D’altro canto, se Libero Bovio nel Don Liberato si spassa (Edizioni de “Il Mattino”, 1996, pag.12) ha scritto che «La politica se non è Arte, è mestiere», mi viene da “ribattergli” che anche «L’arte se non è mestiere, è politica» e Vittorio Sgarbi, che sia della politica che dell’arte è da tempo un mestierante, ne è la prova perfetta.
Be’, ovvio, “perfetta” si fa per dire, ecco.
Tag: articolo
Sgarbi | ibragS
Gli intellettuali esplosivi

È stata creata una fortezza, piena di esplosivi intellettuali. Da essa volavano i proiettili contro il nemico.
Così disse Oskar Wälterlin, allora direttore della Schauspielhaus di Zurigo, del suo teatro, uno dei più importanti della Svizzera, quando dal 1938 in poi accolse molti attori e artisti scacciati dalla Germania nazista perché ebrei o oppositori del regime hitleriano, diventando «il più importante palcoscenico libero di lingua tedesca» e un «centro europeo della resistenza intellettuale» alle dittature che in quegli anni si erano imposte in molte parti d’Europa. La storia della Schauspielhaus, molto bella e assai emblematica (che peraltro continua tutt’oggi, essendo il teatro pienamente attivo), viene raccontata in questo dettagliato articolo di “SwissInfo”.
A me tuttavia qui preme mettere in evidenza la forza e il senso fondamentali di quell’affermazione di Oskar Wälterlin: la cultura come arma, esplosiva e letale, contro il “nemico” ovvero contro chiunque alla cultura e a ogni ambito ad essa affine – in primis la libertà, condizione essenziale perché la produzione e la conoscenza culturale si diffonda – voglia opporsi. Ed è inutile affermare quanti ancora oggi agiscano in tal modo, senza che si stiano vivendo tempi dittatoriali e liberticidi, almeno formalmente. D’altro canto la cultura è sempre considerata una nemica del potere, proprio perché “sorella di sangue” della libertà, dell’affrancamento sociale e intellettuale, dell’evoluzione umanistica che inevitabilmente è anche evoluzione politica, dunque elemento di evanescenza delle strutture del potere vigente, per loro natura conservatrici (anche, quasi sempre, quand’esse si considerino “progressiste”).
È essenziale che la cultura, e chi la produca e se ne faccia strumento, mantenga costantemente la propria esplosività, la carica “virtuosamente bellicosa” contro i suoi nemici. Ed è fondamentale che gli intellettuali (termine che a me non piace, qui lo uso come mera definizione di facile comprensibilità) siano coscienti di questa loro energia potenziale, di questo poter essere armi di difesa della libertà ovvero di attacco contro chi la osteggi, forse le più efficaci che vi siano al riguardo. Non esiste e non esisterà mai una “cultura di potere” o “di regime”, conformata e adeguata a qualsiasi autorità che governi attraverso strumenti coercitivi e illiberali, anche solo nella forma: ove si manifesti in questo modo, semplicemente non è cultura, è una sua deprecabile pantomima. Invece, in una società realmente evoluta e avanzata accadrebbe il contrario, sarebbe il “potere” ad appoggiarsi alla cultura – seppur la relazione tra i due elementi sarà sempre difficile: trattasi comunque di una possibile e non spontanea attrazione di opposti dalla conciliazione fin troppo delicata, almeno finché non esisterà un potere che promuova in modo crescente la libertà (spoiler: è pura utopia, visto che, al termine di un tale processo, dovrebbe autosopprimersi!)
Dunque, mi chiedo: lo sanno ancora, quelli della cultura, sono ancora consci della missione che devono portare avanti? Ce l’hanno ancora la carica esplosiva e l’innesco pronto? I “proiettili” – di cultura, arte, intelligenza, creatività, conoscenza, sapienza… l’arsenale è ben ampio al riguardo – sono ancora puntati contro i nemici? Oppure no?
Ecco. Il dubbio sovente ce l’ho, che in molti casi non sia più così, ma spero di sbagliarmi.
Che “ridere”, i razzisti!

Ma, credo, c’è un’altra evidenza piuttosto palese dalla quale si genera la fobìa e l’odio verso l’altro ritenuto “nemico”, sia esso l’immigrato, lo straniero, la persona LGBT, la donna, eccetera. C’è l’evidenza che quegli individui fobici e violenti capiscono perfettamente – e non riescono a negarselo: anche da questo nasce la loro aggressività, che è pura, irresolvibile frustrazione – che i “loro” nemici sono, o possono essere, migliori di loro. Ad esempio, nel caso italiano, razzisti e xenofobi che si scagliano contro gli immigrati sanno bene che, salvo le ovvie eccezioni, tali immigrati se ben eruditi ai valori e alla cultura del paese ove sono giunti, e se inclusi in modo virtuoso nella sua società civile, sarebbero, sono e saranno cittadini migliori di quei razzisti (e non ci vuole molto per esserlo, d’altro canto). Ciò fin dalle basi, ovvero dal saper evitare di assumere quegli atteggiamenti tanto incivili e barbari, propri di persone indegne di essere considerate “contemporanee” e prive di valore umano. Atteggiamenti che sono qualcosa di antitetico al senso stesso di “società nazionale”, ancor più se interpretata nei modi che quelle stesse persone portano a loro pregio ma che nel concreto invece la società la indeboliscono fino a farla implodere su se stessa ben più di qualsiasi “invasione” (o di altre simili invenzioni), altra prova in forma di schizofrenica ossessione della loro estrema debolezza.
Fobicocrazia

La comunicazione usata nell’emergenza ha favorito la paura. Ne sono convinto. È un meccanismo non casuale, ma scelto. Se alimento sempre più paura, la gente fa come dico io. Ma è un meccanismo non solo italiano, viene usato in Inghilterra e in altri Paesi. Una comunicazione che crea un tempo sospeso, in cui nessuno dice con precisione cosa avverrà. E questo non può che accrescere la paura. […] Credo però, e si avverte anche in questi giorni, che basterà poco per ritrovare un sentire diverso. Determinante sarà la percezione individuale del pericolo e della paura, perché l’incertezza non può accompagnarci per sempre.
Sono parole di Giuseppe De Rita, sociologo e presidente del Censis, in un’intervista su “Il Mattino” ripresa da varie altre testate, ad esempio qui. «Se alimento sempre più paura, la gente fa come dico io»: è esattamente il principio che muove il sistema di potere dal quale continuiamo a farci governare, sempre più distante e antitetico da qualsiasi definizione di “democrazia” e più vicino a realizzare quella famosa provocazione di Charles Bukowski, «La differenza tra democrazia e dittatura è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini; in una dittatura non c’è bisogno di sprecare il tempo andando a votare» (da Compagno di sbronze).
Ma la paura è sempre sintomo di debolezza, di fragilità, di inferiorità: ogni società che si faccia governare da un sistema di potere attraverso i meccanismi evidenziati da De Rita – ed è cosa assai comune, appunto: l’Italia ne è un modello tra i più evidenti – è inesorabilmente destinata a crollare su se stessa. È l’unica certezza, questa, che può dare la dimensione d’incertezza strumentalmente creata dal potere per preservarsi e proliferare. La democrazia è tutt’altra cosa: la percezione individuale invocata da De Rita, del pericolo e della paura così come del civismo e del senso sociale e di ogni altra cosa che definisce l’ambito collettivo in cui tutti viviamo, è forse l’arma più potente contro quella bieca e pericolosa deriva fobicocratica del potere. Anche per questo è “determinante”: non solo per risolvere la questione della paura, ma per non dissolvere il futuro libero e democratico di tutti noi in un’oscura decadenza degna della peggior distopia letteraria. Non a caso è una delle doti umane e intellettive più odiate da esso, la percezione: perché fa capire rapidamente e in modo ben determinato la reale natura del potere.
Ecco. Meditateci sopra.
