La “sinergia totale” con la montagna?!?

Eh, in effetti perché dovrei sbattermi così tanto come faccio (parimenti ad altre attività) da qualche anno a questa parte al fine di strutturare e lavorare in progetti dedicati alla rinascita delle montagne, per studiare, comprendere e rinvigorire la storia, la cultura, la vita delle genti montanare, l’economia peculiare, le tradizioni e le conseguenti necessarie innovazioni, il Genius Loci da riscoprire, i territori da valorizzare e far rinascere, le relative politiche gestionali, la resilienza delle Terre Alte, l’antropologia e la sociologia, l’immaginario collettivo da rigenerare, il concetto di paesaggio, il neoruralismo e il neoumanesimo montano, il turismo consapevole e sostenibile, la salvaguardia dell’ambiente naturale, le prospettive di un futuro finalmente migliore perché innanzi tutto autoctono… perché tutto ciò, quando poi la sinergia totale tra uomo e montagna è questa qui?

Una sinergia totale tra uomo e montagna.

Ecco.
Ma porca miseria, chi l’avrebbe mai detto che in fondo era così semplice ottenerla? Idiota che non sono altro!


N.B.: sia chiaro, per gli eventuali “liberisti” o “benaltristi” all’ascolto, che personalmente non sono affatto contrario a nulla, se fatto con criterio, buon senso, onestà e consapevolezza di quanto si realizza, sia in senso intellettuale che materiale – anzi, ben vengano eventi del genere, nel caso. Ma sostenere emerite e degradanti cazzate come quella lì sopra pubblicizzata, che fornisce subito il “metro filosofico” dell’iniziativa in questione, è un atto di ipocrita e scellerata disonestà civica che può fare più danno, in prospettiva, di una violenta tromba d’aria. Sempre a mio personale parere, ribadisco.

Roberto Mantovani, “Forse lassù è meglio. Viaggio nel cuore della montagna”

Me lo ricordo bene come, fino a mica troppo tempo fa, ci si ritrovava tra amici più o meno professionalmente interessati agli ambiti letterari ed editoriali e, nel disquisire di “libri di montagna”, si finiva per constatare come, di tali libri, ce ne fossero in giro un sacco ma quasi tutti nelle forme dei recit d’ascension o delle biografie (sovente auto-) di alpinisti: tutti belli, tutti interessanti e affascinanti, tutti uguali. E nessuno che, a ben vedere, parlasse realmente di montagne, se non in rari casi. Poi, negli ultimi anni, è successo ciò che nessuno credeva possibile, ovvero che la montagna è (quasi) diventata di moda, nelle narrazioni letterarie: complici certi nuovi costumi diffusi più attenti (almeno a parole) alla Natura e all’ambiente, sicuramente pure una maggior attenzione culturale ai temi relativi, e complice qualche titolo divenuto best seller, oggi di libri di montagna ce ne sono in circolazione veramente parecchi. Non so dire se si possa a ragion veduta parlare di “genere” letterario – come i gialli o i romanzi rosa, per dire – ma di sicuro è un periodo fortunato per la montagna, tra le pagine edite, come probabilmente non lo è mai stato.

Da buon (e interessato) appassionato di lettura e letteratura, mi viene tuttavia da fare un passo ulteriore, nelle considerazioni sopra esposte, e chiedermi: ma in tutte queste pubblicazioni, come viene raccontata, la montagna? Voglio dire: alla “nuova” (o presumibilmente tale) corrente letteraria suddetta corrisponde anche un nuovo modo di narrare i monti e le loro genti? Oppure il fatto che oggi si vendano tanti libri di montagna dipende proprio dal fatto che molti degli stessi non fanno altro che poggiare le proprie narrazioni sui consueti stereotipi i quali, per carità, vanno benissimo e nulla hanno di male ma, alla fine della fiera, reiterano inesorabilmente un immaginario collettivo montano che è lo stesso di quando le montagne non se le filava nessuno ovvero di quando sono state trasformate in periferie d’altura più o meno degradate delle città, solo meglio rifinito e raccontato?

Approcciandomi alla lettura di Forse lassù è meglio, l’ultimo libro di Roberto Mantovani (Fusta Editore, 2018), sapevo benissimo di incontrare – nelle pagine del volume – uno dei massimi esperti italiani di cultura di montagna – e intendo il termine “cultura” nel senso più ampio possibile – dunque la personale curiosità verso il libro non veniva alimentata solo dal leggerne il contenuto ma pure dal capire e constatare se in esso vi fosse qualche buona indicazione rispetto alle riflessioni che ho poco sopra esposto []

(Leggete la recensione completa di Forse lassù è meglio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il “sogno di un colle” sul palcoscenico di Milano Montagna 2018

Un piccolo borgo delle Prealpi lombarde e il suo “sogno” di resilienza montana sul prestigioso palcoscenico di un grande evento dedicato alla montagna…

Sì, perché Colle di Sogno, meraviglioso luogo sospeso (in molte accezioni del termine) a 1.000 m di quota tra la pianura e le Alpi bergamasche, sui monti di Carenno (Lecco), non ha fatto solo da suggestiva quinta scenografica (vedi qui al riguardo) alla presentazione de L’Uomo del Moschel, l’ultimo libro di Davide Sapienza – uno dei più importanti autori italiani di narrativa di viaggio e del paesaggio – ma è anche stato protagonista e ha presentato al Milano Montagna Festival 2018, negli spazi di BASE Milano (con le parole e la narrazione dello scrivente ovvero con mio grande onore e piacere, nonché col fondamentale supporto di ALPES) la sua realtà, la storia, la bellezza, le peculiarità del suo territorio e, soprattutto, il proprio emblematico progetto di resilienza montana avente come motore trainante fondamentale la cultura e le pratiche culturali prima che le azioni politiche o economiche, attraverso cui conseguire poi risultati concreti anche sui lati politici e socio-economici.

Un progetto di rigenerazione del territorio che ha come principale protagonista il territorio stesso o, per dire ancora meglio, il suo Genius Loci, il dialogo e il legame tra questi e chiunque con il territorio interagisca, sia esso residente stanziale o turista/visitatore occasionale. È un legame (antropologico e sociologico) a dir poco fondamentale, questo, per dare nuova linfa alla presenza umana in loco e, grazie a ciò, giustificare e rendere sostenibile qualsiasi altra azione infrastrutturale, di fornitura di servizi e qualsivoglia attività imprenditoriale economica nonché – ultimo ma non ultimo elemento – il primario benessere esperienziale dello stare lassù, solo per poche ore o per una vita intera, appunto. Essere (consapevolmente) in un luogo – o neoluogo – in grado di produrre rinnovata identità culturale e parimenti di diventare parte sostanziale dell’identità personale di chiunque vi giunga. Perché la politica può fornire a un territorio tutte le infrastrutture e le agevolazioni possibili e immaginabili (e, per inciso, sia lode e gloria a quelle amministrazioni pubbliche che lo fanno, comprendendone l’importanza), ma se non c’è o non si genera  – e conseguentemente non si coltiva e potenzia – alcun legame tra quel territorio e le persone che lo vivono, esso sarà comunque e inevitabilmente destinato a essere abbandonato, prima o poi, e a morire.

Insomma: è un progetto tanto visionario quanto significativo, quello di Colle di Sogno: e chissà che grazie a tutto ciò non si riesca a far realmente fruttare il piccolo ma prezioso patrimonio umano di resilienza montana – i 9 abitanti attuali del borgo – per ridare piena vita (ovvero vitalità) non solo al borgo stesso ma all’intero territorio d’intorno, tanto bello da non meritare alcun possibile oblio, né ora e né in futuro.