Ricolorare l’animo

È stata una giornata ostica, oggi. Numerosi problemi da risolvere, non tutti risolti.
Io e il segretario Loki vagabondiamo un po’ di più, stasera, ricercando nel contatto maggiormente prolungato del solito con la Natura qualche forma di sollievo. Il più efficace placebo che ci sia, d’altronde.

Infatti, poco prima di rientrare nel bosco ormai scuro per tornare verso casa, s’illumina un cielo meteoricamente indeciso che mi offre alcune pennellate cromatiche le quali, nella loro semplicità, bastano a ricolorare l’animo e mi fanno sentire soddisfatto di starmene lì, senza volerlo, a vivere un momento di piccola, ordinaria “bellezza” che da solo ne risolve molti altri precedenti, ben più smorti.

Non so quanto a lungo resterò così colorato, dentro. Ma in fondo è un po’ come se, durante la calura più opprimente, si possa bere anche una sola sorsata di acqua fresca: l’effetto è fugace, ma la soddisfazione goduta è tanto minima per il corpo quanto rabbonente per l’animo. Già.

La fobia strisciante (per le “corde”)

[Foto di Dale Nibbe su Unsplash.]
Appena riemergo dall’ombra del bosco con il segretario Loki, sul sentiero percepisco qualcosa che si muove. Che striscia, anzi.

Di primo acchito mi spavento e spingo avanti Loki rudemente temendo che con le zampe possa schiacciare quella che potrebbe essere una vipera; in realtà il segretario a forma di cane nemmeno si accorge della presenza serpeggiante che intanto sta già sparendo nella vegetazione a lato del sentiero. Tuttavia, passata l’apprensione iniziale, faccio in tempo a riconoscere di chi si tratta: è un orbettino.

Un povero orbettino, già. Mi viene spontaneo voltarmi come a volergli chiedere perdono (ma è già scomparso) per come lo abbiamo messo in pericolo e soprattutto pensando alla malasorte evolutiva che ha colto la sua specie. Voglio dire: l’orbettino è creduto da chiunque se lo veda davanti – salvo che dagli esperti, ovviamente – un serpente, cosa che non è affatto dato che è un sauro, una lucertola in buona sostanza, che però nel corso dell’evoluzione ha perso le zampe così ritrovandosi suo malgrado a far parte della categoria di creature viventi più disprezzata in assoluto. Quando invece è giovane e non ancora cresciuto in lunghezza molti lo scambiano per un grosso verme, altra categoria animale assai repulsiva. Peraltro alcune vecchie credenze popolari lo pensavano cieco (da cui il nome popolare) e per questo velenoso per autodifesa, cosa del tutto falsa: gli occhi li ha mentre il veleno per nulla. Non solo: dai serpenti, con i quali viene confuso, è pure predato – in primis dai colubri, altra presenza che non di rado incrociamo, qui nei boschi (e con i quali personalmente ho un rapporto di cordiale indifferenza). Insomma: una batteria di scalogne non indifferenti, il povero orbettino.

Ho letto di un proverbio africano che così recita: «Chi ha visto un serpente di giorno, di notte ha paura di una corda» Verissimo. A volte però, da questa parte del mondo, sembra quasi che abbiamo paura delle corde di giorno anche più dei serpenti di notte, che d’altro canto non vediamo e dunque non temiamo. O li temiamo ma in forza di una ofidiofobia del tutto indotta e irrazionale che ci terrorizza ben oltre i suoi stessi limiti naturali: così le povere creature striscianti, per natura tra le più furtive, continuano a portarsi appresso lo stigma demoniaco della Genesi, sotto forma di fobia diffusa e quasi sempre immotivata. Anche quando non sono affatto serpenti, appunto.

[Albrecht Dürer, Il peccato originale, 1504.]

La necessità del cortocircuito

Ultima sera di giugno, estate ormai acquisita, ma sembra fine settembre se non oltre.

Piove, l’aria è fresca. Nuvole grigie nascondono le vette delle montagne qui intorno mentre più in basso si sfilacciano in drappi nebbiosi che s’impigliano alle cime degli alberi, ombrando il paesaggio che altrimenti sarebbe inondato di luce e di calore.
Non ho sbagliato nell’indossare il gilet sopra la tshirt, la temperatura lo richiede, mentre Loki se la gode per questo frammento d’autunno inopinatamente caduto dal cielo nel mezzo dell’impeto estivo fino a qualche ora fa imperante – e che tornerà a breve a tiranneggiare, inesorabilmente.

In effetti è bello vivere questi cortocircuiti inaspettati, e non solo per il sollievo climatico che regalano. Ribaltano per qualche momento l’ordinarietà, generano l’inaspettato nel prevedibile, rimarcano – o illudono – che non tutto e non sempre va preso per scontato, anche quando verrebbe difficile non farlo. Bisognerebbe cortocircuitare spesso la visione del mondo nel quale viviamo: ribaltarne il punto di vista, metterlo sottosopra per capire se sta comunque in piedi oppure no, osservare una cosa che pare bianca e poi andare dalla parte opposta per osservarla da là e constatare se invece non appare nera.

Invece spesso questi cortocircuiti li viviamo con fastidio, qualcosa che non doveva accadere e che mette in discussione la “norma” sulla quale costruiamo le nostre certezze, a volte fin troppo comodamente. Sono irregolarità, certo, ma che in fondo definiscono ancora meglio la regola. Oppure che ne rivelano l’infondatezza. In ogni caso qualcosa di positivo e utile, per capire meglio il mondo e capirci meglio in esso.

Fa bene Loki a godere di questi momenti, devo seguire il suo “consiglio”. Già domani, forse, il caldo asfissiante tornerà a bollire ogni cosa e la luminosità lividamente abbacinante del paesaggio ci farà rimpiangere le ombre fresche e madide di quel sottosopra inatteso e speciale in un’ordinaria giornata estiva.

Tiziano Fratus e “Agreste”

È sempre rallegrante, se così posso dire, leggere dell’uscita di un nuovo libro di Tiziano Fratus, a mio parere uno degli autori italiani più affascinanti e balsamici da leggere in senso assoluto, e da qualche giorno è in libreria Agreste, il nuovo «Silvario in versi e radici» edito da Piano B Edizioni come il precedente Sutra degli alberi con il quale forma un dittico di rara luminosità letteraria – a partire dalle copertine, entrambe semplicemente bellissime.

Non vedo l’ora di leggerlo, Agreste: Fratus scrive, racconta, decanta, insegna, ispira, illumina, radica il lettore in una dimensione letteraria nella forma e spirituale nella sostanza quanto mai preziosa e potenzialmente necessaria a chiunque. Proprio come un grande albero, che si fa (ap)portatore di forza, placidità, saggezza, trascendenza.

Per saperne di più su Agreste, cliccate sull’immagine qui sotto:

Perdere tempo prezioso dietro al nulla

Cammino nel bosco silenzioso, attraverso luminosità vibranti e ombre di quiete. Alberi fitti, sottobosco rigoglioso, un mondo che ogni volta mi accoglie calorosamente, nel quale mi trovo sempre bene. Solitario ma mai solo. Silente, ma in dialogo con tutto ciò che intorno. Non c’è nulla qui, a parte la traccia del sentiero. Ma veramente è così?

Ci siamo troppo assuefatti, temo, a vedere in certi ambiti del mondo in cui viviamo il tutto senza capire che in realtà lì c’è il nulla – nulla che ci serva realmente – e pensiamo di trovare in altri ambiti dello stesso mondo il “nulla” quando invece lì c’è tutto – tutto quello che ci serve. Così perdiamo buona parte del nostro tempo utile – che non è molto, a ben pensarci – dietro quella tanta roba inutile, togliendolo alla ri-scoperta di ciò che non sappiamo più vedere e percepire, ciò che invece ne farebbe un tempo ben speso, proficuo, efficace.

Perdere tempo così significa perdere spazio – e il tempo è spazio: spazio vitale, quello che noi occupiamo proprio vivendo il nostro tempo. Dunque, è come perdere noi stessi e ciò che si perde non si trova più, non si vede più. È come diventare invisibili cioè nulla, a nostra volta, nel nulla verso cui perdiamo tempo. Non conviene, secondo me.

P.S.: l’immagine in testa al post, che a mio parere esemplifica benissimo ciò che vi ho scritto, è dell’ottimo Filippo Manini (che ringrazio di cuore per avermela concessa), autore di opere fotografiche assolutamente affascinanti (che crea su montagne che sono le sue e anche le mie) le quali riescono benissimo a mostrare tanto dove forse per alcuni ci potrebbe essere poco. Per l’appunto.