Luciano Bolzoni, “Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura”

La pratica dell’abitare è senza dubbio tra quelle attraverso cui l’Homo Sapiens ha saputo distinguersi da tutte le altre specie viventi. Non più mero e necessario esercizio di protezione, di sopravvivenza, non più semplice e forzato adattamento al territorio in cui si è insediato, l’atto dell’abitare in maniera stanziale è il principale elemento di territorializzazione dello spazio dacché è intimamente legato alla relazione che si instaura tra l’uomo e il territorio, che sovente proprio attraverso l’abitare diviene luogo – un termine che, non casualmente, deriverebbe proprio dalla radice indoeuropea stal o stalk, latinizzata per metatesi in stlocus e divenuto poi il definitivo locus. Il noto geografo francese Maurice Le Lannou, nella sua opera La Géographie humaine del 1949, asserì che «la geografia umana è la scienza dell’uomo-abitante», legando non solo tale pratica alla stessa determinazione geografica dei territori antropizzati ma, a suo modo, confermando l’importanza di essa per la civiltà umana, tale anche perché capace di abitare in senso pieno e compiuto i territori in cui si insedia.
Eppure, nonostante un valore così fondamentale sotto molti versi, la pratica dell’abitare resta definita da un semplice termine al quale non viene nemmeno riconosciuta la qualifica di concetto, come invocava il citato Le Lannou già a metà Novecento: cosa che sarebbe quanto mai importante soprattutto in relazione a quei territori ben più delicati e fragili rispetto, ad esempio, alle zone urbanizzate e metropolitane (le città) o a quelle la cui geografia non oppone troppi ostacoli morfologici e ambientali (ovvero culturali) a chi le voglia abitare. Senza dubbio spazi emblematici in tema di fragilità e delicatezza sono le montagne, sulle quali la mancanza di una definizione concettuale dell’abitare ha da un lato generato non pochi problemi – pratici ovvero architettonici, e teorici cioè legati alla relazione col paesaggio culturale montano – ma dall’altro impone oggi ancor più di ieri una approfondita riflessione sull’idea e sulla pratica, anche a fronte di una ormai palese deficienza di valore di certi interventi architettonici e urbanistici realizzati soprattutto a seguito dello sviluppo turistico delle montagne, che stupiscono lo sguardo più attento e consapevole per la loro decontestualizzazione (per non dire di peggio) rispetto al territorio in cui sono stati realizzati.
Per tutto ciò, un libro come Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura (Priuli & Verlucca, 2009) scritto da Luciano Bolzoni, architetto milanese tra i massimi esperti di architettura di montagna, i dieci anni che ormai ha non li dimostra affatto. Anzi, sotto molto aspetti la lettura odierna e la considerazione di ciò che Bolzoni scrive sul tema acquisiscono ancora maggior valore e “brillantezza” []

(Leggete la recensione completa di Abitare molto in alto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Gita di Pasquetta

Gita di Pasquetta: comp. da gita s. f. [der. di gire; propr. «andata»] e pasquétta s. f. [dim. di pasqua] – Locuzione popolare atta a definire i più terribili ingorghi stradali ovvero gli affollamenti insostenibili in luoghi dotati di varie peculiarità turistiche e ricreative nel lunedì successivo alla festività di Pasqua.

Le migliori “uova” pasquali?

Restano sempre queste e, ovviamente, mica solo per Pasqua:

Lucio Fontana, La fine di Dio, 1963/1964.

Per me significano l’infinito, la cosa inconcepibile, la fine della figurazione, il principio del nulla.

(Lucio Fontana intervistato da Carlo Cisventi, 1963.)

David, Jess, Hansjörg

Da sempre frequento le montagne, le studio, le racconto, vi ci lavoro e, soprattutto, le percorro in lungo e in largo. Pratico alpinismo in forme assolutamente blande e, col tempo, mi sono abbastanza allontanato da quella mentalità parecchio “prestazionale” diffusa tra molti alpinisti per la quale pare che una montagna valga soprattutto per quanto vale la possibilità di scalarla, la difficoltà delle vie di salita e, ovviamente, la bravura di chi la salga e ne racconti poi l’impresa in recit d’ascension scritti bene ma sostanzialmente tutti uguali e tutti stucchevoli. Mentalità, peraltro, che non di rado ha causato illogiche rivalità, contenziosi, liti e quant’altro che poco abbia a che fare con la levità delle alte quote.

Di contro, spesso tra gli alpinisti ho incontrato e conosciuto persone meravigliose, donne e uomini che, al di là delle capacità tecniche arrampicatorie, mi hanno rivelato doti umane di raro valore ed effettivamente poco riscontrabili in altri ambiti ugualmente competitivi. Alpinisti che, tolti di mezzo i gradi di difficoltà, i metri saliti, le tempistiche eccetera – quasi fossero, pure questi, “abbigliamenti tecnici” funzionali alla scalata ma poi da togliersi di dosso perché inutili alla definizione del valore umano – appaiono per ciò che alla fine sono, ovvero gran belle persone mosse da una passione pura, sincera e irrefrenabile.

Quanto ho appena affermato vale soprattutto per molti alpinisti delle nuove generazioni, capaci di portare sulle pareti del mondo un atteggiamento alpinistico nuovo, fresco, privo delle belligeranze retoriche d’un tempo, più attento alla relazione tra uomo e locus montis. Come lo erano David Lama, Hansjörg Auer e Jess Roskelley, dei quali purtroppo è giunta la triste notizia della morte per una valanga, in Canada. Un tragico evento di fronte al quale, come accaduto di recente con Daniele Nardi e Tom Ballard al Nanga Parbat, nessuno che abbia la montagna “dentro” può restare insensibile e non sentirsi parte della comunità di Homo Sapiens che hanno scelto di diventare «conquistatori dell’inutile», come Lionel Terray aveva definito gli alpinisti. Un “inutile” assolutamente e profondamente fondamentale, insopprimibile, sostanziale. Vitale. Anche quando sia proprio la vita ad essere in gioco.

RIP.

Monkey Punch (1937-2019)

Notizia triste, accidenti.
Leggo che è morto Monkey Punch, all’anagrafe Kazuhiko Kato. È il creatore di Lupin III, da cui poi fu tratto il celeberrimo, affascinante cartone animato col quale, lo posso ben dire, sono venuto grande – e con me chissà quanti altri dai 40 in su, immagino. Aveva 81 anni ed è morto lo scorso 11 aprile, ma la notizia è stata diffusa solo oggi.

«Ciao ciao Zazzà» soleva dire Lupin fuggendo per l’ennesima volta al suo irriducibile nemico, l’ispettore Zenigata. Ciao ciao Monkey Punch! – ora tocca mestamente dire parafrasando Lupin a noi, suoi irriducibili fans.