Un silenzio raggelante

Il primo giorno di riprese si svolse nella prigione di San Quentin. Ero tutto emozionato all’idea di mettere piede in una prigione dove c’erano dei veri criminali: un luogo leggendario che conoscevo solo dai libri o dai vecchi film in bianco e nero. Di esordire come regista non me ne importava un accidente: era la prigione che mi affascinava. Il secondino ci informò che i detenuti erano pericolosi e che, se ci fosse stata una sommossa o se alcuni di noi fossero stati presi in ostaggio, avrebbero fatto di tutto per salvarci, tranne che liberare dei prigionieri. Mi sembrò curioso che, quando centinaia di prigionieri uscivano nel grande spiazzo, tutti i carcerati bianchi se ne stavano insieme da una parte, e tutti i neri dall’altra. Non diversamente da quanto succederebbe alla mensa di qualunque college americano, dissi in seguito in un talk show, suscitando un silenzio raggelante.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.175. Il film delle cui riprese Allen parla è Prendi i soldi e scappa, del 1969.)

Artisti, occupatevi di cose serie!

La cosa divertente, quando si gira un film, è il fatto di realizzarlo, l’atto creativo. Gli applausi non significano nulla. Anche gli elogi più sperticati non ti evitano l’artrite e il fuoco di sant’Antonio. Ed è cosi terribile che qualcuno non impazzisca per il tuo lavoro? Che a qualcuno possa non piacere il tuo film? L’universo si sgretola alla velocità della luce e tu ti preoccupi di un tipo di Sheboygan secondo cui i tuoi film sono lenti? O una signora di Tuscaloosa scrive che sei un genio e tu credi che la sua opinione ti renda pari a Rembrandt o Chopin? Occupati di cose serie.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.192.)

Solo l’opera di un imbranato

In quanto artista, invidio le persone che traggono conforto dal credere che le loro creazioni sopravvivranno, verranno discusse e in qualche modo li renderanno immortali, più o meno come succede nell’aldilà dei cattolici. L’inghippo è che tutti coloro che discutono le opere lasciate dall’artista e ne elogiano la grandezza sono vive e mangiano pastrami, mentre l’artista se ne sta in un’urna funeraria o sepolto nel Queens. Sapete quanto se ne fa Shakespeare di tutta la gente che canta le sue lodi; e verrà il giorno – remoto, certo, ma state pur certi che verrà – in cui tutte le opere di Shakespeare scompariranno, malgrado gli intrecci brillanti e i raffinati pentametri giambici, e lo stesso succederà a ogni pennellata di Seurat e ogni atomo dell’universo. Dopo tutto, siamo solo un incidente nell’universo. E neanche il prodotto di un’intelligenza benevola, ma solo l’opera di un imbranato.

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.83.)

Se invece

[Foto di Drew Beamer su Unsplash.]
E se invece l’umanità avesse sfruttato meglio certe opportunità capitatele davanti la cui potenzialità non ha saputo o voluto comprendere, o se non avesse perso lustri della sua storia provocando catastrofi terribili che ogni volta hanno come fermato il corso del (suo) tempo ritardando l’evoluzione della civiltà se non in certi casi danneggiandola?

Forse, saremmo già non solo su Marte ma su chissà quanti altri lontani pianeti extrasolari, forse avremmo sconfitto da tempo malattie che ad oggi uccidono migliaia di individui, forse avremmo una scienza in grado di inventare cose che nemmeno sui migliori libri di fantascienza sono state concepite capaci di risolvere problemi ed evitarci pericoli, e forse avremmo una società culturalmente, civilmente ed eticamente ben più evoluta di quella in cui viviamo.

Già, forse – a volte mi viene da riflettere – la storia dell’uomo non è in realtà una narrazione di grandi invenzioni, scoperte, conquiste, ma una lunga cronaca di occasioni perse, scritta tra le righe d’un libro le cui pagine compiliamo in modo fin troppo autoreferenziale esaltando cose certamente meravigliose, ma ciò anche per non dover riconoscere altrettante sconfitte, insuccessi, disastri, tragedie – queste, ineluttabilmente registrate dalla storia ma troppo spesso dimenticate nelle loro verità e in ciò che hanno da insegnarci, dunque rese formalmente invisibili o quasi.

Ecco, mi chiedo: a che punto saremmo, della nostra evoluzione di esseri umani, se non avessimo perso troppo del nostro tempo per danneggiarci reiteratamente, peraltro continuando a perderne, di tempo, senza alcuna apparente volontà di redenzione ma soltanto di costante e superficiale autoindulgenza?

L’infinito nella mente e nel cuore

Spero proprio che gli esseri umani non perdano mai la preziosa capacità di restare incantati ad osservare il cielo stellato – in questo periodo particolarmente nitido, peraltro, visto come si è “ripulito” grazie al blocco del traffico e delle attività industriali dovuto all’emergenza coronavirus. Probabilmente alcuni la stanno già smarrendo, quella visione, forse in certi casi non è colpa loro ma di mancanze altrui; questo potrebbe essere il momento giusto per recuperarla. Fatto sta che da sempre la volta celeste dona la più potente visione che l’occhio umano possa cogliere, una visione la cui intensa, soverchiante bellezza sa rimetterci al nostro posto – noi uomini sovente troppo dissennati e arroganti qui, su questo granello di roccia sperso nello spazio – e al contempo sa regalarci un’irresistibile, esaltante, incommensurabile sensazione di immensità, che possiamo percepire e sentire spandersi direttamente nel cuore, nell’animo e nello spirito. Una sensazione che sicuramente non può che farci bene, in questi giorni difficili: null’altro sa darci tutto ciò e, ne sono convinto, niente altro è ugualmente prezioso e, appunto, utile.

Incantatevi, a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa e nel cuore avrete la luce delle stelle.