Prosopopea

[Foto di Chräcker Heller da Pixabay ]

In questi giorni, in tv, mi ha colpito ********** che ripeteva la parola “scrittore” assumendosi il ruolo di chi ci spiega che cos’è uno scrittore, e mi ha colpito il modo di ********* di parlare del suo nuovo disco. La parola che mi è venuta in mente in entrambi i casi è: Prosopopea. Nel primo caso seria, solenne, quasi enfatica. Nel secondo, irriverente, autoironica, ma non meno boriosa. Prosopopea è pròsopon= persona e poieo=fare. In entrambi gli esempi, ciò che mi ha più attratto (negativamente, non lo nascondo) è la personificazione di un sé astratto attraverso un sé reale. La rappresentazione di se stessi, insomma. Chi si autorappresenta associa a un senso di inadeguatezza un narcisismo quasi patologico. E’ ancora in quella fase adolescenziale in cui deve illustrare se stesso. E lo fa con la tutela di un successo che ne perdona le arroganze. Lo dico in generale, perché scrittore e musicista citati (che, ammetto, non amo) sono solo due esempi.

Da un post di Grazia Verasani pubblicato sulla propria pagina facebook (nel 2016, ma resta inesorabilmente attualissimo), ripreso dall’amico Paolo Ferrucci sulla sua, con le cui osservazioni mi trovo mooooolto d’accordo anche perché mi fanno tornare in mente questa cosa qui, cioè che sarebbe quasi il caso di pubblicare i libri senza i nomi degli autori sulla copertina – una cosa alla quale il pensiero mi ritorna spesso per come mi sembri, non sempre ma spesso, alquanto sensata. Che poi può valere anche per i dischi, ovvio, ma per i libri soprattutto, io credo.

Ah, i nomi dei due personaggi citati da Grazia Verasani, lo scrittore e il musicista, li ho tolti per rispetto – diciamo così – in quanto soggetti di osservazioni non mie, ma ovviamente li trovate “in chiaro” nelle pagine facebook sopra linkate.

I librai sono salvi, ma le librerie?

[Immagine tratta da qui. Cliccateci sopra per leggere l’articolo relativo.]
Ok, il governo italiano la salute dei librai l’ha salvaguardata, per fortuna.
Quella delle librerie invece temo sia ben più in pericolo, senza un adeguato soccorso istituzionale. E senza librerie in salute, nemmeno i librai lo possono essere. E nemmeno il paese, culturalmente e socialmente.

Chissà se questo pensiero si farà insistente, nella “mente” istituzionale, o se viceversa prevarrà l’amnesia al riguardo.
Già, chissà.

La nuova legge italiana sugli sconti dei libri

[Foto di Free-Photos da Pixabay.]
Da soggetto interessato al tema (del quale mi sono occupato parecchie volte, in passato), dico che la nuova “Legge sulla lettura” approvata in Italia qualche giorno fa è, finalmente, un buon passo verso il sostegno concreto a questa fondamentale e imprescindibile ambito. Propone provvedimenti non certo risolutivi ma indubbiamente utili a rendere il mercato realmente al servizio (e non viceversa) della cultura di cui libri sono lo strumento per eccellenza e avvicina l’Italia agli altri paesi europei, ben più avanzati sotto questi aspetti, che da tempo hanno leggi a sostegno del mercato editoriale sovente esemplari – vedi il caso della Germania – o di aiuto ai librai, come in Francia. Certamente la lettura in Italia soffre ancora di storture evidenti – il ruolo fin troppo preponderante e a volte scaltramente “politico” della distribuzione, ad esempio – e in primis, della gravissima malattia provocata dal fatto che buona parte degli italiani non leggono (posso dire? Ignoranti! L’ho detto.) sollecitati in ciò da un ambiente socio(non)culturale che premia molto più la stupidità che la conoscenza, ma, ribadisco, un passo legislativo del genere (o anche maggiore, ma questo offre la realtà politica italica) doveva essere compiuto.

E comunque, in tutta sincerità, il fatto che proprio l’AIE, l’associazione che riunisce i più grandi editori italiani, si dica contraria all’approvazione della nuova legge adducendo motivazioni francamente insulse e contrarie al più ordinario buon senso (si vedano i link nel post), la trovo una delle migliori giustificazioni a suo favore, ecco. Proprio loro, poi, che da anni buttano soldi in produzioni editoriali (e autori) di scarsissimo pregio, per poi svendere i relativi libri con sconti folli (che soffocano inesorabilmente i librai) per svuotare i loro magazzini così pieni di pochezze letterarie, nel frattempo ignorando autori di talento autentico perché, evidentemente, non raccomandati e non “pompati” da social e TV! Ma per favore!

È necessario pubblicare, non scrivere

Un mio amico diceva: «è necessario scrivere, non è necessario pubblicare»; verità di un certo livello di profondità, che ritroviamo nel suo contrario, quello che sto scrivendo: «è necessario pubblicare, non è necessario scrivere». A dimostrazione della fondatezza del mio assunto, mi permetterò di offrire al tipografo una riga inesistente:

come avete visto, la riga non c’è.

(Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi Edizioni, 1994.)

Alla fine della fiera (dei libri)

Leggo sull’Ansa – grazie all’amico Pasquale che ha postato l’articolo sul proprio profilo Twitter – che l’anno prossimo si farà una fiera dell’editoria anche a Firenze. Si chiamerà “Testo”, sarà organizzata da Pitti Immagine e si terrà probabilmente già a marzo 2020. Potete leggere tutti i dettagli nell’articolo cliccando sull’immagine lì sopra.

Un’altra fiera dell’editoria, già.

Be’, verrebbe da dire che in Italia c’è un tale gran mercato dei libri, così tanto effervescente e vitale, da fare che le n-mila fiere, fierette, rassegne, saloni, salotti e quant’altro dedicato ai libri e alla lettura già esistenti non siano mai a sufficienza!

Poi si leggono i dati di vendita (qui ad esempio trovate una sintesi dell’ultimo rapporto AIE sullo stato dell’editoria) e, inevitabilmente, qualche domanda sorge spontanea, come si dice, sull’effettivo valore circa quell’impressione di vitalità editoriale sopra citata.

Ad esempio: se ci sia veramente bisogno di un’altra fiera, in Italia, che si propone come di interesse nazionale, andando dunque in inesorabile concorrenza con le altre simili; se questa proliferazione di eventi legati ai libri e alla lettura, al netto della sperabile bontà delle intenzioni, sia realmente proficua per il mercato; se di contro tutti questi eventi, che alla fine della fiera (locuzione del tutto consona!) finiscono per essere dei gran mercati dei libri, non danneggino in primis gli elementi fondamentali della filiera editoriale, cioè i librai; se questa proliferazione fieristica in tema di libri e lettura ciò non sia invero legato al solito e moooolto italiano campanilismo per il quale ognuno pensa per sé e tutti sono contro tutti perché ciascuno si crede più bello e bravo degli altri.

Ecco.

Intendiamoci: nessuna preclusione e nessun preconcetto. Ben vengano tali eventi nei quali sia promossa in ogni modo la lettura dei libri – dei buoni libri, meglio sarebbe da dire. Ma non è che pure in questo ambito, come accade in altri contesti, la quantità finisce per andare a danneggiare la qualità? Non è che la realtà dei fatti rimane quella di una “Armata Brancaleone editoriale” nella quale ogni elemento si muove in modo autonomo senza alcun reale coordinamento con il resto della rete, quanto mai necessario in tale realtà e posto lo stato del mercato italiano?

Giova ricordare che non più tardi di un paio di anni fa è andata in scena un’indegna lotta fratricida tra Torino, col suo “storico” Salone, e Milano con la nuova fiera “Tempo di Libri” – che si è rivelata per ciò che non poteva che essere, un gran buco politico nell’acqua editoriale, ma che pare sarà riproposta a febbraio 2020. Dunque, se così sarà, solo un mese prima della nuova fiera di Firenze.

Ribadisco (sempre a titolo personale): ma serve veramente a qualcosa di buono e utile per i libri e la lettura, tutto questo?