L’invasione delle panchine giganti

Fatti di Montagna”, il sito web che racconta la montagna sotto molteplici punti di vista curato da Luca Serenthà, ha dedicato di recente, nella propria rubrica “Fatti e misfatti”, un articolo alla questione “panchine giganti” (o “Big Bench”) e altre amenità turistiche della montagna contemporanea, nel quale Roberto Serafin offre un ottimo sunto sul tema – citando anche il sottoscritto, e lo ringrazio molto per la considerazione – mettendo peraltro in luce un mistero tutto italiano, riguardo le “panchine giganti”: ce ne sono 218 in Europa, perché ben 214 sono in Italia e solo 4 in altri paesi?

Serafin afferma che «non si può che parlare di invasione, per le panchine giganti» e posto il “mistero” suddetto, non si può che dargli ragione. Vero è che il progetto parte dall’Italia (su un’idea però concepita altrove) ma ciò non pare poter giustificare un tal smodato proliferare, la cui imponenza mina da sola il principio di fondo del progetto enunciato dai promotori dello stesso il quale, da proposta di valorizzazione di un luogo e di un paesaggio, appare sempre più come mera valorizzazione di se stesso a prescindere da ciò che di bello si trova intorno, in tal modo generando una fruizione del paesaggio assolutamente superficiale e decontestuale, priva di qualsiasi processo di consapevolezza culturale del luogo e delle sue peculiarità, mirata solamente a suscitare emozioni in formato “social” le quali, per carità, ognuno è libero di manifestare ma che rispetto al senso del luogo e alla sua valenza culturale appaiono quanto mai distanti.

In effetti molti autorevoli commentatori di cose di montagna (ambito al quale le Big Bench vengono imposte più frequentemente e con maggior impatto) hanno scritto in giro per il web sulle “panchine giganti” e posto in evidenza il biasimo al riguardo, attraverso i vari commenti, di tantissimi utenti del web frequentatori degli ambienti naturali (qui, ad esempio, lo ha fatto Pietro Lacasella). La “panchina gigante” in quanto oggetto può anche risultare divertente, d’altro canto è un giocattolone che richiede un uso prettamente ludico di essa, e chi l’apprezza infatti rimarca spesso tale “dote”. Peccato che non sia questo il nocciolo della questione: non è l’oggetto in sé il problema (anche se nei luoghi dove viene installato appare veramente decontestuale, invasivo e disturbante) ma ciò che provoca ovvero, come ribadisco, una fruizione del paesaggio totalmente mirata all’aspetto ricreativo e per nulla a quello culturale, una fruizione deresponsabilizzata rispetto al luogo e sterile riguardo la sua effettiva comprensione, e senza che la sua presenza generi un processo di presa di coscienza riguardo il luogo, il suo ambiente, le sue caratteristiche, il suo Genius Loci.

Scova le differenze! (In alto: Triangia, Valtellina, Italia; foto tratta da visitasondrio.it. In basso: Silvaplana, Engadina, Svizzera; foto di Uwe Conrad da Unsplash.)

Mi verrebbe da pensare male e “fare peccato” (ma forse indovinare, come recita il noto motteggio?) e ritenere che quella proliferazione italiana di panchine giganti, al netto della genesi indigena, si possa ricollegare alla manifesta scarsa presenza di sensibilità e di consapevolezza che in Italia si rileva rispetto ai temi dell’ambiente e del paesaggio in generale – una scarsità indotta dalla correlata, sostanziale assenza di una cultura politico-istituzionale al riguardo ovvero, per farla semplice, che tutte quelle panchine giganti siano lo specchio di un paese e della sua sbiadita immagine culturale in relazione alle questioni suddette. Ma, appunto, non vorrei apparire un “peccatore” fin troppo incallito quantunque, forse, indovinante, e in ogni caso la mia idea sul tema l’ho espressa più volte chiaramente, vedi qui sotto. D’altro canto sono certo che alla ben determinata situazione evidenziata in forma di precisa domanda da Roberto Serafin su “Fatti di Montagna” ognuno possa trovare una buona e obiettiva risposta.

Davide Sapienza, “Ultra Orobie”

Quello che uscirà venerdì 10 giugno in allegato gratuito con il “Corriere della Sera” nelle province di Bergamo e Brescia, come vedete qui sopra, è un libro di Davide Sapienza e, per quanto mi riguarda, tanto basta per recarmi in edicola appena posso, venerdì, e accaparrarmelo.

Ma se a qualcuno questa mia affermazione potrebbe sembrare eccessivamente “di parte”, sappia che a, lo è (riguardo Sapienza e i suoi libri, ovviamente) e b, ho avuto la fortuna di leggerne qualcuno, almeno parzialmente, dei reportage che formano il volume nonché molti dei suoi Sentieri d’autore pubblicati dal 2014 in poi sullo stesso quotidiano, e la lettura di ciascuno di questi testi ha rappresentato un piccolo/grande viaggio geopoetico nel cuore delle montagne lombarde (e non solo lì) nonché la preziosa testimonianza di un dialogo sincero e profondo con il Genius Loci di ogni luogo narrato. Qualcosa di oltre modo prezioso e importante, insomma: non solo per capacitarsi della bellezza del nostro territorio ma anche, e forse di più, per comprendere quanto sia bello viverci in armonia e nella consapevolezza piena del suo valore.

Ci si vede in edicola, dunque, venerdì prossimo! E se volete scaricare la locandina in testa al post (in pdf), cliccateci sopra.

Paesaggio fa rima con viaggio

[Foto di Schwoaze da Pixabay.]
Paesaggio fa rima con viaggio (e viceversa): mi viene da pensare che non sia una mera coincidenza lessicale, questa, quantunque l’etimologia dei due termini abbia comuni radici franco-latine e simili riferimenti originari di natura geografica.

Penso infatti che il paesaggio possa essere considerato a suo modo un “viaggio”, solo che in tal caso è il mondo che si “muove” attorno a noi, non viceversa. Quando ricaviamo e determiniamo la concezione di “paesaggio” attraverso l’osservazione e la percezione sensibile di un territorio, è come se gli elementi che lo formano “viaggino” intorno a noi e poi dentro di noi, nella nostra mente e nel nostro animo, lì dove le personali conoscenze culturali, sensibilità, impressioni, emozioni, percezioni, ne traggono la visione particolare che definiremo proprio come “paesaggio”. E qualsiasi elemento di esso è unito e in relazione a ogni altro: attraverso queste vie immateriali noi muoviamo i nostri sensi pur restando fermi ed è come se quegli elementi del paesaggio ci venissero incontro, facendo sì che li si possa radunare nella mente e, appunto, contribuiscano a formare l’idea di “paesaggio” che è l’immagine determinata del territorio attraverso il quale poi potremo materialmente viaggiare: ma sarà un viaggio di ritorno, per così dire, che chiude e rende compiuto un movimento circolare virtuoso grazie al quale possiamo dirci in relazione con quel territorio, con i luoghi che ospita, con l’ambiente che lo caratterizza e col paesaggio che lo identifica altrettanto compiutamente.

Aveva ragione Bruce Chatwin quando, in Anatomia dell’irrequietezza, scriveva che «Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.» Ecco: è la forma del paesaggio che ha viaggiato fin dentro la nostra mente, la cui forma sarà in qualche modo speculare alle forme del territorio dal quale scaturisce quel paesaggio. Un’armonia fondamentale che può, anzi deve stare alla base della nostra relazione con il mondo, e con la quale possiamo certamente dire di poterci stare bene, di viverci bene perché il mondo “vivrà bene” anche grazie alla nostra presenza.

 

I piccoli grandi

[Immagine di Anja da Pixabay.]
Detto tra noi, a dover avere a che fare con la gente (in senso lato) per cose piacevoli o meno, sono sempre più convinto che i bambini siano molto più adulti negli adulti.

E che la migliore visione delle cose del mondo, e la più efficace per viverci al meglio, qualsiasi cosa ciò comporti, sia quella dei piccoli, non dei grandi. La fantasia più curiosa e bizzarra d’un bambino mostra di frequente più logica, a modo suo, del pensiero e delle intenzioni degli adulti, già.

Perché spesso sono proprio loro, i grandi, a essere “piccoli”, non viceversa. Me compreso, ovvio, che però cerco di imparare almeno qualcosa al riguardo, dai bambini – sperando di riuscirci, ecco.

P.S.: a proposito di quanto sopra, clic.

Il bello del “brutto”

Mattina di pioggia, leggera ma costante, la temperatura fresca, le nubi basse che da una certa quota in su nascondono le montagne, nessuna speranza che a breve torni il Sole. La strada, solitamente assai trafficata, non a caso è quasi vuota.

C’è “brutto” insomma. Si dice così, in queste circostanze.

Per me è il momento ideale per una bella passeggiata attraverso luoghi inopinatamente quieti e deserti i quali, per le condizioni del momento, tornano a essere più genuini, più sinceri, più colorati e luminosi, con la pioggia che lucida e rinvigorisce la Natura circostante. Più accoglienti, per come si possa godere di una relazione con il paesaggio meno disturbata e per ciò più attenta.

Fermarsi ad ascoltare il ticchettio della pioggia sulle chiome arboree, il fluire dei torrenti, il canto degli uccelli nel bosco, respirare gli effluvi del sottobosco madido, osservare le forme degli elementi naturali d’intorno, a volte organicamente armoniose, altre volte morfologicamente tese, intuire, immaginare, percepire la generale coerenza ambientale, l’impressione di un antico, peculiare equilibrio ristabilito.

E la speranza che non smetta di piovere, almeno per qualche momento ancora. Per goderne ancora un po’ e dare maggior “volume” alla memoria del qui e ora, dello stare nell’essere e viceversa.

Certe persone non sanno quanto bello si perdono, quando c’è “brutto”. Già.

P.S.: clic.