Il paesaggio “potente” della Valle della Pietra (Val Gerola, Sondrio)

Ve ne sono molti, di luoghi nelle Alpi, che sanno condensare nel loro breve spazio gli elementi fondamentali del paesaggio montano, vette, roccia, acqua, neve, boschi, orizzonti, altezze, imponenze, maestosità, bellezza, grandiosità. Ma pochi lo sanno fare con la condensazione di potenza di un luogo che non offre grandi massicci montuosi e altitudini così importanti, che non ha la rinomanza di altri territori e che, per giunta, non è nemmeno sulle Alpi. È l’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina, a compiere un tale prodigio: nella sua parte occidentale, ove il bacino principale si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona, presenta un paesaggio possente, di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano sul cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.

La testata della Valle della Pietra vista dai pressi del Rifugio Trona Soliva, in versione estiva. Da sinistra, il Pizzo di Mezzodì, i Denti e il Pizzo di Mezzaluna, la Valle di Trona con la diga e l’omonimo bacino artificiale, il Pizzo di Trona, la Valle d’Inferno nella quale si intravede la diga dell’omonimo bacino sovrastato dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.

È un paesaggio alpino alla massima potenza ma senza esserlo, appunto: “tecnicamente” ovvero geograficamente, la valle appartiene alle Prealpi Bergamasche, che tuttavia qui è come se volessero sfidare in stupore e meraviglia i più celebri colossi alpini dirimpetto, i cristalli di granito del Masino e la mole ghiacciata (chissà ancora per quanto) del Disgrazia, ben visibili dalla parte opposta della Valtellina. Loro sì che “Alpi” ce l’hanno scritto sui documenti d’identità geografica, così ben più elevati, più decantati, più frequentati: forse anche in forza di tale sfida le vette prospicienti l’alta Valle della Pietra si sono protese verso l’alto più di quanto la loro originaria sorte orografica aveva forse stabilito, conformandosi in piramidi audaci e nervose, come il Pizzo di Trona o il Varrone, oppure sfilacciandosi in innumerevoli pinnacoli più o meno esili come quelli del Pizzo di Mezzodì o del Pizzo Mezzaluna (notate la suggestiva bellezza dei toponimi della zona, peraltro!), in bilico apparente sul vuoto degli alti circhi o forse così tremolanti perché riflesse, le loro rocce ammonticchiate, nelle acque dei laghi che occupano le conche sommitali, un tempo palcoscenico per chissà quanto scenografici e ruggenti ghiacciai che sembrano svaniti da poco, in fondo.

E poi, a sovrastare con placida ma decisa imponenza su ogni cosa, sua maestà il Tre Signori, vero e proprio fulcro cosmico del territorio al quale le cime intorno fanno da attente guardie e da scudieri fidati, per la cui identificazione basta semplicemente dire «il Pizzo»: è inequivocabilmente lui, il sovrano indiscusso eppure bonario (da questo versante, mentre altrove si fa ben più ardito) con la sua enorme gobba di rocce lisce che sale quasi stancamente verso l’alto come fosse oberata dalla plurimillenaria storia che si porta dietro e che lo stesso suggestivo oronimo segnala, anche se solo in parte. Lassù, sulla sua vetta, si incrociano da secoli storie, domini, genti, culture, confini, aspirazioni, emozioni e vi giungono narrazioni molteplici e poliedriche eppure armoniche che nell’insieme formano la lettura di un romanzo assolutamente coinvolgente e sorprendente, di quelli che non t’aspetti così intriganti perché pensi ad altre come a grandi letture e invece scopri che lo è pure questa, che la lettura di questo territorio è del tutto appassionante in ogni sua pagina, ti prende con l’emozione dell’inaudito svelato, che nei personaggi delle sue storie, siano essi gli antichi Celti o i Romani che probabilmente già sfruttavano l’abbondanza di ferro di queste montagne oppure gli alpeggiatori che da secoli e ancora oggi producono formaggi eccezionali o ancora gli ingegneri e le maestranze che nel Novecento hanno costruito nelle alte conche un piccolo ma significativo “paesaggio idroelettrico” le cui dighe dialogano armonicamente col territorio come sculture moderne in un ampio salone di foggia antica regalandovi avvenenza e attrattiva idriche, ecco, con tutte queste figure che si sono relazionate con i monti della zona viene naturale identificarsi, anche solo percorrendo i loro stessi remoti cammini che intessono lo spazio, percorrono il tempo e, sul terreno, ne codificano il peculiare alfabeto antropologico iscrivendovi le narrazioni di quell’originale romanzo locale.

La stessa foto sopra pubblicata in versione invernale. Immagine tratta da www.valgerolaonline.it, cliccateci sopra per ingrandirla.

Tutto è potenza alpestre, quassù, e tutto quanto concentrato in un spazio relativamente piccolo che in tal modo concentra pure la bellezza e il fascino, il che dilata la percezione delle sue dimensioni materiali e immateriali rendendolo apparentemente vastissimo, latore di una geografia tanto semplice quanto ampia e articolata, generatore di orizzonti innumerevoli e multiformi che in un solo paio di sguardi unisce la maestosità alpina e la vastità padana. Così, «il Pizzo», i suoi quasi “banali” 2554 metri di quota li gonfia fino a sembrare ben più alto, ben più maestoso e dominante su questo piccolo/grande mondo di inopinate e garbate sorprese, signore indiscusso sulla cui sommità ci si può sentire tutti quanti “re” come ci si sente tali – ci si dovrebbe sentire tali – sui monti: regnanti su tutto, padroneggianti su niente. Eccetto che sulla bellezza e sulla relativa meraviglia: e di esse, in questa valle così alpina senza essere “alpina”, ce n’è un dominio dei più ricchi, potenti ed emozionanti.

Consigli di lettura: Enrico Camanni, “Il grande libro del ghiaccio”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Enrico Camanni è una delle voci più autorevoli nell’ambito italiano della cultura di montagna, con una produzione editoriale tanto vasta quanto ricca di opere sovente illuminanti. Quest’anno Camanni ha pubblicato due volumi – peraltro entrambi afferenti al freddo, elemento ambientale certamente simbolico della montagna: per Mondadori il giallo Una coperta di neve, e da poco, per Laterza, Il grande libro del ghiaccio, sorta di secondo atto sul tema dieci anni dopo Ghiaccio vivo. Storia e antropologia dei ghiacciai alpini, pubblicato da Priuli & Verlucca.
De Il grande libro del ghiaccio così si può leggere nel sito dell’editore:

Apparentemente algido e senza vita, il ghiaccio è un mondo a sé. Un mondo meravigliosamente vario, misteriosamente fuggevole e drammaticamente fragile che gli uomini hanno imparato a temere e ammirare nel corso dei millenni. Una esplorazione ancor più appassionante e necessaria nel tempo del riscaldamento climatico.
Il fantastico racconto del ghiaccio oscilla tra il microscopico e il gigantesco. Le forme, i colori, perfino i suoni del ghiaccio, sono presenti tanto nelle sconfinate lande polari quanto nelle micro formazioni architettate accidentalmente dal gelo, che in natura si manifesta in forma di ghiaccio, neve, brina, galaverna, gelicidio e calabrosa. Si tratta di un mondo meravigliosamente vario, misteriosamente fuggevole e drammaticamente fragile, che gli uomini hanno imparato a temere e ammirare nel corso dei millenni, con cui si sono adattati a convivere, lottare e patteggiare, infine a godere e sfruttare fino a comprometterne l’esistenza.
[…]
Il Grande Libro del Ghiaccio si dipana tra la lotta millenaria dell’uomo con il gelo e il radicale rovesciamento dei valori tra Settecento e Novecento, con la scoperta romantica dei ghiacciai, la neve degli sciatori e l’invenzione del ghiaccio artificiale, cioè la sua produzione a scopo alimentare, industriale e medico. Fino alla crisi attuale in cui l’uomo prende coscienza della propria responsabilità di fronte al riscaldamento climatico e alla fusione dei ghiacci.

Un volume assolutamente intrigante del quale, ribadisco, consiglio la lettura insieme al citato libro del 2010, costruendo così un percorso tematico di sicuro fascino e compiuto interesse. Cliccate sulla copertina del libro, lì sopra, per visitare il sito degli Editori Laterza e avere ogni informazione al riguardo.

Ennio Morricone

[Immagine tratta dal web.]
Il maestro Ennio Morricone è partito verso lidi infiniti per offrire ad essi la sua sublime arte musicale e noi, quaggiù, è come se perdessimo un po’ della nostra vista, della nostra capacita più sensibile di visione. Sì, perché la musica di Morricone non era sono questo, non erano solo note, brani, composizioni, meravigliose melodie, armonie avvolgenti e affascinanti, ma erano veri e propri territori musicali, paesaggi vasti e completi, materiali per spartiti e strumenti e immateriali per sensazioni ed emozioni, nei quali ogni volta ci si trovava a esplorare innumerevoli luoghi armonici in cui era ben difficile non ritrovarsi, riconoscersi e starci bene. Stare in armonia nell’armonia come in un bellissimo paesaggio, appunto, la cui visione regala emozione, piacere, intensità – e come pure sa regalare l’arte di valore assoluto, rarissima e inestimabile.
Continueremo a goderne illimitatamente, delle bellezze di questo paesaggio d’arte eccelsa, ma oggi, purtroppo, si è spenta la stella che così fulgidamente lo illuminava. Tocca a noi, d’ora in poi, conservarne la sua preziosa luce nella mente e nell’animo.
RIP.

Voglio salutare il maestro Morricone con l’artista – a sua volta grandissimo – che forse meglio di ogni altro l’ha saputo omaggiare, ormai parecchi anni fa ma con insuperata classe e suggestione: John Zorn, che nel 1986 gli dedicò The Big Gundown (titolo della versione americana de La resa dei conti, film del 1967; qui sopra il brano omonimo), uno dei tanti capolavori zorniani, opera composta dalla riproposizione di 15 brani tratti dalle colonne sonore del maestro romano che raccolse il plauso incondizionato dello stesso Morricone. L’incontro tra due maestri geniali e seminali, che da oggi assume ancor maggiore e più emblematico valore.

Oligopornografia

[Un affresco a tema erotico nelle Terme Suburbane di Pompei, dipinto nel 79 d.C. circa.]
Ho letto, qualche giorno fa, della proposta di legge di uno strano tizio (c’era la sua foto), esponente di uno dei bizzarri “partiti” che fanno la politica in Italia, volta a bloccare i contenuti pornografici sul web. Lì per lì m’è venuto da ridere un sacco, un po’ come uno che, nel corso di un’inondazione, tenti di non far entrare l’acqua in casa occludendo porte e finestre con delle reti. Poi c’ho pensato un po’ sopra e l’ho capita, l’intenzione di quello strano tizio che ha presentato la proposta: vuole bloccare i contenuti a luci rosse per essere così gli unici, lui e gli altri esponenti dei bizzarri partiti politici italiani, a poter diffondere cose pornografiche sul web (e non solo lì)!

Vogliono l’esclusiva, in pratica.

Be’, che diamine, da questo punto di vista ha ragione, lo strano tizio. In effetti chi meglio di loro produce pornografia, oggi?
Eh, appunto!