senso lato – spazio vissuto, territorio, luogo, ambiente, Natura – stiamo sempre e comunque parlando della nostra comune casa. Dunque di qualcosa di realmente fondamentale – ribadisco.

Poi, come al solito, personalmente a queste giornate “spot” a favore o a sostegno di qualcosa non credo granché, anzi, anche meno. Ma che senza la cura (nel senso più ampio e profondo del termine) del paesaggio noi si sia una civiltà sostanzialmente prossima alla fine… a questo sì, io ci credo fermamente.

Camminare è un arte! (Ovvero: sulla prossima presentazione d’una nuova carta dei sentieri…)

Immagine-mappa-triplaMartedì 5 luglio prossimo, a Carenno, bellissima località sulle Prealpi Bergamasche a Sud del manzoniano Resegone, ci sarà la prima presentazione pubblica della nuova “Carta dei Sentieri Carenno, Costa Valle Imagna, Torre De’ Busi”, prodotta da Ingenia Cartoguide – una delle più prestigiose editrici cartografiche italiane – alla quale ho partecipato in veste di coordinatore e curatore delle schede informative che arricchiscono la carta sul retro. Altre presentazioni seguiranno, in località della zona interessata dalla carta (e non solo), nelle settimane successive.
La carta copre una delle più belle porzioni di territorio collinare e montano delle Prealpi lombarde, compreso tra il gruppo del Resegone e la vetta del Monte Linzone, tra le Valli Imagna e San Martino: zona di bellissimi sentieri e panorami infiniti, di innumerevoli emergenze storiche, architettoniche, rurali e culturali in genere, di tesori geologici, paleontologici, speleologici, botanici, di foreste maestose, alberi monumentali, sublimi ondulazioni prative, luoghi misteriosi e ancora selvaggi ove si tramandano leggende dal sapore ancestrale ma pure dove si può studiare, ad esempio, l’evoluzione della novecentesca frequentazione turistica della montagna – in fondo sono monti, questi, che distano neanche un’ora d’auto dal centro di Milano… Insomma, una zona da conoscere a fondo e frequentare assiduamente, per quante sorprese può donare a chi la esplora.

Quello con Ingenia è un lavoro che ormai da due stagioni porto avanti e che mi permette di concretizzare geo-graficamente, per così “letteralmente” dire, le attività di studio culturale (in senso generale) del territorio variamente antropizzato, in particolare di quello di montagna, portandole a supporto di quella che è l’opera par excellence di rappresentazione della Terra, ovvero del territorio nel quale viviamo e col quale interagiamo, più o meno virtuosamente.
Una carta geografica, ancor più se dotata d’una funzionalità escursionistica altamente dettagliata – come è la norma per le produzioni Ingenia – è veramente un’opera nel senso più alto e ampio del termine. Non solo un foglio riportante una rappresentazione del terreno con strade, case, sentieri o che altro, ma un perfetto connubio tra i due elementi sostanziali che connotano un’autentica opera creativa: corpus mysticum e corpus mechanicum, cioè il contenuto intellettuale, con il messaggio tematico e culturale proprio, e il supporto materiale, con le funzionalità pratiche ad esso conferite.
Insomma, in parole più semplici: una carta dei sentieri non è soltanto uno strumento utile a raggiungere il rifugio sui monti ove mangiarsi un piatto di polenta ovvero a non perdersi tra boschi e valli. In primis, essa è la migliore, più immediata ed efficace e a volte più estetica rappresentazione del territorio, un formidabile strumento di conoscenza il quale, attraverso i propri segni grafici, ci rende subito l’idea, la forma, la sostanza e il valore (da intendersi “culturale” in senso lato, dunque pure antropologico e sociologico) di quel pezzo di pianeta al quale fa riferimento nonché della gente che lo ha abitato e lo abita tutt’ora. Per questo, la carta dei sentieri è anche un dettagliatissimo e illuminante testo storico: ogni traccia umana riportata sul fondo grafico – strade, sentieri, mulattiere, case e paesi, edifici religiosi e rurali, fontane, sorgenti e così via – ci racconta la storia di chi è transitato su quelle strade e sentieri, sul perché sia transitato proprio lì e non altrove, su dove si sia fermato e abbia reso stanziale il suo transito, eccetera. Ribadisco sempre che il territorio è come un libro aperto sulle cui pagine l’uomo ha scritto la propria storia, e i segni grafici di tale scrittura storica sono proprio gli itinerari, le case, i paesi e ogni altra impronta antropica lasciati nel corso dei secoli.
D’altro canto con ciò non sto scoprendo nulla di nuovo: semmai riaffermo da par mio quanto attestato in passato da grandi personaggi della geografia, veri e propri filosofi della Terra come Élisée Reclus, il quale forse più di ogni altro mise in evidenza e sancì in modo ineluttabile il legame strettissimo tra storia e geografia: due discipline l’una causa/effetto dell’altra dacché la prima ha da sempre determinato la seconda – ben più che i confini politici tracciati dai potenti, ad esempio – e la seconda ha inevitabilmente influenzato la prima, su grande scala ma pure nei piccoli territori.
Ma vado ancora oltre: una carta dei sentieri può essere anche – inopinatamente ma pure innegabilmente, e capirete a breve il perché – un testo didattico d’arte. Già, proprio così: il territorio ovvero il paesaggio, infatti, è un elemento culturale – non lo dico io ma è la stessa UNESCO a sancirlo, oltre che l’articolo 1 della Convenzione Europea del Paesaggio) – “il cui aspetto o carattere derivano dalle azioni di fattori naturali e/o culturali (antropici)” – appunto. Non solo, dacché nel paesaggio è evidente anche il valore estetico, suscitante reazioni emozionali né più ne meno simili a quelle generate dalle opere d’arte: è inutile dire che è proprio il paesaggio uno degli elementi che più facilmente le persone assimilano al concetto di “bellezza”, dunque a quel valore estetico-emozionale che, come detto, rimanda direttamente all’espressività artistica. Che è, però, attività umana: ma qual è lo “strumento” primario a disposizione dell’uomo per correlarsi all’elemento culturale e “artistico” che è il paesaggio? Risposta semplicissima: il camminare. Attività “ovvia” dell’essere umano eppure fondamentale forse come nessun altra per l’evoluzione della nostra civiltà e, nella notte dei tempi come oggi, pratica insostituibile per la conoscenza, l’esplorazione, la lettura, la comprensione e l’approfondimento culturale del paesaggio, ovvero del territorio in cui ci si ritrova a muoversi. Per questo il camminare può e deve (anche) essere considerata una pratica esteticaFrancesco Careri ha scritto un bellissimo volume sul tema, nel quale peraltro racconta come effettivamente diversi movimenti artistici (e relativi esponenti) del Novecento hanno considerato il cammino come una forma artistica, dal Dada ai Lettristi fino alla contemporanea Land Art – e, per lo stesso motivo ovvero per conseguenza, tornando a quanto asserito poco fa: ebbene sì, una carta di sentieri, in quanto primario strumento d’invito al camminare nel territorio naturale e di cognizione non solo geografica di tale pratica, può essere ben considerata anche un testo didattico d’arte. Assolutamente.

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Se sarete in zona, dunque, vi invito alla suddetta presentazione di martedì 5 luglio a Carenno. Ne uscirete con una considerazione ben più ricca e approfondita d’un gesto così elementare e ugualmente trascurato come il camminare. In fondo, come spesso accade, è nelle piccole cose che si generano le più grandi e importanti verità, così come dai minimi gesti individuali possono scaturire le più grandi e virtuose rivoluzioni…

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.

Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi (Paolo Rumiz dixit #2)

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Quando dopo molte grappe uscii e Lino chiuse il pesante uscio del convento, pensai di ripetere i nomi di quelle montagne, come un esorcismo contro la desertificazione. Cercai le magiche scogliere e le invocai, nella foresta. Sciliar, Vaèl, Renon, Vaiolett. Nel bosco passai accanto a una croce coperta di neve. Sotto, una montagna di pietre portate dai pellegrini come voto dalla Val d’Adige. Finché ci saranno i nomi, pensai, ci saranno i luoghi.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.81)

Dice bene Rumiz in questo passaggio del suo libro. La cultura, oltre che di libri, nozioni, conoscenze, memorie, è fatta anche da tanti altri elementi, la cui valenza culturale spesso non sappiamo (o non riusciamo più a) cogliere. I nomi dei luoghi, ad esempio: semplici termini che tuttavia molto spesso contengono storie infinite,  infinite sapienze, saggezze, cognizioni, rivelazioni, chiavi più o meno arcane di misteri ancestrali. Non è un caso, proprio in antitesi alla chiosa di Rumiz nel brano riportato, che i terribili non luoghi di cui è colmo il paesaggio antropizzato contemporaneo non hanno nomi, oppure ne hanno di completamente avulsi dal contesto ambientale in cui sono stati inseriti. (Pseudo)nomi che mai genereranno memoria geografica, tonopomastica, sociale e antropologica, destinati a scomparire così come scompariranno quei non luoghi che denominano, mentre i primi esisteranno sempre, almeno finché vi sarà qualcuno che li ricorderà e li nominerà e anche se i luoghi cui sono legati verranno cancellati dal passare inesorabile del tempo. Ma la cultura ad essi legata, beh, quella resterà sempre, come se i nomi fossero una chiavetta usb in grado di rivelare il suo prezioso contenuto fino a che vi sarà qualcuno che la vorrà “attivare”.