Il poeta è come un contadino a primavera (Henry David Thoreau dixit)

Poeta dovrebbe essere colui che sa piegare i venti e le correnti al proprio potere, affinché essi parlino per lui; colui che inchioda le parole al loro significato primitivo, come il contadino che ogni primavera ribatte nel terreno i pali dello steccato sollevati dal gelo; colui che sa risalire all’origine delle parole ogni qualvolta le usi, trapiantandole sulla pagina con la terra ancora attaccata alle radici; colui le cui parole sono così vere, forti e naturali da schiudersi come gemme all’annunciarsi della primavera, pur essendo rimaste mezzo soffocate tra due pagine ammuffite in una biblioteca; certo!, così da fiorirvi e generare frutti ogni anno per il lettore fedele, secondo la loro specie, e in armonia con la Natura circostante.

Henry David Thoreau, Camminare (Mondadori, Milano, 2009, pag.44.)

Thoreau-imageThoreau traccia qui una delle migliori e più profonde definizioni di “poeta” ovvero, in senso generale, di cosa significhi fare poesia. E non è un caso che la tracci lui, il filosofo trascendentalista del Walden e del ritorno alla Natura: perché se vi sono innumerevoli e sorprendenti affinità tra il camminare nei boschi e la scrittura letteraria, ve ne sono ancor di più se con quel cammino l’innocenza vegetale della Natura (ri)attivi “la magica virtù di rendere innocente colui che la contempli” – come scrisse Jean Starobinski proprio riguardo a Camminare, il saggio di Thoreau sul tema. Innocenza ovvero spontaneità, rigenerazione della propria naturale istintività senza più condizionanti sovrastrutture mentali e dunque ritorno alla massima sensibilità, percettività, reattività a ogni minima cosa che si ha intorno. Quella che è, in molti casi, la condizione più consona alla scrittura poetica.

Pensare non serve a nulla! (George Orwell dixit)

Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullano a vicenda, sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe; fare uso della logica contro la logica; rinnegare la morale proprio nell’atto di rivendicarla (…) Soprattutto, saper applicare il medesimo procedimento al procedimento stesso. Era questa, la sottigliezza estrema: essere pienamente consapevoli nell’indurre l’inconsapevolezza e diventare poi inconsapevoli della pratica ipnotica che avevate appena posto in atto.

(George Orwell, 1984, 1a ed. 1949.)

George-OrwellQuando Orwell scrisse 1984, titolandolo invertendo le ultime due cifre dell’anno in cui lo pubblicò, delineò quello che nella sua fenomenale e insuperata distopia rappresentava il pessimismo verso un futuro di oppressione totalitaria piuttosto che di progresso e sviluppo generale, lucidamente preconizzato. Oggi siamo nel 2016, sono passati 32 anni: siamo il futuro di quel futuro – l’anno 1984, appunto – che Orwell aveva profeticamente descritto e in modo rivelatosi poi così tremendamente giusto. In questo intreccio tra fantasia letteraria divenuta realtà e realtà che ha superato la finzione del romanzo, siamo in pratica – noi uomini contemporanei – l’effetto reale della profezia romanzesca di Orwell.
Ma, appunto, non ce ne rendiamo conto. Da decenni non ce ne rendiamo conto. Quelle due cifre invertite e la data che ne è scaturita, trovata semplice e funzionale per il romanzo orwelliano, hanno perfettamente fissato pure l’inizio effettivo di tale processo di decadenza, i goduriosi e nefasti anni ’80: quando ci seppero convincere che pensare non serviva, che era meglio sapere il meno possibile – essere spensierati e, per questo, potersi divertire il più possibile.

L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza.

Siamo un po’ tutti degli “scemi in scena” (August Strindberg dixit)

“Per di più si pretende, con insistenza, la gioia di vivere, tanto che i direttori dei teatri non fanno altro che ordinare farse quasi che la gioia di vivere si riduca a fare gli scemi in scena e a descrivere gli uomini come tanti invasati o idioti. Io trovo invece la gioia di vivere nelle forti crudeli lotte dell’esistenza e godo sempre nell’apprendere qualcosa, nell’istruirmi.”

(Johan August Strindberg, La signorina Julie, 1888.)

166810Sono passati quasi 130 anni dalle succitate parole di Strindberg. Ma provate a sostituire “teatri” con “canali TV”… non vi pare che diventi di colpo una citazione di valore assolutamente contemporaneo?

Walter Siti, “Troppi paradisi”

cop_troppi-paradisiNell’introdurre le mie impressioni di lettura di Mosca più balena, di Valeria Parrella, dicevo di quell’articolo letto tempo fa su una serie di scrittori italiani di ottima qualità e inversamente proporzionali vendite, a riprova della scarsa competenza (ovvero della esagerata duttilità commercial-consumistica) del lettore medio. Tra di essi vi era Valeria Parrella, mentre non c’era – giustificatamente in senso commerciale, forse, ma non del tutto – Aldo Busi, uno dei più grandi scrittori italiani viventi, capace senza dubbio di ottime vendite ma di popolarità ben più legata al personaggio in sé che ai suoi libri – che invece io mi sono letto nella quasi totalità, riconoscendo la sua grandezza letteraria già tempo addietro.
C’era invece, in quella lista virtuosa, Walter Siti. E non per caso ho voluto in qualche modo introdurre Siti attraverso una “elegia minima” di Aldo Busi: perché il primo è, per così dire, fervido discepolo narrativo del secondo nonché sodale (seppur siano della stessa generazione – ma Busi ha esordito nella narrativa 10 anni prima – e seppur non siano mancati attriti letterari tra i due), e lo si capisce bene da Troppi paradisi (Einaudi, 1a ed. 2006), romanzo ampio e articolato che in diversi aspetti mi ha ricordato certa produzione busiana – e non sto facendo riferimento solo ai temi trattati e al modo con cui Siti li ha narrati e sviluppati.

WALTER-SITI-facebookLeggete la recensione completa di Troppi paradisi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!