La televisione, la grande anestetizzatrice (Walter Siti dixit)

La tivù non solo impagina la realtà che ti è consentito vedere, ma fa diventare “reale” quello che hai sognato al cinema, impaginandoti anche i sogni. Il cinema conservava ancora, al momento del massimo splendore, la fondamentale duplicità umana: da un lato la realtà informe, bruta, puzzolente, dall’altro l’evasione, l’assoluto, il divino. Lo specifico della televisione è l’avvicinamento (fino alla confusione) di questi due piani: la televisione non ti fa evadere, può permettersi di essere una «finestra spalancata sul reale» perché nel frattempo il reale si è “spiritualizzato”, diventando tivù-compatibile. Le migliaia di persone che, nel mio palazzone o in quelli contigui, stanno guardando gli stessi programmi, non chiedono tanto di evadere quanto di “ammazzare il tempo” – e persino se con le cassette o il dvd stanno guardando un film, al film non chiedono la possibilità di altre vite, ma solo la licenza di anestetizzare la loro. La tivù ha “televisionato” anche il cinema.

(Walter Siti, Troppi Paradisi, Einaudi, 1a ed. 2006, pagg.97-98)

Walter_Siti_fotoHa ragione Siti: una delle più grandi “vittorie” della TV contemporanea – conseguita a discapito dei “telespettatori” – è stata quella di trasformarsi da strumento di rappresentazione e descrizione del mondo e della vita a fonte stessa di tale rappresentazione e descrizione. Un tempo la televisione esisteva perché esisteva il mondo, ora il mondo esiste solo (per certi aspetti e per molta gente) se lo si vede in TV, ed esiste solo come la TV lo raffigura. Lo ha totalmente “televisionato”, appunto, ne ha reso la realtà una specie di proprio palinsesto anestetizzandone qualsiasi senso, valore, sostanza, autenticità, pregio, bellezza. Ovvero anestetizzando chiunque alle sue immagini si sottoponga – dacché il mondo le sue doti ce le ha ancora e assolutamente intatte, ma ben lontane dalle telecamere.

I musei sono prepotenti, le biblioteche oneste (Giorgio Manganelli dixit)

Io diffido dei musei, in primo luogo dei musei istituzionali, che tendono a raccogliere e catalogare “tutto”. La biblioteca è pedante ma onesta. Non pretende di essere unica. Il museo esige di essere solitario, esemplare, irripetibile. È fatto di oggetti unici. Ogni esempio è una preda, comprata, catturata, deportata, scovata, scavata, rubata, corrotta, scambiata, trafugata. Un museo presuppone una passione non ignara di delitti, una cupa concentrazione, la mitologica fantasia di poter ritagliare uno spazio piatto e concluso, tolemaico, nel mondo sferico copernicano. Un museo nasconde una macchinazione, una prepotenza, una frode. Raccoglie quelle cose ambigue e un poco sinistre che sono i capolavori; colleziona opere d’arte, in nome della bellezza; infine, pretende di essere istruttivo. In ogni caso, i musei agiscono in modo riduttivo; l’opera chiusa nella teca del museo è catturata in un lager di squisitezze, viene dichiarata eterna purché rinunci alla propria qualità magica, alla intrinseca violenza, perché accetti di essere “bella”.

(Giorgio Manganelli, Lager di squisitezze, ne La favola pitagorica, Adelphi, 2005, pag.57-58.)

giorgio-manganelliSulla scia di quanto scritto da Manganelli, mi viene a pensare al museo e alla biblioteca come alla prigione dorata dell’arte, il primo, e ad una pensione pur modesta per la stessa la seconda – che si tratti di arte visiva, letteraria o che altro, la questione non cambia. Nel primo si può anche vivere ma quasi sempre non se ne esce più, dalla seconda sì. Il primo può essere bellissimo, ma facilmente condanna l’arte a non dialogare più con le persone, condannandola a una mera fruizione estetica, la seconda invece, anche quando sia piccola e dimessa, consente ad essa di parlare ancora, di raccontare, di insegnare, di illuminare.
Solo se sa rimanere aperto a quanto ha intorno, il museo può sfuggire a quella sorte da carceriere; solo se, in qualità di scrigno di cultura, ne resta anche fonte, sorgente, movente. Proprio come lo è per natura la biblioteca – sperando che essa stessa sappia rimanere tale e non trasformarsi in un museo di arte letteraria, ovvero di libri imprigionati. Ma questo, senza dubbio, dipende molto da noi lettori.

Senza tragedie, senza i cattivi non c’è storia (Paolo Poli dixit)

Senza tragedie, senza i cattivi non c’è storia. Prendi Tolstoi con Anna Karenina, una stupida, una puttana, lascia il bambino, lascia marito… Ma ti ci affezioni, la adori. Lo sapeva anche il padre eterno: quando si accorse che Adamo si annoiava gli creò la moglie, una rompicogliona, che però ha fatto andare avanti la storia. Nei romanzi ci vogliono i cattivi. La bisbetica quando è domata finisce la commedia.

(Paolo Poli, citato in Anna Benedettini, Teniamoci i cattivi movimentano la vita parola di Paolo Poli, La Repubblica, 27 novembre 2010.)

paolo-poli-654x404Così raccontava Paolo Poli, mancato pochi giorni fa, con quel suo inimitabile e illuminante stile fatto di ironia, sagacia, sarcastica franchezza e un meraviglioso tocco di cinismo. Purtroppo, anche senza personaggi come lui la storia non c’è, non la si fa. Qualcuno sul web, in occasione del suo decesso, ha scritto che è morta “la madre della Patria, il maestro Poli”. E’ vero, purtroppo: la nostra cultura è sempre un poco più sola, un po’ più debole e tutti noi più orfani di tali sublimi genitori. Ma la storia, che Poli e quelli come lui hanno fatto e hanno saputo così impreziosire della loro presenza e con la loro arte, li ha già resi immortali.
E non è nemmeno una magra consolazione, questa, se piuttosto di ignorare – come si viene portati a fare – sappiamo e sapremo ricordare tale immortalità culturale. Perché, appunto, è storia e cultura. Roba nostra, insomma.

Mezzo secolo al seguito di Brancaleone da Norcia!

Avrete sentuto, suppongo, lo nome di Groppone da Figulle. (…) Groppone da Figulle fue lo più grande capitan di Tuscia. E io son colui che con un sol colpo d’ascia lo tagliò in due. Lo mio nome – stare attenti! – lo mio nome est Brancaleone da Norcia!

l43-locandina-armata-brancaleone-160404105138_big (1)Esattamente 50 anni fa, il 7 aprile del 1966, debuttava nelle sale uno dei più grandi capolavori del cinema italiano: L’Armata Brancaleone.
Capolavoro fenomenale sotto ogni aspetto: tecnico, filmico, artistico, comico, linguistico, storico (nonostante la vena satirica e grottesca, è considerato da molti il miglior film italiano sul Medioevo), ricchissimo di citazioni colte tanto quanto di leggera e popolana genuinità, straripante di genialità e talenti sublimi davanti e dietro le cineprese. Un film che a cinquant’anni di distanza fa ancora sbellicare dalle risate, affascina, avvince e sorprende per quanto dinamico e moderno – o forse atemporale, verrebbe ormai da dire – sia, non solo nella forma cinematografica ma pure nella sostanza tematica. Anzi, in tal senso forse ben più oggi che dieci lustri fa, ovvero nel Medioevo scenografico del film, siamo tutti quanti parte di un’unica, grande Armata Brancaleone

Non tralasciate di scrivere il libro della vostra anima (Carl Gustav Jung dixit)

Vorrei suggerirvi di tenere traccia di tutto in un bel libro rilegato. Potreste avere l’impressione di banalizzare le vostre visioni ma sarà il modo per liberarvi dal loro potere e questa pratica finirà per diventare necessaria. Quando le visioni sono custodite in un libro prezioso è possibile sfogliarlo pagina dopo pagina: sarà la vostra chiesa, la vostra cattedrale, il luogo silenzioso in cui il vostro spirito si rinnoverà. Non date retta a chi vi dice che è un esercizio inconsistente o nevrotico: se ascoltate queste persone perderete l’anima. Perché quella che c’è nelle pagine del libro è la vostra anima.

(Carl Gustav Jung, citato in Maurizio Principato, John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.261-262.)

JungAttenzione, non fraintendete: quello che Jung invita a fare non è ciò che forse crederete già di fare con la vostra attività sui social network, la quale potrebbe sembrare la versione contemporanea di quanto affermato dal grande psichiatra svizzero. No, in realtà è l’esatto opposto. E perché lo sia l’ho già spiegato – pur con differente contestualizzazione, qui tempo fa. In fondo – pensateci bene – oggi che tutti quanti stiamo a scrivere tutto (o quasi) di noi sui social, la nostra società ha sempre meno memoria collettiva, sempre meno capacità di ricordare. Non è un caso, io credo.