Camminare è un atto di progresso civile (Davide Sapienza dixit)

La società che tutti insieme abbiamo creato manda un messaggio chiaro: se non ti sottoponi alla produzione di massa, sei fuori. L’unica via di uscita è tornare a vivere secondo il diritto selvatico, recuperare le gambe, riconoscere che i nostri piedi sono più intelligenti di tanti cervelli riuniti in un Parlamento o a un vertice mondiale della sostenibilità: in quei luoghi, nessuno sa cosa sia il Cammino di una civiltà.

(Davide SapienzaCamminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014, pag.94; in ebook su Feltrinelli.)

Sapienza-2Ha ragione, Sapienza: se si vuole trovare un aspetto positivo nella società contemporanea, è quello – paradossale – di aiutarci a (ri)mettere in luce ciò che può realmente salvarci dalla sua all’apparenza irrefrenabile decadenza – culturale, soprattutto, ma non solo. E quasi sempre si tratta di azioni semplici, primarie, primordiali eppure fondamentali, virtuosamente olistiche, profondissime nella loro essenza e profondissimamente umane. Come il camminare, appunto, pratica che -chi legge il blog ormai lo saprà – trovo personalmente necessaria al fine di potersi ancora dire creature intelligenti, per quanto sia – in tutta la sua semplicità, appunto – un’azione ricolma di innumerevoli sensi, significati, accezioni, sostanze, concetti, nozioni, culture, saggezze. Tutte cose che possono renderci migliori ergo rendere migliore il mondo in cui viviamo, ben più di Parlamenti politici e vertici mondiali di esperti di chissà cosa – proprio come afferma Davide Sapienza.

P.S.: cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Camminando.

Considerazioni “primaverili” (cioè a caldo ma non troppo) sul Salone del Libro 2016

salone2016«Beh, grazie, il Salone lo fanno in primavera, è ovvio che le considerazioni sul tema siano tali!» dirà qualcuno. Certo, scontato rimarcarlo; invece meno scontato lo è stato, l’evento torinese, fino a mica troppe settimane fa, rimasto a lungo pericolosamente barcollante per parecchi colpi di vento turbinoso (ma pure per proprie zoppìe, eh!) e invece alla fine rimesso in sesto con poderose e provvidenziali zavorre di dné (è dialetto piemontese e termine ben intuibile, credo) e ora appena chiuso e passato alla cronaca con le prime dichiarazioni dei suoi reggenti (riportare da numerosi media: io le ricavo da qui)… dalle quali si possono ricavare alcune considerazioni sul tema, appunto, e ancor più in vista dei cambiamenti già preannunciati (ma niente affatto determinati) per il prossimo anno.
Partiamo da quanto ha comunicato la presidente della Fondazione che organizza il Salone, Giovanna Milella:

Quest’anno abbiamo staccato 126.406 biglietti. Un risultato che va oltre quelli di dodici mesi fa. Si tratta di un più 3,1 percento in più rispetto al 2015, quando i tagliandi emessi furono 122.638.

Mmmm… attenta, presidente Milella, che a parlare di Salone e biglietti si rischia di entrare in un campo minato!

Abbiamo scelto di comunicare i dati più concreti, cioè i biglietti venduti.

Ah, ok. Certo, questo rende le false cifre sparate fino allo scorso anno (300mila e più biglietti… no comment!) ancora più irritanti, da un lato, e ridicole dall’altro, ma almeno si è ripristinata una apprezzabile (e inevitabile, d’altronde) obiettività. Di contro, non è detto che ai biglietti venduti corrispondano altrettanti ingressi effettivi al Salone, inoltre il dato può fare da cronaca e regalare ai giornalisti un po’ di facezie in più da riportare nei loro resoconti ma non credo sia il più importante e significativo – anzi, tutt’altro. Comunque, ribadisco, almeno i conti da questo punto di vista sono tornati, pare.
Andiamo avanti. Sempre Giovanna Milella:

Al Salone sorridono anche gli editori: Feltrinelli ha fatto registrare un più 5 per cento di vendite rispetto allo scorso anno, per De Agostini e Interlinea più  10, mentre Einaudi ha avuto addirittura un più 30 grazie soprattutto a “Scusate il disordine” di Luciano Ligabue. – (vabbé… – n.d.s.) – Meglio ancora ha fatto la casa editrice Sur (più 35), mentre Emos Audiolibri si è fermata ad un incremento del 15-20 per cento. Più 25 anche per Donzelli Editore, 30 per Perrone Editore, 40 per Blu Edizioni, più 20 per le Edizioni Del Baldo, più 30 per Giuntina. Poche le note negative: meno 10 per cento per Scritturapura, stessa performance per Miraggi.

Ecco: qui io, puntualmente, storco il naso, perché non credo proprio che lo scopo principale del Salone di Torino sia vendere libri, ovvero sia quello di essere una specie di mercatone del libro-sconto-fiera-prendi-3-paghi-2. No. E dico no perché che si vendano più libri al Salone (il che in sé mi può far pure piacere, sia chiaro) per poi leggere sulla stampa e sul web della costante moria dei librai – soprattutto di quelli indipendenti ovvero non di catena ovvero non con le spalle (più) coperte, che poi pure questi chiudono, eh! – mi pare una cosa del tutto fuori da ogni logica, seppur possa capire che il visitatore si faccia cogliere dall’entusiasmo dell’evento e compri quello che altrimenti non comprerebbe in un lustro. Peccato però che il salone duri 5 giorni mentre i librai debbano resistere per 360 giorni in più a combattere nella situazione di mercato che ci ritroviamo, e se (ragionando in linea di principio) qualche libro venduto al Salone in questi anni fosse acquistato in libreria, beh, qualche ruga in meno sulla faccia dei librai forse la vedrei.
Passiamo ora al direttore del Salone, Ernesto Ferrero, al suo ultimo mandato:

Questa manifestazione ha saputo arrivare a un grande risultato nonostante tutto. Ha vinto la squadra che si è dimostrata più forte di invidie e critiche anche eccessive, e delle enormi difficoltà finanziarie e burocratiche che potevano bloccarla.

Eh, l’ha detto, esimio (ex) direttore Ferrero: enormi difficoltà finanziarie e burocratiche. Che ora pare siano state risolte, ma si sa che di questi tempi di ostacoli simili ne spuntano all’improvviso come funghi, senza contare che il Salone deve comunque (anche) essere un’azienda (termine brutto ma consono) che crea utili e non perdite, come accaduto fino allo scorso anno. Purtroppo nessuno vive di aria e tanto meno (anzi, tanto peggio!) nell’ambito culturale, dove non solo di soldi non ce ne sono mai abbastanza ma quei pochi che ci sono si fa di tutto per farli sparire (perché “con la cultura non si mangia” (cit.), ricordate no?)
Di nuovo Ferrero:

Gli editori sono preoccupati di tutto questo parlare di cambiamento. Stanno assaporando il successo di quest’anno e già si sentono dire che andranno cambiate molte cose. A chi prenderà le redini raccomando di andare piano, documentarsi sui dossier, perché questa è una formula che funziona. Sicuramente da ammodernare, ma funziona.

Eh già, vanno cambiate (ancora) molte cose, al salone, se si vuole che la sua vita si allunghi di parecchio e resti in salute per lungo tempo. La formula funziona ma il rischio che diventi stantia (se non lo è già) è possente – con in più quella costante sensazione di mega-sagra paesana coi libri al posto delle salamelle che è simpatica, divertente, pure coinvolgente ma, in certi casi, parecchio avulsa dal concetto culturale (imprescindibile, se non vogliamo la trasformazione in non luogo del Salone e in non cultura dei libri) di letteratura e di lettura. Sia chiaro – lo voglio rimarcare con forza, a scanso di equivoci: il Salone del Libro di Torino è un evento più che importante, necessario per un ambito e un mercato editoriali così claudicante come quello italiano. Ma la sua necessarietà è strettamente correlata a quello che, a parere dello scrivente, è lo scopo fondamentale del Salone: il suo dover essere motore, propulsore, volano, fonte d’energia o che altro di simile per il mondo dei libri nostrano. E non solo in senso economico/industriale, anzi: soprattutto come basilare e omnicomprensivo evento di promozione della lettura per chiunque, ancor più per chi al Salone non ci viene, talmente evidente in questa sua missione da non poter essere ignorato da nessuno e da far che i suoi effetti posano spandersi nello spazio e nel tempo per l’intero anno, fino alla successiva edizione.
Per tale motivo, in fin dei conti, che si venda un tot di biglietti in più o in meno rispetto agli anni scorsi o che si vendano vagonate di libri, saranno pure cose belle e piacevoli ma conta poco o nulla. Un Salone quasi deserto ma le librerie piene di gente che compra in tutto il paese: questa sarebbe la condizione ideale che personalmente mi auguro. Restando, il Salone, un evento doveroso, lo ripeto ancora: ma che al dovere segua il piacere – della lettura, s’intende. Dacché, come dicono dalle sue parti, “Ghè mia na bèla scarpa, c’la divénta mia na sciàvata!” (“Non c’è una bella scarpa che non diventi una ciabatta”. Ecco.)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Lunga vita allo Strega! (Il liquore, s’intende, più che il premio.)

Logo-Premio-Strega-16-1Non servirebbe nemmeno rimarcarlo, quanto consenso sappia raccogliere attorno a sé lo Strega. D’altro canto è inevitabile, tutto questo apprezzamento: l’ormai lunga e acclamata storia, il prestigio del suo nome, la riconosciuta qualità, e quell’inconfondibile colore giallo dovuto allo zafferano, una delle settanta erbe che lo compone… Sì, lo Strega! – il liquore! Che avevate capito?
Il premio letterario? Ah, no, quello, bisogna ammetterlo, di apprezzamenti ne raccoglie molti meno, anzi… quest’anno, a due mesi scarsi dalla proclamazione del vincitore (che avverrà il prossimo 8 luglio), pare pure che le voci contrarie siano aumentate esponenzialmente, e voci di tono importante: senza contare Adelphi, che allo Strega non ci partecipa da anni, prima ci si è messa Feltrinelli e poi Einaudi ad annunciare, per l’edizione di quest’anno, di non far parte del gruppo – peraltro con accenti piuttosto polemici soprattutto da parte di Feltrinelli, il cui direttore editoriale Gianluca Foglia ha dichiarato che “Lo Strega ha bisogno di un profondo processo di rinnovamento. (…) I grandi gruppi editoriali hanno una capacità di coinvolgimento e relazione con i giurati e questo li favorisce. Tra i giurati ci sono autori e compagni di strada degli editori. Finché rimane così è difficile prenderne parte”. Dichiarazioni che – mi sia concesso di osservare – avrebbero un po’ più senso se provenienti da un piccolo editore, ma sentire il dar contro ai grandi gruppi editoriali da parte del direttore editoriale di uno di essi, perdonatemi, è cosa non poco buffa.
Appunto, a proposito di piccoli editori: in gran pompa magna l’organizzazione del premio aveva annunciato, lo scorso anno che “Il premio Strega cambia e si apre alla piccola editoria. Stando alle nuove regole del premio di narrativa, deve esserci almeno un libro di un editore medio o piccolo nella cinquina finale.” A parte che questa è in buona sostanza una indiretta ammissione di colpa – dacché equivale a dire: ok, fino allo scorso anno dei piccoli editori non ce ne fregava nulla, da quest’anno magari un po’ sì – con un po’ meno pompa magna la stessa organizzazione precisava che “di ciascuna delle 12 opere selezionate dal comitato, gli editori devono mandare 500 copie gratuite”. C-i-n-q-u-e-c-e-n-t-o copie. G-r-a-t-u-i-t-e. Una tiratura che buona parte dei libri pubblicati dai piccoli editori nemmeno raggiunge – e non per scarsa qualità degli stessi, ma per mancanza di promozione generante mancanza di mercato ovvero di equilibrio commerciale nel mercato stesso, totalmente squilibrato a favore dei grandi editori. Non commento io, riporto i commenti di alcuni editori a tale “rivoluzionaria” apertura ai piccoli editori: “Cifra folle!” (MdS ed.), “Assolutamente ingiusta!” (Linee Infinite ed.), “Ridicola!” (Apeggio Libero ed.), “Proibitiva!” (Brigantia ed.), “Fuori dal mondo!” (Nero Press ed.), “Assurda!” (Passigli ed.), e gran finale, “E’ come essere invitati a un party solo se si indossa uno smoking da 3000 euro, chi non se lo può permettere resta a casa. Il party se lo facciano tra loro!” (Gianluca Ferrara, direttore editoriale Dissensi Edizioni). Ecco.
Si vada poi a vedere la lista dei pre-finalisti dell’edizione di quest’anno, del premio, e si noti quanto trabocchi – ma proprio tanto, eh! – di libri di piccoli o medi editori. Ariecco!
Ma poi, alla fine, serve partecipare allo Strega per un piccolo/medio editore? Sì. Cioè, no. Insomma… boh! Emanuele Tirelli, su Pagina99, ha raccolto le opinioni e le esperienze di alcuni di essi in un articolo significativamente intitolato L’incerto business model del premio Strega: opinioni ed esperienze incerte, appunto. Si va dalla soddisfatta Neo Edizioni (“La ricaduta è stata molto importante. L’attenzione nei nostri confronti è aumentata e il titolo – (XXI Secolo di Paolo Zardi, n.d.s.) – continua a vendere” dice il direttore Angelo Biasella) alla più dubbiosa Manni (“Credo che la visibilità dello Strega sia stata decisiva, ma non è tale da cambiare completamente le sorti di un volume. Di sicuro è stata determinante per l’attenzione delle librerie, ma poi c’è tutto il discorso delle rese. Abbiamo alzato la tiratura rispetto ai nostri standard perché sapevamo che distributori e librai l’avrebbero chiesto dopo la selezione, ma se torna indietro l’invenduto si tratta di soldi investiti a vuoto. La regola di portare almeno un editore piccolo o medio in cinquina è un bel passo avanti, ma chi sa di non poter sostenere certe spese evita proprio di andare incontro alla candidatura” sostiene Angela Manni, che ha presentato lo scorso anno Se mi cerchi non ci sono di Marina Mizzau). Appunto: è cosa logica ed equa che le spese per partecipare ad un premio che possa aiutare anche – anzi, soprattutto, in potenza – la piccola editoria, siano troppo alte per la stessa, a fronte poi di un risultato (in termini di ritorno di immagine e di vendite) non garantito?
Inoltre: basta andare sul web e girovagare per i vari social intercettando i post pubblicati nelle scorse settimane sullo Strega (sempre il Premio, sì) relativi ai vari annunci dei libri selezionati e leggere i numerosi commenti critici degli utenti per rendersi conto che, anche nel pubblico (potenziale per i libri in gara, ovviamente) e con diffusione statistica significativa, l’apprezzamento per il Premio pare piuttosto bassa (sono abbastanza eufemistico, eh!) e le dichiarazioni di “non acquisto politico” del libro vincitore o di quelli finalisti abbondando. Ciò mi pare in fondo una ricaduta in ambito popolare di quanto similmente hanno dichiarato in passato voci ben più autorevoli del panorama letterario nazionale. Ne cito solo un paio: Umberto Eco (che il Premio l’ha vinto, peraltro: nel 1981 con Il nome della rosa) dichiarò che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”, e Aldo Busi (che invece lo Strega non l’ha mai vinto e, anzi, nel 2013, venne “buttato fuori” dalla finale abbastanza in malo modo) che, da solito par suo, sentenziò cose del tipo: “Il Premio Strega? Mi ricorda tanto l’Isola dei Famosi… Quando ero tra i concorrenti, tutti ne parlavano. Poi sono tornato in Italia, e quel reality è sparito…” e ancora: “Non c’è un solo titolo che sia di per sé invitante, mi sembrano fogli morti standard per figli nati vecchi e rimasti infantili, quindi non ci sarà che l’imbarazzo della scelta: ovunque il premio cadrà, cadrà a fagiolo e sul sicuro, anzi, proprio sul manico del premio.

E dunque, che dire, in conclusione? Beh, mi viene da tornare all’incipit di questo articolo, e alla fine ricordare che, sia quel che sia, lo Strega è e resterà senza dubbio tra i più famosi liquori italiani, unico e inconfondibile per il suo sapore grazie all’esclusivo uso di ingredienti naturali ovvero alle circa 70 erbe e spezie selezionate da tutto il mondo e caratterizzate ciascuna da particolari proprietà organolettiche, tra le quali si possono citare la cannella di Ceylon, l’Iride Fiorentino, il ginepro dell’Appennino italiano, la menta del Sannio, oltre al citato prezioso zafferano aggiunto al distillato di erbe per conferirgli il suo caratteristico colore giallo.
Insomma: lunga vita allo Strega – ma più al liquore, che al Premio!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Perdita della memoria collettiva, la grande malattia italiana (Paolo Rumiz dixit #3)

Il sacro timore non c’è più. L’assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c’è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. E’ la grande malattia italiana; ma mentre in Veneto questa fuga è diventata furia produttiva, in Calabria e Basilicata si è trasformata in furia consumistica. Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all’indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre – gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo – perfettamente intercambiabili tra loro.

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.324)

rumiz-alberoRumiz condensa in questo passo una delle grandi malattie (non “la”, a mio modo di vedere e purtroppo… fosse solo quella!) dell’Italia moderna e contemporanea. Perdita di memoria, ovvero correlata e inevitabile perdita di identità culturale, sociale e antropologica: ne risulta un popolo debole, scollegato dal territorio in cui vive e dalle sue specificità storico-geografiche, incapace di generare un adeguato senso civico perché privato delle basi fondamentali affinché si possa formare e dunque, per tutto ciò, (de)cadente in fenomenologie sociali (o sociopatiche) come quelle indicate da Rumiz, scambiate per prove di forza (la rabbia contro gli immigrati, ad esempio) e invece segni di profondissima debolezza.
In tal modo, appunto per citare un esempio diffuso, si crede una fortuna che fuori casa, sull’ennesimo campo agricolo abbandonato, sorga l’altrettanto ennesimo centro commerciale, quando invece rappresenta un altro sfregio al territorio, al tessuto sociale ed economico, alla sua cultura, alla sua identità. In tali condizioni, che poi si manifestino innumerevoli casi di degrado, di criminalità, di mancata integrazione, di disordine sociale è solo questione di tempo. Ma in quel centro commerciale c’è pure l’aria condizionata… quando fa caldo dentro si sta bene, e si dimentica tutto il resto. Amen.

P.S.: qui potete trovare la personale recensione a La leggenda dei monti naviganti.

Scaffali di lavatr… no, mi correggo, di libri!

Senza nome-congiunto-01Sono entrato in un grande magazzino di elettrodomestici per valutare qualche modello di lavatrice, e poco dopo mi sono recato in una libreria di catena per verificare l’uscita di un paio di titoli nuovi – che poi, come mia abitudine, vado ad acquistare dal mio impavido librario di paese e di fiducia.
Beh, vi confesso che, ancora una volta come già in passato, ho avuto qualche attimo di confusione, e m’è venuto da cercare lavatrici anche in quella libreria. Nonostante un libro non sia certo un elettrodomestico o altro bene del genere ma, appunto, ho sovente l’impressione che ‘sta cosa – di cosa sia veramente un libro, intendo – non sia granché compresa e condivisa.