Stare sui social

C’è stato un tempo (recente) in cui chi non stava sui social si sentiva come chiuso in una prigione senza finestre e gli altri liberi di avere il mondo a disposizione; verrà un tempo (imminente) nel quale chi non starà sui social sarà una persona libera e indipendente, e gli altri controllati “a vista” in una prigione senza uscite.

Un equivoco

Non so voi, ma io credo che, alla fine, sia tutto frutto di un banale equivoco: si lavora 340 giorni all’anno e si fanno 20/25 giorni di ferie, magari anche meno, invece era “340 giorni di ferie e 20/25 di lavoro”. Mi sa che sta qui il problema, forse.
Ecco.

Niente montagne con cui orientarsi

Una volta da giovane son dovuto scendere in macchina per un carico di rastrelli dal Giusep, poi grazie al cielo non mi è più successo, li avevo legati al tetto, dovevo consegnarli laggiù, mamma che casino di strade che hanno, non sai dove devi andare in quel bordello, semafori e strade e case e cartelli ma niente montagne con cui orientarsi, in questo noi ce l’abbiamo più facile, qui o sali o scendi la valle.

(Arno Camenisch, Ultima Sera, Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado, pag.70.)

Vacanze di ieri e di oggi

Un tempo si sarebbe voluto andare in vacanza anche noi, io da giovanotto qualche volta andavo a Coira, e mi sarebbe piaciuto berci un caffè, ma non ce n’era nemmeno per quello, altrimenti al ritorno avrei dovuto fare l’ultimo pezzo a piedi anziché in treno. E oggi corrono in vacanza da perdere le ciabatte, possibilmente in aereo, c’è da aver paura che ‘sti uccelli vengano giù dal cielo. E poi arrivano qui e ti cacciano via, dice l’Otto, chiudono le baracche e sprangano tutto quanto, sorride, leva la birra e il cappello e dice alla vostra. Il Luis scuote la testa, ti prendono a pedate con scarpe che non son mai grandi abbastanza.

(Arno Camenisch, Ultima Sera, Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado, pagg.42-43.)

Il delitto perfetto (delle librerie di Roma), parte 2a

Qui sotto potete leggere un altro emblematico e illuminante passaggio dell’articolo che l’8 giugno scorso Claudio Morici ha pubblicato su Internazionale, sotto il programmatico titolo Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma.
Per saperne di più al riguardo, e perché ve lo stia evidenziando, cliccate qui. L’articolo nella sua interezza lo potete ovviamente leggere su Internazionale cliccando sull’immagine in testa al post.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.
Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.
C’è poi la questione degli sconti. In Italia una legge del 2011 prevede che non possano superare il 15 per cento. Per raccontare i cavilli, i raggiri, le paraculate che portano ogni mese grandi editori e grandi catene a fregarsene e fare offerte che si mangiano letteralmente i più piccoli nella filiera, ci vorrebbe un altro articolo. Ma anche in questo caso, molte piccole librerie intraprendenti hanno trovato strategie di sopravvivenza come le “copie in deposito”, ovvero la possibilità di procurarsi i libri direttamente dall’editore, pagandoli solo una volta venduti.
E allora se non è neanche un suicidio, chi le ammazza le librerie? Muoiono di vecchiaia?