Dislivelli #106

Ok, per ora basta con i due teatranti ammeregani, torniamo a parlare di cose interessanti.

È sempre un piacere constatare una nuova uscita del magazine “Dislivelli.eu”, edito dall’omonima associazione, perché è sempre una lettura alquanto interessante e spesso illuminante. L’ultimo numero, il 106, è uscito da poco ed è dedicato alla scomparsa repentina dei ghiacci sulle nostre montagne, un fenomeno ormai visibile a occhio nudo e a memoria d’uomo, a testimonianza degli effetti nefasti dei cambiamenti climatici, che interessano non solo la montagna, ma tutto il pianeta. Perché, come spiega Enrico Camanni, se «sono circa due secoli che abbiamo convertito la repulsione per il ghiaccio in attrazione fisica ed estetica», è vero che da una parte «contempliamo la bellezza dei ghiacciai e ne celebriamo la purezza, li dipingiamo, li narriamo, li sogniamo, li scaliamo, li sciamo, li decantiamo», ma dall’altra «li mortifichiamo con i gas serra». Ammirazione e distruzione «vanno di pari passo in un evidente cortocircuito sociale, economico e culturale, perché l’uomo romantico che ama e rimpiange i ghiacciai è lo stesso uomo industriale che li umilia».

Cliccate sull’immagine della copertina, lì sopra, per leggerla online oppure per scaricarla in pdf. Buona e proficua lettura!

Le api

[Foto di Aaron Burden da Unsplash]

In passato capitava spesso che accompagnassi mio nonno al suo apiario, dove teneva diversi alveari. Mi ricordo soprattutto il calore e l’incessante ronzio all’interno e nei dintorni. Per non parlare dell’odore! Un insieme di legno, cera, polvere, miele… e api. A casa, nella camera da letto del nonno, c’era un vecchio smielatore fuori uso, di quelli che venivano azionati a mano. Un bel giorno tutta la stanza si riempì di api. Le api del vicino avevano sciamato e si erano annidate nella camera da letto del nonno. All’epoca ero fermamente convinta che, una volta tanto, fossero state le api del nonno a venirlo a trovare invece del contrario. Una volta gli chiesi come faceva a distinguere le sue api da quelle del vicino. Mi rispose: «Sai, alle api femmine lego attorno al collo un piccolo fiocco rosso e ai maschi un piccolo fiocco azzurro». Ovviamente gli credetti. Poco dopo la morte del nonno questa storia mi tornò in mente. E cercavo di indovinare perché quella volta mi avesse dato quella risposta, che non era nemmeno tanto divertente. Per svelare il mistero dovetti aspettare diversi anni, fino alla mia formazione in pedagogia della natura e wilderness, che prevede un metodo particolare di insegnamento, chiamato «Coyote Teaching». Si basa sul modo con cui le popolazioni indigene insegnano le cose ai propri figli. Uno dei principi è il seguente: «Non dare risposte univoche.» La ragione di ciò è che i bambini dovrebbero trovare le loro risposte. Che cosa ha a che fare questo con le api di mio nonno? La risposta è che mio nonno, senza saperlo, era un grandioso «Coyote Mentor». Da quando mi aveva raccontato la storia dei fiocchi rossi e azzurri, io inseguivo ogni ape. Le osservavo con attenzione per capire se facessero parte delle colonie del nonno. Se mi avesse dato una risposta corretta non avrei mai potuto imparare tanto sulle api e realizzare un legame più stretto con loro.

(Marion Ebster, responsabile del progetto «Natura e uomo Cipra», nell’editoriale del nr.106/2020 di “Alpinscena” la rivista di Cipra International, in questo numero dedicata alle api e al loro allevamento nelle Alpi – anche se l’aneddoto raccontato da Ebster ve lo voglio proporre perché è suggestivo e significativo a prescindere. “Alpinscena” potete conoscerla e scaricarla gratis in pdf qui.)

La prima neve

[Per visitare la fonte dell’immagine – di oggi, intorno alle 12.00 – cliccateci sopra.]

La prima neve che cade sui monti – a quote ordinarie, intendo dire, quella che colora di bianco un’ampia fascia dell’orizzonte e del paesaggio quotidiani, poco sopra casa e anche se solo per poche ore – è una di quelle poche cose che, a me, non solo infonde una deliziosa contentezza ma che, per così dire, mi fa sperare in qualcosa di bello. Fa niente non capire cosa, basta percepire la gradevole sensazione e basta non star lì a indagarla troppo, almeno per quel momento: avvertirla, viverla, goderla e amen.

P.S.: c’è un altro post qui nel blog che ha lo stesso titolo, nel quale ho trattato lo stesso tema in altro modo. Lo leggete qui.

Di mattine estive da restarci contenti

[Foto di Manfred Antranias Zimmer da Pixabay]
Quando nel pieno dell’estate, tra giornate torride, di afe grevi e opprimenti che t’avvolgono come sudari bollenti, d’improvviso compaiono mattine col cielo ingolfato di nubi grigie e lampeggianti, scrosci piovosi spesso vivaci e brezze altrettanto allegre e soprattutto prodigiosamente fresche, da “crollo delle temperature”, come si dice in questi casi, al punto che ad uscire di casa e sentire sulla pelle un’aria così diversa e così vitale rispetto a quella sfibrata dalla calura dei giorni precedenti si resta quasi sgomenti… mattinate come quella di oggi qui, insomma, dopo i 35° e passa di ieri, be’, voglio dire, a trovarcisi dentro, in condizioni così inopinatamente poco spossanti e invece così tanto rigeneranti, si prova una contentezza così leggera e in fondo futile eppure così tanto intensa che nel momento in cui la si prova è difficile da eguagliare, a mio parere. Ci si sente così tanto bene, ecco.

Anche perché poi passa, tutto questo refrigerio, siamo quasi a fine luglio e l’afa estenuante tornerà ancora per un po’, inesorabilmente. Quindi, oggi, è un po’ come gustarsi almeno per una volta una fresca e favolosa mousse ai frutti di bosco in mezzo a tante ordinarie e bollenti minestrine, quasi. Già.

 

Tutti a sciare dentro lo Skidome di Selvino!

Cari “amici” selvinesi,

come potrei non ringraziarvi? Come poter non esservi grati per l’esempio che state dando? Come non dirsi “orgogliosi” di essere vostro conterraneo?

Dopo i meravigliosi elicotteri di Valbondione, che con il loro rumore finalmente rompono il “triste silenzio” dei monti e “profumano” l’aria altrimenti così fastidiosamente pura trasportando “veri amanti della montagna” ai rifugi della zona evitando loro di camminare per ore sui sentieri, una roba ormai sorpassata e idiota, se tutto “va bene” a breve – ho appena saputo dai media – si potrà venire a sciare tutto l’anno a Selvino, nel vostro fantastico “Skidome”! Che meraviglia, che spettacolo: andare in montagna per sciare su un’unica pista di 500 metri chiusi dentro un capannone interrato con neve artificiale per tutto l’anno! Che altro si può chiedere a una località di montagna? Starsene all’aperto d’inverno, al freddo, solo per vedere il panorama? Oppure prendere il Sole sui prati in estate, quando persino a fine luglio si può sciare su neve programmata? Oppure ancora girovagare lungo i sentieri per i vostri monti per restare in contatto con la Natura? E che siamo, dei poveri trogloditi, per fare cose così primitive?

No: meglio utilizzarli, i vostri prati – che tanto ce n’è in abbondanza, no? – per costruirci qualcosa di finalmente utile: lo “Skidome”! Questo sì che vuol dire spendere i soldi per la montagna nel modo migliore, e per qualcosa che ad un comune montano come Selvino serve assolutamente! Ho letto che serviranno 40/60 milioni per la sua costruzione, soldi che verranno da finanziatori privati che dimostrano così di avere proprio tanto a cuore la montagna selvinese: in effetti perché buttare via tutto questo denaro in altre cose, a Selvino, ad esempio per le strade, la viabilità, l’urbanistica, le scuole, il miglioramento dei servizi, delle attrattive culturali sul territorio, la socialità, il sostegno alle attività economiche… bah, tutte robe che non servono a niente! Basta con tutta la retorica del turismo ecosostenibile, culturale, della conoscenza del territorio che crea affezione e legame, dei boschi e dei prati e dei panorami delle vette orobiche o della pianura distesa ai propri piedi! Anzi: chiusi dentro un capannone, finalmente potremo sciare senza più le distrazioni del paesaggio, dei panorami, del cielo azzurro, dei suoni della Natura… perché spero che nello “Skidome” ci sarà pure musica diffusa ad alto volume, no? Che con il vociare e l’urlare di quelli che ci saranno dentro ci farà sentire come se staremo sciando all’OrioCenter! Inoltre, non avendo intorno la distrazione del paesaggio alpino con quelle montagne tutte uguali, potremo sentirci come se stessimo sciando in città o in qualsiasi altro posto! Che meravigliosa emozione!

Avete proprio ragione quando, presentando il progetto, scrivete che «Molto spesso la vita propone due alternative: restare con ciò che si possiede, facendo prevalere lo spirito di conservazione, oppure osare, credere in un sogno che possa stravolgere in positivo la propria esistenza.» Ma infatti: perché restare lì immobili con ciò che si possiede da sempre?! Bisogna osare, credere nei sogni, stravolgere! Ad esempio, io non capisco quelle località che hanno montagne sulle quali non ci sono piste da sci, cosa aspettano per raderle al suolo! A che serve conservarle, tanto sono inutili! E vale anche per le città, per Bergamo Alta ad esempio, con tutti quei vecchi monumenti per la cui conservazione bisogna pure spendere un sacco di soldi… via, abbattere, osare, costruire robe nuove, stravolgere!

Meno male ci siete voi di Selvino, con il vostro esempio che, per giunta, sconfigge i cambiamenti climatici: non nevica più a 1000 metri di quota perché il clima non è più quello di prima? Chi se ne importa, basta costruire un megafrigorifero dove possa esserci sempre neve e rinchiudersi lì, alla faccia dei ghiacciai che scompaiono e del caldo torrido a fine gennaio! E poi non rovinate nemmeno l’ambiente: il megafrigorifero è interrato, non si vedrà neppure e di nuovo chi se ne importa, di quello che c’è sotto l’erba! Al massimo si vedranno solo le infrastrutture esterne, gli alberghi (per i cui ospiti, in base allo stesso principio di fondo del progetto, mi auguro ci siano a disposizione bambole gonfiabili per sollazzarsi dopo lo sci!) e i ristoranti e i megaparcheggi e le strade che avete chiesto alla Regione di costruire (sempre con soldi pubblici meglio spesi così che in altre cose che chi vive in montagna richiede stupidamente, ovvio), che sarà mai?

Insomma: voi di Selvino sì che sapete cosa sia la “vera montagna”! Vorrei tanto venire pure io a sciare al chiuso nel vostro meraviglioso “Skidome” senza così essere costretto a stare all’aria aperta e a dover vedere il solito noioso panorama alpino ma, stranamente, non vi trovo sulle mappe… Ne su questa e nemmeno su quest’altra: siete come spariti. Chissà come mai!
Be’, fa nulla. Dovrò accontentarmi di andare a sciare all’aperto, sulla neve vera, quando cade sui monti veri, oppure di camminare per sentieri, esplorare nuovi territori alpini, conoscere le loro peculiarità proprio come si faceva una volta. Che roba assurda, vero “amici” selvinesi?!

A voi, invece, auguro di meritarvi tutto quello che il vostro progetto vi porterà. Siete veramente un “esempio”, dal quale tante altre località di montagna spero possano imparare molto.

Cordialmente,

Luca