I paesi sono per gli scrittori, non le città (Franco Arminio dixit)

Mi consolo pensando che la paesologia ha una sua ragion d’essere, magari per dire quelle inezie che i giornali o la televisione non sanno più dire. Loro devono raccontare gli eventi e nel paese l’evento più importante è proprio questo non esserci dell’evento. Il paese è luogo per scrittori e non per cronisti. (…) Nei posti considerati minori sta accadendo qualcosa importante, qualcosa di vago e profondo che si può incrociare solo dotandosi di strumenti conoscitivi molto sofisticati.

(Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, Laterza, 2008, pag.87.)

arminioHa ragione Arminio, e non solo in qualità di fondatore della paesologia – anche se, indubbiamente, egli ha compreso più di tanti altri come in un’Italia che è paese di paesi la storia (nel senso più ampio e generale del termine, dunque anche le storie quotidiane e “ordinarie” ma solo all’apparenza, quelle alle quali la gran parte di chi scrive letteratura si ispira) si è generata e tutt’oggi si genera più nei paesi che nelle grandi città, le quali peraltro sono già ampiamente narrate dai mass media i quali da esse sono più attratti che da quegli insignificanti borghi dispersi per monti e valli… Invece ogni paese, anche il più minuscolo, spopolato, abbandonato, tagliato fuori da quello che noi intendiamo generalmente come “progresso”, è uno scrigno di storie infinite, di patrimoni materiali e immateriali, di culture preziosissime e illuminanti, di saggezze dalle origini ancestrali, di leggende, miti, di identità, di esistenze e di vite – oltre che di altrettante potenzialità sociali, culturali, economiche. Abbandonare i paesi al loro destino apparentemente segnato (ovvero così determinato da una politica del tutto distorta e miope) significa svuotare il nostro paese del suo midollo vitale, trasformandolo in una (forse) luccicante scatola antropologicamente vuota. E significa anche perdere tutte quelle storie che darebbero ad uno scrittore di che scrivere per una vita intera, facendogli in più comprendere la più autentica essenza della casa comune in cui viviamo.

Mark Twain, “Il diario di Adamo ed Eva”

twain-diario-copPer ben poche altre realtà letterarie del mondo e della storia si può affermare con simile sicurezza che un autore sia fondamentale per ogni altra opera scritta ad egli successiva come per la letteratura americana con Mark Twain. È quasi una banalità affermarlo, in effetti, ma quanto meno a mitigare tale ovvietà arriva in soccorso un altro pilastro letterario come Ernest Hemingway, il quale a sua volta affermò che «Tutta la letteratura americana moderna deriva da un unico libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn», ovvero il riconosciuto capolavoro dello scrittore ex pilota di battelli sul Mississippi – da cui Samuel Langhorne Clemens derivò lo pseudonimo che lo ha reso immortale.
Altra banalità, ora – d’altronde vien facile formularle, con Twain: i pilastri della letteratura di tutti i tempi si riconoscono anche dal fatto che non solo le loro più famose e celebrate opere sono dei capolavori, ma pure gli scritti minori in un modo o nell’altro lo sono, o quanto meno sanno dimostrare anche in poche righe come il loro talento e l’ispirazione non fosse dovuta a fortunate coincidenze o a congiunzioni astrali favorevoli ma, per così dire, a peculiarità genetica costantemente attiva.
Il diario di Adamo ed Eva (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 1° ed.1999, a cura di Giovanni Sordini, prefazione di Carla Muschio) è un’ottima prova di quanto ho appena scritto. Opera certamente minore nella produzione dello scrittore americano, probabilmente non fondamentale per poter dire di conoscerlo in modo adeguato eppure, nelle sue sole 60 pagine, perfettamente in grado di…

twain(Leggete la recensione completa di Il Diario di Adamo ed Eva cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Camminare è un atto di progresso civile (Davide Sapienza dixit)

La società che tutti insieme abbiamo creato manda un messaggio chiaro: se non ti sottoponi alla produzione di massa, sei fuori. L’unica via di uscita è tornare a vivere secondo il diritto selvatico, recuperare le gambe, riconoscere che i nostri piedi sono più intelligenti di tanti cervelli riuniti in un Parlamento o a un vertice mondiale della sostenibilità: in quei luoghi, nessuno sa cosa sia il Cammino di una civiltà.

(Davide SapienzaCamminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014, pag.94; in ebook su Feltrinelli.)

Sapienza-2Ha ragione, Sapienza: se si vuole trovare un aspetto positivo nella società contemporanea, è quello – paradossale – di aiutarci a (ri)mettere in luce ciò che può realmente salvarci dalla sua all’apparenza irrefrenabile decadenza – culturale, soprattutto, ma non solo. E quasi sempre si tratta di azioni semplici, primarie, primordiali eppure fondamentali, virtuosamente olistiche, profondissime nella loro essenza e profondissimamente umane. Come il camminare, appunto, pratica che -chi legge il blog ormai lo saprà – trovo personalmente necessaria al fine di potersi ancora dire creature intelligenti, per quanto sia – in tutta la sua semplicità, appunto – un’azione ricolma di innumerevoli sensi, significati, accezioni, sostanze, concetti, nozioni, culture, saggezze. Tutte cose che possono renderci migliori ergo rendere migliore il mondo in cui viviamo, ben più di Parlamenti politici e vertici mondiali di esperti di chissà cosa – proprio come afferma Davide Sapienza.

P.S.: cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Camminando.

La morte della (nostra) comunicazione (Pasolini dixit)

La morte non è nel | non potere più comunicare, | ma nel non potere più essere compresi.

(Pier Paolo Pasolini, Una disperata vitalità)

La-Pietà-di-pasolini-secondo-Ernest-Pignon-ErnestCredo non ci sia nulla da dire, ancora, sulle peculiarità profetiche del pensiero di PPP. Ma certamente oggi, nell’epoca dell’informazione e della comunicazione a 360°, della connessione in rete 24/7 e, di contro, pure del sempre più diffuso analfabetismo funzionale, non è difficile riferire la morte citata da Pasolini a questa nostra società, al suo essere ingolfata di innumerevoli voci parlanti che sempre meno gente sa ascoltare e dunque comprendere, in uno stato di effettiva cacofonia nel quale svaniscono anche quelle poche parole di valore che ci farebbe bene sentire ma che appunto, nel rumore generale, non comprendiamo più. Non manca comunicazione, al tempo d’oggi, manca comunicabilità ovvero, per dirla in altro modo, manca la volontà di comunicare e di recepire comunicazione: al punto che, in una deriva inquietante tanto quanto pericolosa per tutti, molti ormai (da certo potere politico, e non solo, in giù) rinunciano totalmente a comunicare, arroccandosi e rinchiudendosi nella propria – più o meno consapevole, più o meno dissennata – alienazione, ovvero in uno stato totalmente anti-sociale. Che, se le cose non cambiano, potrebbe finire per uccidere la “società” in quanto tale, per causarne la morte. Appunto.

Letteratura è invenzione, non descrizione (Björn Larsson dixit)

La peculiarità della letteratura non è quella di descrivere il reale qual è, ma di immaginarlo, ovvero – come diceva Baudelaire a proposito di Balzac – non di copiare la realtà, ma di inventarla. E’ proprio della letteratura, poesia compresa, liberarci dalla realtà specifica per poi ritrovarla migliore, veritiera o diversa. La letteratura esiste per svolgere una funzione di cui le altre forme d’arte e di scrittura sono incapaci, vale a dire proporre altri modi di vita, altre possibilità di pensiero, altre maniere di impiegare il linguaggio, al fine di comunicare e capirsi meglio. Esiste perché abbiamo bisogno di sapere che le cose, compresa la lingua, possono essere diverse da come sono. La sua forza non è né dare lezioni né essere un documento veritiero, ma risiede in quell’appello alla libertà del lettore di cui parlava Sartre. O come ben diceva, con la sua arte della formula: “Non si scrive per gli schiavi.”

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.195-196)

Larsson_2000Anche perché, mi viene modestamente da aggiungere alle parole di Larsson, una letteratura che semplicemente descrive la realtà, e non tenta di inventarla o quanto meno di reinterpretarla sulla base di nuovi punti di vista, non è che un testo di condanna per il libero pensiero. E’ come un piccolo territorio racchiuso in un recinto nel quale si resta imprigionati e si finisce per girare in tondo, quando invece la vera letteratura è una strada da seguire che ci può condurre fino a dove mai avremmo pensato di poter giungere.