Aiutare le famiglie con disabili? No, in Lombardia si preferisce costruire seggiovie (dove non nevica più)!

[Una manifestazione dello scorso marzo a Milano contro i tagli ai caregivers lombardi. Immagine tratta da qui.]
La Regione Lombardia taglia i fondi all’assistenza dei disabili gravi e gravissimi – il cosiddetto caregiving: vengono tolti circa 10 milioni, meno di quanto la stessa Regione Lombardia ha stanziato, ad esempio, per uno dei tanti assurdi progetti di nuovi impianti sciistici o di innevamento artificiale in luoghi dove è già oggi problematico sciare e domani sarà impossibile.

Un paio di seggiovie o un tot di cannoni sparaneve al posto dell’aiuto a circa 7.000 famiglie lombarde con persone disabili.

Lombardia: «la Regione del fare» (schifo).

P.S.: qualcuno ritiene che questa mia affermazione sia “populista”? Be’, se lo sia oppure no vada a chiederlo ai familiari delle persone disabili.

Un gran bel modo (tra gli altri) con il quale il CAI di Lecco festeggerà i propri 150 anni

[Una veduta di Lecco con alcune delle sue montagne. Foto di Emibuzz, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.]
Un’altra sezione del Club Alpino Italiano quest’anno celebra la propria fondazione, una delle più grandi, prestigiose e tra le primigenie del sodalizio nazionale, essendo stata fondata solo 11 anni dopo l’istituzione del CAI nel 1863: è la sezione di Lecco, costituita ufficialmente il 22 maggio 1874 su impulso di grandi personaggi quali – innanzi tutto – Antonio Stoppani e poi Giovanni Pozzi, Mario Cermenati, Giuseppe Ongania, poi divenuta la sezione di alcuni dei maggiori alpinisti italiani e oggi intitolata a uno dei più grandi di sempre, Riccardo Cassin.

Ben centocinquant’anni di attività sono un traguardo di assoluto rispetto, che infatti il CAI di Lecco sta celebrando con un lungo calendario di eventi prestigiosi che copre praticamente l’intero anno in corso. Senza ovviamente nulla togliere agli altri, ce n’è uno che trovo particolarmente significativo: quello – intitolato Sasso a Sasso, vedete la locandina qui sotto – che sabato prossimo 20 aprile propone un’iniziativa collettiva di manutenzione, cura e ove possibile ripristino dei passaggi ammalorati dell’antica mulattiera tra Cereda e Montalbano, due località a monte della città di Lecco dalle quali per lunghi secoli è transitato chiunque salisse per la Valsassina e magari proseguisse per la Valtellina, inclusi i primi lecchesi che, quando l’alpinismo prese a diffondersi, si cimentarono con l’ascesa alle vette dei monti della zona. Un’opera storica di importanza eccezionale che deve essere preservata in ogni modo possibile come ogni altra presente sulle nostre montagne, per come rappresenti una scrittura antropica fondamentale impressa nel tempo sulle “pagine” del territorio, che oggi diventa un vero e proprio libro sul quale si possono leggere innumerevoli narrazioni affascinanti e importanti per l’identità dei luoghi, la comprensione approfondita del presente e per la costruzione del loro futuro. A patto, appunto, che tali scritture restino ben leggibili: per tale motivo trovo l’iniziativa del CAI lecchese quanto mai importante oltre che assolutamente affascinante. Andare per monti, raggiungendo le loro vette o vagando nei fondovalle, oggi significa anche se non soprattutto manifestare sensibilità e avere cura dell’ambiente montano, quanto mai prezioso, delicato e particolarmente esposto al cambiamento climatico e agli effetti delle attività antropiche. Che tutto ciò lo manifesti il principale sodalizio della montagna credo renda il tutto ancora più significativo.

Dunque applausi alla sezione CAI di Lecco e AUGURI per altri 150 e più anni di irrefrenabile vitalità e autentica passione per le montagne!

CAI di Calco, sessant’anni e non sentirli!

La sezione di Calco (Lecco) del Club Alpino Italiano compie 60 anni! AUGURI!

Vivace come poche altre e sensibile alle realtà montane a tutto tondo, il CAI di Calco sa essere un ideale, mirabile trait d’union tra l’alta Brianza nella quale opera e l’alta montagna della quale si fa voce intensa e preziosa, diffusa grazie alle sue innumerevoli attività alpinistiche e culturali.

Proprio come quelle con cui la sezione sta festeggiando il proprio sessantesimo di fondazione, alcune già svoltesi, altre prossime a farlo con la presenza di figure assolutamente prestigiose (trovate qui calendario completo e dettagli, ma lo vedete anche nella locandina lì sopra): ad esempio, domani, l’ospite sarà Luca Mercalli (e, nei successivi incontri, Denis Uribko, Federica Mingolla, Alessandro Gogna…):

Insomma: nomi grandi per una sezione “piccola” solo nei numeri (rispetto ad altre) ma che sa essere grande in modi sempre ammirevoli. Dunque ancora auguri di cuore al CAI di Calco, e cento di questi sessantesimi!

La montagna “bipolare”

«Sci, ultime discese di una stagione d’oro.»
«La stagione è andata molto bene.»
«In questi giorni le temperature sono alte, quindi verificheremo se riusciremo a garantire tutte le piste.»
«Martedì le condizioni della neve non erano ottimali, quindi, avendo ricevuto qualche lamentela, abbiamo deciso di tenere chiuso per qualche giorno.»
«Negli ultimi giorni non è stata facile da gestire viste le alte temperature.»
«Valuteremo nei prossimi giorni se sarà fattibile continuare.»

Certo che oggi è veramente dura la vita dei gestori dei comprensori sciistici!

Le dichiarazioni che avete letto qui sopra (le ho trovate qui) sono di alcuni di essi, referenti di altrettante stazioni sciistiche bergamasche: comprensori con piste per buona parte sotto i 2000 m di quota dunque in totale balìa del cambiamento climatico – ma è inutile rimarcare che dichiarazioni simili le si possano riscontrare ovunque sulle montagne italiane. Costretti, quegli impiantisti, da un lato a far credere che tutto vada per il meglio, dall’altro a dover ammettere, seppur a denti stretti, le crescenti difficoltà che rendono sempre più aleatoria la loro attività. Un atteggiamento forzatamente bipolare, insomma, che palesa chiaramente ciò che essi non possono ammettere, ovvero la consapevolezza che i loro comprensori sciistici hanno gli anni contati e di contro l’incapacità di capire cosa fare. O la non volontà di fare qualcosa, per motivi diversi ai quali non sanno sottrarsi.

D’altro canto capirete bene che legare un’attività imprenditoriale in un territorio già di suo difficile come quello montano, alla quale in modi più o meno leciti e giustificati si rimanda l’economia dell’intero contesto locale, al «verificheremo», al «valuteremo», al «non è stato facile» e al «se sarà fattibile», cioè a una incertezza pressoché totale nel presente e ancor più nel futuro, è cosa che lascia piuttosto interdetti. Non è per niente normale, insomma.

Ma non ero ironico, poco sopra, nel rimarcare quanto sia dura oggi la vita degli impiantisti. Lo è sul serio e non invidio affatto il loro stato. Hanno diritto a tentare di difendere il proprio business sciistico? Sì, ce l’hanno, e in tal senso si può capire che se ne escano con espressioni di esultanza forzate. Hanno diritto di continuare la loro attività? Sì, fino a che essa si dimostri pienamente sostenibile e in grado di reggersi da sola, come deve accadere per ogni impresa commerciale. Hanno diritto di rivendicare la predominanza della loro attività commerciale su ogni altra e per questo pretendere risorse pubbliche a non finire per andare avanti? No, non ce l’hanno: e, appunto, sono loro stessi a dimostrare ciò con quelle loro parole piene di incertezza e inquietudine. Hanno facoltà di ignorare la realtà ambientale – in senso generale – nella quale operano per procrastinare un modello economico-imprenditoriale che non vogliono cambiare? No, per nulla. È bene ricordare loro che non detengono il possesso della montagna e nemmeno l’usufrutto universale o il diritto di fare ciò che ad essi più conviene ma, come tutti, hanno il dovere di fare ciò che più conviene alla montagna e a tutti quelli che la abitano, non solo a chi va dietro ai loro affari – poco o tanto legittimi che siano.

Nella situazione che stiamo vivendo – dal punto di vista ambientale, economico, sociale, culturale – non si può più vincolare la montagna a questa situazione di precarietà e mantenere le comunità residenti ostaggio di un’economia che chiaramente – purtroppo! – è destinata per gran parte a svanire presto, nonostante ciò riservandole fiumi di denaro pubblico su iniziativa di politici miopi e incompetenti che inseguono i propri tornaconti propagandistici e elettorali. Di contro, non si può non fare nulla o quasi per progettare un futuro che rimetta al centro i bisogni, le necessità e il benessere dei montanari, nel quale sia certamente presente anche il turismo (quello sciistico ma non solo) ma in modi ben più razionali, sostenibili e contestuali ai territori e al tempo che stiamo vivendo. In tal senso anche la montagna viene resa forzatamente “bipolare”: da un lato soldi a gogò in attività economiche commerciali prossime alla fine, dall’altro lato nessuna alternativa e per giunta la continua perdita di servizi alla popolazione – sanità, trasporti pubblici, scuole, cura del territorio… insomma, le solite cose ben risapute da tutti meno che dai politici. In altre parole: da un lato la costrizione a un’esultanza svarionata e un po’ delirante, dall’altra la depressione sempre più profonda e tetra. In mezzo, la montagna che cambia – in primis per il clima – e la sostanziale negligenza al riguardo. Va tutto bene? Andiamo avanti così?

Che le risposte a queste domande possano essere le più obiettive, sincere e costruttive possibili.

Altro denaro pubblico buttato per lo sci, a Piazzatorre (e su “Il Fatto Quotidiano”)

Qualche giorno fa Alberto Marzocchi ha pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” un bell’articolo dedicato a Piazzatorre e al progetto di rinnovo e ripristino del locale comprensorio sciistico, un altro di quei casi di finanziamento pubblico di infrastrutture per lo sci che appare a tutti gli effetti scriteriato perché dedicato a un territorio che non presenta più le condizioni climatico-ambientali adatte allo sci alpino.

Me n’ero occupato anch’io (qui) di questo ennesimo caso di potenziale sperpero di denaro pubblico a favore dello sci in una zona che d’altro canto abbisognerebbe di molti altri servizi primari a favore della comunità locale (e peraltro di recente ho scritto di Piazzatorre anche riguardo la devastante presenza di seconde case, ben duemilacinquecento a fronte di duecento abitazioni per i 380 abitanti “veri”); Marzocchi traccia succintamente ma con grande chiarezza espositiva la storia della località sciistica, che rende ancora più scriteriato l’investimento pubblico lombardo, e lo fa con cognizione di causa tripla: perché da giornalista si occupa principalmente di tematiche ambientali (e qui non c’è solo un problema di spreco di risorse pubbliche ma pure di salvaguardia di un territorio montano da una infrastrutturazione decontestuale e potenzialmente inutile), perché è maestro di sci, dunque coinvolto anche professionalmente in questo tema, e perché è originario proprio di Piazzatorre, quindi sa perfettamente di cosa parla.

Vi invito a leggere il suo articolo cliccando sull’immagine lì sopra, è veramente interessante e alquanto significativo. Riflessione finale: quante Piazzatorre ci sono sulle montagne italiane? Ovvero: quanti soldi pubblici vengono buttati sulle Alpi e sugli Appennini in progetti sciistici totalmente privi di senso e di futuro?