Ho scritto qualche giorno fa dell’uscita di Horizon di Barry Lopez con la traduzione e cura di Davide Sapienza per l’editore Black Coffee: un libro imprescindibile sotto ogni punto di vista, da non perdere. Al punto che non sono perdibili nemmeno le presentazioni del libro che stanno per partire, alle quali fin da subito invito chiunque a partecipare.
La prima di esse sarà a Vezza d’Oglio, ai piedi delle scintillanti vette dell’Adamello, lunedì 2 gennaio alle 21.00, con la presenza imprescindibile dello stesso Davide Sapienza. Un’ottima occasione anche per chi stia trascorrendo in zona le festività e le relative vacanze per conoscere il libro, ascoltarne la narrazione sempre intrigante di Davide e per poi osservare con sguardi nuovi, più intensi e più consapevoli il paesaggio d’intorno e ogni altro luogo naturale di questo nostro mondo. E se stessi ovvero tutti noi stessi che lo viviamo.
«A metà tra sogno e appello urgente, Horizon è un libro incantevole e crudo, una storia della condizione umana universale, che ha come sfondo alcuni dei luoghi più incantevoli del pianeta» (“The New York Times Book Review”).
«Reportage, memoir e diario di viaggio: un libro così coinvolgente da meritare una categoria a sé» (“Washington Post”).
«Il coronamento dell’opera di un autore leggendario» (“Outside Magazine”).
Barry Lopezè una figura imprescindibile. In senso generale, sì, non solo per chi si occupa di Natura e paesaggi o per gli appassionati di tali temi oppure per i viandanti negli ambienti naturali, ma lo è per tutti. Perché pochi come Lopez hanno saputo scrivere del nostro pianeta, e della relazione che la civiltà umana intesse con esso, con maggiore sensibilità, lucidità, passione, intensità, intelligenza. E sapere che da qualche settimana anche in Italia è disponibile Horizon, uno dei suoi volumi più importanti (pubblicato da Black Coffee: applausi!) e che ha la traduzione e la cura dell’amico Davide Sapienza, a sua volta una figura fondamentale negli ambiti suddetti oltre che confidente di lunga data di Barry Lopez, è qualcosa di bello e, a suo modo per così dire, di imprescindibile – sicuramente lo è la lettura del volume, tutto il resto lo sarà di conseguenza.
[Barry Lopez, foto di David Littschwager. Fonte qui.]
Fra le pagine di Horizon viaggiamo in compagnia di Barry Lopez attraversando sei regioni del mondo, sei paesaggi agli antipodi: dall’Oregon all’Artico, dalle Galápagos ai deserti africani, da Botany Bay in Australia alle calotte di ghiaccio in Antartide. In queste esplorazioni l’autore, considerato il grande cantore del paesaggio americano, ci invita a osservare i dettagli minuti e le questioni imperative della nostra epoca, e a ripercorrere il passato – passando da Cape Foulweather, dove avvenne il primo approdo di James Cook sulla costa occidentale del Nord America, alle isole che duecento anni fa videro nascere la teoria evoluzionista di Darwin. Muovendosi sulle tracce dei popoli preistorici, dei coloni e dei nativi, Lopez ci porta infine a guardare in faccia il presente, e a domandarci chi siamo e quale speranza ci resta per il futuro.
Horizon, pubblicato negli Stati Uniti appena prima della morte di Barry Lopez (avvenuta nel dicembre 2020) e considerato dalla critica il suo capolavoro, ci aiuta a osservare il mondo in maniera diversa, conservando un senso di ottimismo per ciò che attende noi e il posto che chiamiamo casa.
Ribadisco: Horizon è un libro di lettura imprescindibile – come tutti gli altri di Lopez, d’altro canto. Per capire meglio il mondo in cui viviamo, per viverci meglio, per capire e vivere noi stessi meglio.
P.S.: un ringraziamento colmo di ammirazione va anche a Davide Sapienza, il cui lavoro di traduzione e curatela del volume so essere stato a dir poco imponente ma, anche per ciò, oltre modo prezioso.
Perché un rapporto con il paesaggio sia duraturo, dev’essere reciproco. Al livello in cui la terra ci fornisce il cibo non è difficile da comprendere e la reciprocità viene spesso ricordata nella preghiera di ringraziamento prima dei pasti. Al livello in cui il paesaggio ci appare bello o spaventoso e ci colpisce, oppure al livello in cui ci fornisce le metafore e i simboli per indagare nel mistero, è più difficile definire la reciprocità. Se ci si avvicina alla terra con un atteggiamento d’obbligo, disposti a rispettare cortesie difficili da esprimere e che possono essere anche un semplice gesto delle mani, si stabilisce una considerazione dalla quale può emergere la dignità. Da questo rapporto dignitoso con la terra è possibile immaginare un’estensione di rapporti dignitosi in tutta la propria vita. Ogni rapporto viene formato con la stessa integrità, che inizialmente spinge la mente a dire: le cose nella terra si armonizzano in modo perfetto, anche se cambiano sempre. Io desidero che l’ordine della mia vita sia organizzato nello stesso modo in cui trovo la luce, il movimento leggero del vento, la voce di un uccello, la forma d’un baccello che vedo davanti a me. Voglio in me stesso questa impeccabile, incontestabile integrità.
[Tundra in Groenlandia. Foto di NTNU Vitenskapsmuseet – Moser på Nordøst-Grønland, CC BY 2.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Quando camminavo nella tundra e incontravo lo sguardo di un lemming oppure scoprivo le tracce di un ghiottone, mi sentivo confuso per la fragilità della nostra saggezza. Il modello del nostro sfruttamento dell’Artide, la crescente utilizzazione delle sue risorse naturali, lo stesso desiderio di “farne uso” sono molto chiari. Che cosa manca in noi, mi chiedevo, per farmi sentire tanto a disagio in una regione di uccelli cinguettanti, di caribù lontani e di lemming bellicosi? È il senso della misura.
Poiché l’umanità è in grado di aggirare la legge dell’evoluzione, dicono i biologi evoluzionisti, ha il dovere di darsi un’altra legge se vuole sopravvivere, se non vuole depredare la propria base alimentare. Deve imparare questo senso della misura; deve trovare un modo diverso e più saggio di comportarsi nei confronti del territorio. Deve prestare maggiore attenzione agli imperativi biologici del sistema del protoplasma messo in moto dal sole, e dal quale dipende l’umanità stessa. Non perché debba farlo o perché sia priva d’inventiva, ma perché vi è in questo il culmine della saggezza cui aspira da secoli. Dopo aver preso in mano il proprio destino, ora l’uomo deve pensare con intelligenza critica ai campi in cui deve cedere.
[Foto di Matti&Keti, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]Qualche tempo fa, qui sul blog, vi ho raccontato di quello che per molti aspetti appare come uno dei «luoghi al mondo più fuori dal mondo»:l’isola di Jan Mayen, un posto tanto remoto quanto spettacolare e bizzarro, per molti aspetti. Non è ovviamente l’unico a fornire tali sensazioni in unione a una considerevole lontananza da ogni altra terra e relativa presenza umana – ciò fatto salva l’Antartide, regione remota “per eccellenza” ma geograficamente più conosciuta, anche in forza dei tanti articoli o documentari che si possono ritrovare un po’ ovunque, nonché, per così dire, più frequentata.
Barry Lopez, il grande scrittore americano, nel suo libro Sogni Artici scrive ad esempio di una terra certamente assai meno conosciuta dell’Antartide e di tante altre, o forse si potrebbe tranquillamente definire sconosciuta ai più: Axel Heiberg, che a pagina 386 definisce «la cosa più remota che potessi immaginare» e riguardo la quale, raggiungendola, «sentii che stavo varcando il confine dell’estremo Nord» – detto ciò da uno come Lopez che l’Artide l’aveva esplorata pressoché totalmente raccontando di queste sue esplorazioni nell’opera citata, dunque con massima cognizione di causa.
In effetti Axel Heiberg è una terra tra le più remote del pianeta, e non tanto per lontananza da altre terre quanto dal resto della civiltà umana, dunque per posizione geografica, particolarità geologiche, paesaggio, inospitalità, clima estremo. Non a caso fu una delle ultime terre emerse scoperte: venne rilevata solo nel 1900 dall’esploratore norvegese Otto Sverdrup – che la denominò “Axel Heiberg” in onore del console, suo connazionale, che finanziò la spedizione esplorativa – nonostante la sua notevole estensione, maggiore di quella di Lombardia e Veneto messe insieme. Risulta disabitata salvo che per una piccola base scientifica occupata solo periodicamente, ma vi sono state trovate tracce di antichi insediamenti Inuit oltre che gli straordinari resti di una foresta “mummificata” (proprio così, mummificata, non pietrificata come ordinariamente accade: ciò grazie al clima gelido e estremamente secco e ai sedimenti del terreno nel quale i resti legnosi si sono conservati) risalente a circa 40 milioni di anni fa, quando il clima ai poli era caldo e sull’isola cresceva una foresta di alberi ad alto fusto, con altezze fino a 30 metri e dalla vita vegetativa compresa tra i 500 e i 1.000 anni.
D’altro canto Axel Heiberg si dimostra uno dei «luoghi al mondo più fuori dal mondo» non solo paesaggisticamente ma pure per alcune sue caratteristiche estremamente particolari: ad esempio le sorgenti perenni di acqua ipersalina, che sgorgano continuamente pur con temperature sotto lo zero emettendo al contempo anche gas, il che indica la presenza nel sottosuolo di fonti termogeniche di metano. Sulla base di queste proprietà, tali sorgenti sono considerate siti di grande interesse per le ricerche di astrobiologia, apparendo simili a certi habitat potenzialmente presenti sul pianeta Marte o sulle lune Europa e Encelado, rispettivamente orbitanti attorno a Giove e a Saturno.
Un luogo parecchio remoto, spettacolare e a suo modo “alieno”, insomma. C’è da sperare che tale resti, ovvero estraneo alla più impattante presenza umana e a qualsiasi mira industriale, commerciale o turistica. Tutto sommato, il fatto che buona parte delle persone nemmeno conosca l’esistenza di questi luoghi così straordinari o sappia dire dove si trovino su un mappamondo (e io certo qui, ora, con questo articoletto, non credo che cambierò questa situazione) è un bene. Di luoghi un tempo apparentemente remoti nei quali alla fine la “civiltà umana” è arrivata e ha combinato notevoli guai ce ne sono già troppi, su questo nostro pianeta.
P.S.: alcune delle notizie qui riportate le ho tratte dalla pagina di Wikipedia in inglese dedicata all’isola; ne trovate altre nella pagina della Canadian Encyclopedia, qui (in inglese e in francese). Cliccate sulle immagini per ingrandirle.