Gli scrittori sono dei guardoni

Gli scrittori tendono a essere una razza di guardoni. Tendono ad appostarsi e a spiare. Sono osservatori nati. Sono spettatori. Sono quelli sulla metropolitana il cui sguardo indifferente ha qualcosa dentro che in un certo senso mette i brividi. Qualcosa di rapace. Questo è perché gli scrittori si nutrono delle situazioni della vita. Gli scrittori guardano gli altri esseri umani un po’ come gli automobilisti che rallentano e restano a bocca aperta se vedono un incidente stradale: ci tengono molto a una concezione di se stessi come testimoni.
Ma allo stesso tempo gli scrittori tendono ad avere un’ossessiva consapevolezza di sé. Dal momento che dedicano molto del loro tempo produttivo a studiare attentamente le impressioni che ricavano dalle persone, gli scrittori passano anche un sacco di tempo, meno produttivo, a chiedersi nervosamente che impressione fanno loro agli altri. Che aspetto hanno, che immagine danno, se per caso hanno la camicia che gli sbuca dalla patta dei pantaloni, se per caso hanno del rossetto sui denti, se per caso la gente che stanno fissando pensa di loro che e gente che si apposta e spia, gente che in un certo senso mette i brividi.
Il risultato è che la maggioranza degli scrittori, osservatori nati, tende a non amare di essere oggetto delle attenzioni della gente. Detestano essere osservati. Le eccezioni alla regola – Mailer, McInerney – producono alle volte l’impressione che la maggior parte delle figure di letterati desiderino ardentemente le attenzioni della gente. Ma per la maggior parte non è cosi. E che i pochi a cui piacciono queste attenzioni quasi naturalmente ottengono più attenzioni. Il resto di noi guarda.

(David Foster Wallace, E unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione, in Tennis, Tv, trigonometria, tornado, e altre cose divertenti che non farò mai più, Minimum Fax, 1999/2011, traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo, Martina Testa, pagg.34-35.)

Fa male, il caldo

In effetti, bisognerebbe agire contro i cambiamenti climatici anche solo per il fatto di come, palesemente, tutto questo caldo faccia parecchio male alla mente di molte persone – peraltro già non del tutto equilibrata in partenza, temo.
Già.

I meschini

[Immagine tratta dal web.]
Un altro bel problema della nostra società, poi – secondo me, s’intende -, è l’aver consentito che la meschinità (sia “passiva”, quella del mediocre, sia “attiva”, dell’incivile) da vizio e prova di grettezza d’animo sia diventata quasi virtù e comunque metodo di (presunta) “resilienza” e  sopravvivenza, sfuggendo le responsabilità e così cavandosela sempre, pur in modi a dir poco disdicevoli (ma che la società non sa cogliere più come tali, appunto). E, con tutto ciò, facendo che inevitabilmente la meschinità si stia diffondendo a macchia d’olio: come modus operandi, regola di vita, pretesa (distorta) di moralità e onestà, ostentazione di “furbizia”.

Un altro brutto virus di cui soffre la nostra società, insomma.
Disse bene Søren Kierkegaard al riguardo, con parole di quasi due secoli fa che tuttavia suonano perfette per l’epoca odierna:

È innegabile che nel mondo esiste tanta gente meschina che vuole trionfare su tutto quello che si eleva di un solo palmo dalla mediocrità.

(Aut-Aut, traduzione di K. Montanari Gulbrandsen e Remo Cantoni, Mondadori, 2015.)

Un po’ ombroso

Ok, lo ammetto. A volte può essere – a volte, eh! – che sia un po’ ombroso.

Capita. Pensieri, imprevisti, accidenti, disdette. Be’, può essere, sì.

Ma non pensavo così tanto al punto da essere mandato via da una spiaggia qui vicino, sul lago, perché impedivo la tintarella ai bagnanti lì presenti! Alla faccia dell’ombrosità!

Ecco perché è meglio, in quei momenti, che me ne vada a zonzo per i boschi, come già faccio abitualmente. Mi si rigenera ben più l’animo e l’ombra, lì, è cosa del tutto naturale e normale. Già.

Nuvole scure

[Foto di Broin da Pixabay]
Io – l’ho già detto in altre occasioni, qui – non è che abbia una grande considerazione dei servizi di previsione meteorologica, anzi, consiglio di non guardarli nemmeno o quanto meno di considerarli per ciò che sono, ovvero mere “previsioni” e niente più, appunto.

Però a volte la colpa delle previsioni errate non è tutta loro, forse, ad esempio nei casi in cui abbiano previsto per l’indomani bel tempo e invece il cielo si presenta ingombro di nubi plumbee che, prima o poi, scaricano pioggia se non innescano temporali. Perché ho l’impressione che tutte quelle nuvole scure ammontonate, certe volte non siano altro che la condensazione delle troppe, inutili lamentazioni che tanta gente quaggiù sulla Terra enuncia, effonde, emana e litaneggia e piagnisteggia e spande come scarichi di automezzi o ciminiere di fabbriche finché tutta questa densa “caligine grigiastra” sale al cielo e, appunto, si raggruma lassù, uno spesso tappeto di tetre nubi che oscurano qualsiasi possibile serenità. Già.

Dacché se certa gente si lamentasse meno, mi viene da pensare, ci sarebbero più giornate di Sole, oltre che meno problemi comuni irrisolti. E persino i meteorologi c’azzeccherebbero di più, con le loro previsioni – cosa che avrebbe quasi del prodigioso e, a ben vedere, già da sola potrebbe giustificare una netta riduzione di quegli inutili piagnistei, ecco.