Incipit (del nuovo libro)

Sono le prime quattro pagine del mio nuovo libro, del quale vi ho già parlato più volte nei giorni scorsi sul blog – da qui all’indietro. Ormai manca pochissimo alla sua pubblicazione ma non vi svelo ancora il suo titolo, che contiene pure il nome del luogo in cui si svolge la storia narrata – un luogo, ovvero una città, tra le più sorprendenti d’Europa… Però vi svelo il sottotitolo, che a sua volta racconta molto della storia senza in verità svelare nulla…

Storia di un colpo di fulmine urbano

Ecco.
A prestissimo, con il libro pubblicato!

N.B.: ovviamente, cliccando sulle immagini potete aprire e leggere le pagine in un formato più grande.

Verso il nuovo libro

Poi viene il tempo di tornare, appunto, di tornare nelle proprie membra quotidiane inesorabilmente funzionali ad altri moti – non necessariamente meno intensi, appassionati o sospirati. No, semplicemente altri, di altra specie per altri luoghi, tempi, legami, verità. La mia vita abituale è altrove, con tutte le sue cose belle e meno belle, le sue quotidianità, i doveri, le responsabilità e i crucci che animano quello spicchio di mondo in tal senso ordinario nel quale sono, per la maggior parte del mio tempo. Vi ci torno con mente e animo sereni, perché ogni viaggio lontano dalla vita di sempre è utile, e spesso indispensabile – a volte pure ineluttabile – a poterla conoscere, capire, governare e vivere sempre meglio nonché, anche per questo e per tutte le sue impellenze quotidiane, a farne la svolta di quel circolo virtuoso che mi indurrà nuovamente a girare e fluire verso la svolta opposta – a partire, a rimettermi in viaggio, a volgere sguardo, mente, cuore e animo ancora verso settentrione, di nuovo oltre le brecce che rompono e vincono l’altrimenti insuperabile muraglia alpina, baluardo possente che mi separa dalla meta par excellence e che al contempo, me ne convinco, la protegge, la salvaguarda – anche dalla mia inquietudine, lo ammetto. È un circolare vibrante e partecipe, un orbitare armonioso attorno ad un nucleo di purissima vita che fa di ogni possibile quotidianità, che sia ordinaria o meno, qualcosa di veramente bello da vivere.
Viaggiare per partire, partire per arrivare e fermarsi e poi rimettersi in viaggio. Il viaggio è la meta solo se vi è una meta verso cui viaggiare, che poi la si raggiunga o meno.

Nasce un po’ da qui, da questo passaggio di Lucerna, il cuore della Svizzera, la storia e la narrazione del nuovo libro in imminente uscita, del quale vi ho presentato qualche estratto nei giorni scorsi qui sul blog. Ovvero: il nuovo libro è conseguenza del precedente e ne rappresenta una evoluzione tanto naturale quanto sorprendente (capirete in che senso se e quando lo leggerete) ma, nel principio e in senso concettuale, nasce da questa necessità che ogni viaggio non sia l’inizio e la fine di un moto, di uno spostamento nel mondo più o meno lungo e lontano, ma la tappa di un “macroviaggio” per il quale il ritorno a casa è sempre funzionale a una ripartenza, a breve oppure no, non importa questo. E sia ben chiaro: ciò non comporta che ogni singolo viaggio perda il suo valore e la sua unicità, un simile problema nemmeno si pone. Perché, come ho già scritto altre volte, in verità – dal mio punto di vista e ispirandomi a Pessoa e alle sue osservazioni sul viaggiare (ma non solo a lui) – il viaggiatore è il viaggio. Perché non c’è viaggio “vero” la cui meta non sia dentro di chi lo compie, e dunque non è tanto una questione di viaggi singoli, di partenze arrivi, ritorni e ripartenze e non lo è se e quando il viaggio lo abbiamo dentro ed è ininterrotto, perenne, in realizzazione durante ogni singolo istante della propria vita, anche nei moti più banali, ordinari, quotidiani. Perché anche “viaggiando” lungo il tratto di strada tra la propria casa e il luogo dove si lavora, ad esempio, il mondo non è mai lo stesso, mai, anche se così a noi può sembrare: basta un piccolo elemento – la luce del cielo, le ombre, il colore della vegetazione, le condizioni meteo ma pure la nostra condizione emozionale, la nostra sensibilità percettiva del momento, lo stato d’animo, i pensieri in elaborazione nella mente o ciò che abbiamo saputo su quel luogo nel quale transitiamo e che la volta precedente non sapevamo – a cambiare tutto, e a generare ogni volta un nuovo viaggio da quello che altrimenti ci sembrerebbe il solito banale spostamento.

Ecco. Per tali motivi nel nuovo libro vi racconterò di un certo luogo ma non solo di quello e, in fondo, vi narrerò di ogni luogo, anche il più ordinario. Se il viaggio è in noi, ogni luogo è meta di un viaggio e ciascun viaggio diventa unico e di valore, anche se fosse la millesima volta che lo compiamo. Che è quanto mi piacerebbe che rappresentasse il mio nuovo libro: qualcosa di valore perché in grado di narrare una “mia” storia che possa essere anche la vostra.

I paesaggi delle Alpi, e di Salsa

Il paesaggio rappresenta uno spazio di vita in cui riconoscersi, un antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di uno scenario muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere. Le nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose.

Annibale Salsa è una delle figure italiane fondamentali per chi, come me, si occupa di cultura di montagna e di relazione tra l’uomo e le «terre alte» – ho scritto spesso di lui e delle sue pubblicazioni, qui. Antropologo di fama, docente universitario per lungo tempo, ex Presidente Generale del CAI e persona assai affabile (lo posso dire con cognizione di causa), è autore del basilare Il tramonto delle identità tradizionali, un testo che, appunto, tutt’oggi risulta esemplare nell’impostazione teorica (ma per molti aspetti pure pratica, senza dubbio) dello studio delle tematiche sociologiche e antropologiche alpine.
Posto ciò, sono dunque ben felice di denotare l’uscita del suo nuovo libro per Donzelli, I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, dalla cui presentazione sul sito dell’editore ho tratto la citazione che apre questo post e che certamente leggerò presto.

Cliccate sull’immagine per saperne di più, sul libro.

Il passo del vento

Mi tocca tornare a leggere Mauro Corona?

Sia chiaro: a me Corona è assai simpatico e lo giudico un personaggio di potenziale grande importanza per il mondo della montagna italiana, coi suoi libri, le sue narrazioni, le sue visioni e in quanto personaggio pubblico/mediatico. Di contro, proprio in questa ultima figura, secondo il mio parere Corona ha esagerato un po’ troppe volte nell’andare oltre il limite del degno, accettando certi copioni televisivi o di marketing fin troppo ridicoli che stridono molto proprio con l’essenza di quel mondo che racconta nei suoi libri e con la sua cultura e che ne stemperano e indeboliscono il messaggio virtuoso, ove ci sia, parimenti alla credibilità del personaggio stesso.

Però qui, con questo nuovo libro (ne parlano gli amici di “MountCityqui) a fargli da “badante letterario” (mi si perdoni la cinica ironia, ma vedi sopra) c’è l’ottimo Matteo Righetto, e il tema del libro, ancorché niente affatto originale, resta comunque intrigante – anche perché la montagna, quella vera e non quella preconfezionata ad uso turistico-mediatico, sa sempre rendere originale e particolare anche ciò che apparentemente non lo è o che in principio non lo sarebbe. In fondo ciò vale anche per Corona; solo, deve ricordarselo, lui, in certe situazioni.

Dunque sia, lo recupero e lo leggerò. Ve ne dirò, poi, come sempre.