I milioni di turisti e viaggiatori che negli anni hanno percorso la Valtellina, una delle più belle e rinomate vallate alpine, avranno forse notato che il suo solco longitudinale rispetto alle catene montuose circostanti (altra interessante peculiarità valtellinese, visto che di contro la maggior parte delle valli alpine presenta andamenti trasversali ai monti che le contornano) ha un andamento sostanzialmente rettilineo salvo che, a poca distanza dalla città di Morbegno, la valle compie una strana “S” che rompe quella sua rettilineità.
Ecco, in corrispondenza di quella chicane si trova una delle montagne più importanti e affascinanti di Valtellina – ma non c’è da guardare troppo in alto, verso le spettacolari vette del Masino o i possenti gruppi orobici. No, la montagna in questione è in verità un collinone rotondeggiante e dal corpo pressoché boscoso che supera di poco i 900 m di altitudine, così soverchiato dai monti d’intorno da pensare che ben pochi, transitando da lì, lo possano notare (oggi ancor di più, visto che viene oltrepassato dalle recenti gallerie della Strada Statale 36). Invece, appunto, è tra le montagne fondamentali della Valtellina: perché è grazie al Culmine di Dazio – questo il suo oronimo, generalmente declinato al maschile, dunque “il Culmine”, aggiunto al riferimento del paese posto sul suo versante settentrionale, anche se è ugualmente diffusa la forma Colma di Dazio, femminile – dicevo, è merito suo se la valle è fatta in quel modo.
[Una mia elaborazione, su base Google Maps, che vi rende evidente la “chicane” della Valtellina provocata dal Culmine di Dazio.]Come spiega bene il sempre ottimo Massimo Dei Cas – grande esperto di questi territori alpini – su “Paesi di Valtellina”, «le rocce della sua sommità sono costituite da un plutone granitico, il cosiddetto “granito di Dazio”, generato dall’intrusione di magma in una preesistente struttura di rocce metamorfiche. Ciò avvenne in tempi antichissimi, prima ancora che la catena alpina si fosse formata. Il monte, dunque, è un vero e proprio vegliardo, al cui cospetto le più alte ed eleganti cime del gruppo del Masino sono ancora giovani pivellini.»
Per tale motivo, una montagnetta dall’apparenza così dimessa rispetto alle cime che ha tutt’intorno possiede in verità una tempra geologica incredibile, al punto che il grande ghiacciaio dell’Adda, quello che ha “scavato” l’intera Valtellina e di seguito il bacino del Lago di Como (dunque non un ghiacciaietto dilettante, eh!) il quale se ne veniva prestante e baldanzoso dall’alta valle con andamento rettilineo dacché nessun ostacolo pareva poterne deviare l’avanzata, quando giunse al cospetto del Culmine di Dazio – che se ne stava lì già da milioni di anni, come detto – andò a sbattergli contro con tutta la potenza determinata dalla propria immane massa glaciale in movimento ma proprio non gli riuscì di spostarlo, disgregarlo o spianarlo. Il piccolo ma forzutissimo Culmine restò ben saldo nella propria ancestrale posizione e al grande ghiacciaio non restò altro che girargli intorno – chissà con quanto sconcerto e frustrazione, verrebbe da immaginare! – per poter poi continuare il proprio deflusso, nuovamente rettilineo, verso Occidente e la zona occupata dal Lago di Como. L’unica cosa che al grande ghiacciaio riuscì, nel vano tentativo di vincere la resistenza del Culmine, fu di levigarne almeno un poco il corpo roccioso, conferendogli la caratteristica forma arrotondata che lo distingue da tutte le altre montagne circostanti.
Dunque, se magari nelle imminenti vacanze d’agosto vi capiterà di soggiornare in Valtellina o di visitarla per qualche amena scampagnata sulle sue splendide montagne, e constaterete di essere nel punto in cui la valle (e la strada di conseguenza) zigzaga improvvisamente, date un occhio sopra di voi e rendete omaggio al piccolo/grande Culmine di Dazio. E se per questo non vi bastasse ciò che vi ho raccontato fino a qui, be’, sappiate pure che da qualche parte sul Culmine c’era un antichissimo castello oggi scomparso, dei misteriosi cunicoli sotterranei, alcune miniere di ferro e una di oro abbandonate da secoli e, persino, delle enormi “uova di drago”, già.
Insomma, il piccolo e all’apparenza umile monte ha carisma e fascino da vendere, ne converrete anche voi! Per saperne di più, sul Culmine di Dazio, cliccate qui, su “Paesi di Valtellina”, o sulle immagini presenti in questo articolo. Se poi deciderete di visitarlo, non posso che augurarvi buone esplorazioni sul «monte magico»!
Dal 24 luglio 2021 il duo di artisti GÆG (Wolfgang Aichner e Thomas Huber) realizzerà una particolarissima installazione all’interno dello spazio alpino dedicata al tema del tempo. I due artisti sistemeranno un grande orologio nell’apertura della roccia alla Fuorcla digl Leget, una porta nella roccia «selvaggiamente romantica» a oltre 2700 m di quota non lontano dal Passo del Giulia e a venti minuti d’auto da Sankt Moritz, in uno dei paesaggi d’alta quota più particolari di questa sezione delle Alpi. L’installazione sarà poi visibile e visitabile dal 31 luglio fino al 17 settembre. «Le persone che vi si avvicinano sperimenteranno qualcosa, che normalmente non si può sperimentare: prima il rallentamento e poi l’arresto del tempo» recita la presentazione del progetto.
A considerarla così, ora, è un’opera che da un lato mi affascina e dall’altro mi perplime. L’installazione in un luogo di un oggetto alieno al contesto è qualcosa di intrigante, spesso, in quanto gioca sull’effetto di sorpresa e spaesamento che, se l’operazione è ben fatta, agevola senza dubbio percezioni e sensazioni non comuni e probabilmente sfuggenti, senza quell’impulso così sconcertante. D’altro canto il paesaggio alpino, e un paesaggio così potente come quella della zona in questione, ribadisco, ha certamente già in sé la concezione di tempo ovvero di un iper-tempo ben più fondamentale di quello funzionale umano, il “tempo della Terra” (cit. Davide Sapienza) che è elemento geologico del luogo-montagna esattamente come ogni altra roccia che ne compone il terreno, e questo proprio dove esso non sia ancora divenuto “territorio”, cioè dove l’uomo non vi abbia lasciato le tracce della sua presenza ivi incluso il proprio tempo, territorializzando il luogo, come si dice. Ma se poi, come rivela la fisica, il tempo non esiste, cosa in verità può rallentare e poi arrestarsi? Lo scorrere delle ore, dei giorni e degli anni, come noi pensiamo di percepire, o in qualche modo il senso profondo (e ultratemporale, in effetti) della nostra vita?
Spero di poter andare lassù a visitare l’installazione di GÆG e, nel caso, vi resoconterò (lo so, è un termine orribile ma rende l’idea, ecco.)
[Rendering del progetto di parco eolico del Monte Giogo, in Toscana. Immagine tratta da radiomugello.it, che qui offre un’articolata ricostruzione del caso in questione.]
La parola “compromesso” ha destato la mia curiosità, visto che nel mio articolo sopra linkato dissertavo proprio sulla difficoltà di costruire una relazione equilibrata tra il paesaggio inteso come elemento concettuale culturale e identitario del territorio e le infrastrutture antropiche in esso installate, sovente abbastanza imponenti da modificare la concezione e la percezione del paesaggio nonché la ancor più importante relazione antropologica con chi viva quel territorio e, appunto, ne elabori il paesaggio. Tuttavia, ripeto, avendo letto “compromesso” mi sono subito chiesto: bene, vediamo dunque come hanno gestito la questione, lì nel Mugello.
Innanzi tutto l’articolo de “Il Post” mi pare confermi quanto ho scritto io, ovvero che il tema specifico sia ben lungi dall’essere culturalmente ben approfondito e elaborato a sufficienza, e che i dibattiti fino a oggi intrapresi, nel complesso, restino ancora a un livello piuttosto superficiale e legato alle circostanze del momento o tutt’al più del futuro prossimo, senza una visione antropologica più lunga e maggiormente strutturata, sia in senso generale che nel dettaglio di alcuni elementi fondamentali – come il concetto di “ paesaggio” e cosa si debba intendere con il termine, per dirne uno. D’altro canto, nell’articolo stesso si evidenzia quasi subito che
Per come è andata finora, questo progetto sembra rappresentare meglio di altri il difficile compromesso tra la necessità di trovare nuovi modi per produrre energia e allo stesso tempo tutelare l’ambiente e il paesaggio.
Peraltro è altrettanto significativo leggere e constatare che tra le principali entità istituzionali atte alla gestione a alla salvaguardia del territorio sussistano pareri opposti sul progetto:
I comuni di Vicchio e Dicomano hanno dato il loro parere positivo al parco eolico, così come la Regione a cui spetta l’autorizzazione definitiva, mentre al momento la soprintendenza di Firenze si è detta contraria dopo aver presentato alcune richieste di modifiche che secondo l’AGSM renderebbero il progetto non sostenibile economicamente.
Nota bene: te credo che Vicchio e Dicomano hanno dato parere positivo al progetto, dato che, se verrà realizzato, si porteranno a casa il 3 per cento dei ricavi annui, circa 130mila euro. Per due comuni relativamente piccoli questi denari non sono coriandoli, senza dubbio; resta da capire se tali cifre rappresentino “compensazioni” legate alla realizzazione del parco eolico (dunque una indiretta amissione di impatto ambientale eccessivo che imponga delle reiterate “scuse” – finanziarie, nel caso) ovvero una sorta di – consentitemi la definizione molto “franca” – bustarella legale per assicurarsi il consenso degli enti primari del territorio – i comuni, appunto.
In ogni caso, vediamo quale è il “compromesso” proposto per il progetto del Mugello:
La soprintendenza ha chiesto di eliminare tre turbine su otto per limitare il taglio degli alberi durante i cantieri. In vista della prossima conferenza dei servizi, in programma il 26 luglio, l’azienda sta lavorando a una soluzione che prevede la rimozione di una sola pala eolica: l’impianto passerebbe da otto a sette turbine. «Abbiamo proposto di togliere la pala che sarebbe stata installata nel punto meno produttivo, distante dal crinale e senza nessuna strada di accesso», dice l’ingegnere Marco Giusti, direttore di progettazione e ricerca dell’AGSM. «In questo modo si dovrebbe perdere solo l’8 per cento della produzione di energia elettrica ed evitare metà del taglio degli alberi previsto». Con questo compromesso, l’obiettivo è arrivare a un accordo tra tutte le istituzioni. Giusti è convinto che questo progetto sia stato fatto “a regola d’arte”.
In pratica, la soluzione “a regola d’arte” ovvero il compromesso (ma mi verrebbe più da definirlo “ripiego” o “scappatoia”) è totalmente legato alla definizione di una mera (seppur importantissima, sia chiaro) questione ambientale; salvo dettagli ulteriori che nel caso sono ben felice di poter ricevere da chi li abbia, non mi sembra che tale “compromesso” contempli anche una riflessione (meglio sarebbe una concreta valutazione) circa l’aspetto culturale e antropologico di una realizzazione del genere – si veda al riguardo lo Studio di Impatto Ambientale del progetto in questione. Sia chiaro: la cosa non mi sorprende più di tanto, dal momento che riflessioni e valutazioni del genere sono pressoché assenti – anzi, per meglio dire, sono chimeriche – nei dibattiti intorno a progetti di questa portata. Eppure, non ragionare su come l’elaborazione culturale del paesaggio verrà modificata dall’installazione delle grandi pale eoliche, ovvero su come verrà alterata (non è detto in peggio, voglio precisarlo) l’identità di luogo di quella zona e dunque, di conseguenza, come varierà l’appropriazione culturale del luogo in senso identitario per i suoi abitanti, credo rappresenti una mancanza non indifferente, soprattutto se si vuole affrontare una valutazione complessiva di tali grandi antropizzazioni non solo riguardo lo spazio ma pure riguardo il tempo, e non un tempo prossimo ma il più possibile proteso al futuro. Potrebbe sembrare, di primo acchito, una discussione sul sesso degli angeli; in verità, la storia degli ultimi due secoli di antropizzazione e di territorializzazione dei luoghi naturali, soprattutto quando di pregio come quelli rurali-montani, è ricolma di casi di sottovalutazione della portata culturale e antropologica delle opere eseguite, sia di minima e pur evidente importanza fino a certi grandi interventi che hanno letteralmente stravolto il carattere e l’identità dei territori in questione, stravolgendo in tal modo pure la relazione con essi dei loro abitanti fino a causare conseguenze psico-sociali ben rilevate e rilevabili quali spaesamento, alienazione, perdita del legame identitario e della relazione storica (ovvero, per dirla in modo più suggestivo, del dialogo con il Genius Loci del territorio). Tutte circostanze che poi si ritrovano alla base dei fenomeni di spopolamento e di degrado socioeconomico e paesaggistico dei territori in questione i quali fenomeni, una volta avviati, è quasi impossibile arrestarli se non nel giro di qualche generazione e solo con un gran lavoro di rialfabetizzazione antropologica vero i territori e i luoghi nonché con una riscoperta dell’identità di essi – sempre che col tempo non sia siano definitivamente trasformati in “non luoghi”.
Tutto ciò, lo ribadisco una volta ancora come ho fatto in quel mio articolo sul Parco Eolico del Gottardo, senza voler esprimere giudizi, ora, sulla bontà o meno di tali opere: non sto dicendo che le grandi pale eoliche abbruttiscano e guastino i territori ove vengono installate e nemmeno che viceversa li rendano più belli, affascinanti o futuristici. Voglio solo caldeggiare la necessità di una più approfondita riflessione sulla realizzazione di queste grandi infrastrutture, lontana dalle mere strumentalizzazioni ideologiche, dalle fascinazioni tecnologiche o dalle considerazioni estetiche ma pure dalle più rudimentali convenienze economiche; una riflessione di natura primariamente culturale, al fine di capire e aver la piena consapevolezza circa cosa accade, al paesaggio di pregio, quando in esso si piazzano un tot di enormi pale eoliche alte 160 metri e più, e cosa di conseguenza accade dentro chi quel territorio abita, vive e riconosce come geografia identitaria e referenziale.
Per il momento, ripeto, una riflessione del genere non la vedo ancora e credo sia un peccato, questa mancanza.
P.S. (Pre Scriptum): leggete il brano qui sotto ma non fermatevi ad esso e andate oltre, grazie!
Negli ultimi due secoli la regione alpina – una volta considerata un frammento di natura selvaggia – è stata fortemente addomesticata seminando ovunque interventi infrastrutturali che l’hanno trasformata in un paesaggio culturale. Sono così scaturiti paesaggi della comunicazione, costituiti da antenne e tralicci; paesaggi idroelettrici, tramite l’edificazione a grande scala di dighe e bacini idrici artificiali; paesaggi della mobilità, tracciati in grado di ridurre tempi e distanze ridisegnando l’assetto territoriale, ma anche paesaggi eolici, localizzati in zone ventose adatte all’installazione di aerogeneratori dai tratti essenziali. […] Questi artefatti funzionali pongono inoltre agli studiosi del paesaggio una serie di problemi interpretativi, a cui si accenna nei saggi presentati. Come è noto, a partire dal XV secolo si è progressivamente delineato un comune «codice dello spazio» che ha orientato sia la produzione territoriale che la sua percezione individuale. Un codice collettivo che di fronte alle serrate trasformazioni della modernità è entrato in crisi nel Novecento evidenziando la fragilità degli equilibri precedenti. «Ora siamo messi a confronto con una realtà molto articolata – avverte il geografo Claudio Ferrata – in cui infrastrutture di diverso genere hanno acquisito un posto preponderante e configurato il territorio: una diversità dei paesaggi che non fa che riflettere la condizione ordinaria del mondo che ci circonda»; aprendo quindi degli interrogativi sulla relazione che queste opere intrattengono con i paesaggi, sul modo in cui alterano i sistemi di relazioni spaziali o i processi di territorializzazione.
[Dall’editoriale del numero 01/2021 di “Espazium-Archi”, rivista svizzera di lingua italiana per progettisti, architetti, ingegneri, istituzioni, attori e operatori del settore edile, dedicata in questa uscita ai paesaggi tecnologici delle regioni alpine.]
Da qualche mese in Svizzera, ai 2100 m di quota del Passo del San Gottardo (Gotthardpass in tedesco) che per gli elvetici è “la montagna nazionale” ovvero culla della nazione e simbolo identitario, è attivo il più elevato parco eolico d’Europa, dotato di cinque aerogeneratori alti quasi 150 metri la cui presenza si distribuisce lungo la vasta sella che conforma il valico, punteggiata da diversi bacini lacustri, naturali e artificiali, e circondata da vette belle e alpinisticamente rinomate.
Nel suo genere, è senza dubbio una delle infrastrutture più emblematiche mai costruite, proprio perché si inserisce in un territorio d’alta quota, comunque in parte già antropizzato, e nel suo paesaggio talmente peculiare, ricercando (o pretendendo) un dialogo con gli elementi geomorfologici del luogo – le montagne, in primis – che inevitabilmente perdono parte della loro funzione di marcatura referenziale ovvero di presenze indiscutibilmente dominanti sul luogo. Non che non restino ancora tali, sia chiaro, ma indubbiamente ora ci sono alcuni nuovi oggetti, le cinque grandi pale appunto, che nel bene o nel male diventano ulteriori punti focali (non naturali e antropici) nella percezione visiva del territorio del passo. Ma certamente ve ne sono altri, di impianti dotati simili peculiarità in relazione al luogo nel quale sono installati: come ripeto, di sicuro il parco eolico del Gottardo è tra i più iconici – a prescindere da come lo sia, ecco.
Poste queste rapide osservazioni, vi chiedo: che ne pensate, di una infrastruttura del genere? È bella, è brutta, è in armonia con il territorio d’intorno, è uno scempio orribile? Il paesaggio del valico del Gottardo come vi pare (se vi pare) cambiato, con la presenza delle cinque pale? Credete sia un impianto di produzione d’energia alternativa accettabile e ammissibile, nel complesso, oppure al riguardo è oltre il limite di tolleranza, in un luogo del genere?
Se vi va, rispondete liberamente ovvero senza preconcetti e pregiudizi. Il dibattito al riguardo (in senso generale, voglio dire, non nel caso specifico qui narrato o in altri similari) non si è ancora sviluppato nel modo migliore e più virtuoso possibile, a mio parere, ergo cercare di capire quale immaginario diffuso si sia formando al riguardo è veramente interessante e istruttivo.
[Alfons Mucha, The Four Seasons, 1895.]Mi capita, spesso, di essere – ad esempio – ad inizio autunno, quando le giornate s’accorciano, la temperatura si raffresca ma non troppo e tutt’intorno la natura cambia colore assumendo ogni possibile sfumatura del giallo e del rosso, e già avere già voglia di freddo intenso, di neve, di paesaggi bianchi e silenti, delle sere che cominciano alle 4 del pomeriggio, del piacere di godersi il tepore domestico quando fuori nevica, delle notti limpide nelle quali ogni stella sembra visibile in cielo…
E poi di essere ad inizio inverno, quando le manifestazioni climatiche e ambientali tipiche della stagione hanno cominciato a comparire vigorosamente ma non sono ancora nel loro clou, e già avere voglia di gustarmi il particolare e inconfondibile profumo dell’aria di inizio primavera, il piacere della temperatura ormai mite, giusta, perfetta perché non ti fa più avere freddo e non ti fa affatto sentire caldo, dei colori naturali che si riaccendono…
Poi, quando mi ritrovo ad inizio primavera, con tutto ciò che nell’ambiente caratterizza il periodo, i suoi risvegli, le sue rinascite, sento di avere già voglia di quelle percezioni e quelle sensazioni proprie dell’estate più piena, degli olezzi dei prati, dei boschi e dei sassi di montagna riscaldati intensamente dal Sole, delle sere in cui ti pare di tornare a respirare dopo pomeriggi oltre modo afosi, della luce diurna sfavillante e delle sere luminescenti…
Per non dire di quando l’estate ormai imminente già riscalda la giornata in modo intenso e mi sento sollevare l’animo al pensiero che non manca più molto per le prossime vacanze ma, già, percepisco la voglia di giornate più placide, del Sole che scenda più veloce verso la linea dell’orizzonte, di luminosità meno intense, meno abbacinanti, di più freschi refoli d’aria la sera e la mattina…
Come adesso, ecco, con l’estate ormai alle porte – e quella climatica già iniziata.
Mi ricordo, quando ero (credo) ancora alle elementari, che qualcuno mi chiese quale fosse la mia stagione preferita e di descriverla – forse per un tema, non ricordo. Invece ricordo che finii per descriverle tutte.
In fondo aveva ragione Khalil Gibran, quando scrisse:
Fate allora che ciascuna stagione racchiuda tutte le altre, e il presente abbracci il passato con il ricordo ed il futuro con l’attesa.