In collegamento con gli spiriti

Eccoci, come nuovo il nostro skili, dice il Georg scendendo dal pilone e ritira gli attrezzi nella cassetta, chi domani sale per primo, gli va da re. Proprio una bella giornata anche oggi, dice il Paul, eravamo giù di corda per via di ‘sta stupida nebbia, ma alla fine è quadrato tutto, solo che ha fatto di nuovo un po’ troppo caldo, per trovare un’idea di freddo vero bisognerebbe andare su in vetta, ma così lontano non ci arriva, il nostro bello skili, non è mica un Mirasc, bisogna salirci con gli sci da alpinismo, che l’Hans del paese vicino che si carica in spalla la fisarmonica modello comò, quand’è in cima se l’appende alla pancia tipo altoparlante e suona su monti e valli sparando in tutte le direzioni, se non è in collegamento con gli spiriti lui, vorrei proprio sapere chi.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.95.)

La magia tra le gambe

Il Paul osserva il paese con il binocolo, guarda un po’ chi arriva, mormora seguendo una macchina lungo la strada, il figlio del parroco. A me non risulta che il parroco abbia un figlio, fa il Georg mentre confronta le vette con la cartina. Certo che è il figlio del parroco, sono identici, trovami un altro in paese che ha i capelli rossi. Figurati se ha un figlio, è vietato, insiste il Georg. Ce n’è tante di cose vietate, dice il Paul, ma se il parroco è l’unico coi capelli rossi, e di colpo ti arriva un bambino coi capelli di fuoco, se Dio vuole sarà ben figlio suo, o no? È logica, fin qui ci arriviamo anche noi due, non crederai che i preti non conoscano la magia tra le gambe.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.29.)

I ghiacciai che non ci sono più

Il Paul prende la pala che gli passa il Georg, la notte scorsa si è staccata la lingua del ghiacciaio, dice, hanno sentito il boato anche in fondo alla valle, la Claire mi ha fin svegliato per dirmi che ci stava arrivando addosso e mi ha abbracciato tutto come se ci restasse solo quella notte lì, di un bello che non ti dico, e sorride tra sé, tra qualche anno se guardiamo su il nostro bel ghiacciaio non lo vediamo più, se ne sarà andato per sempre, altro che eterno, l’unica riserva che ci resta sono le storie, al massimo puoi raccontare com’era.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.68.)

Oscar Peer, “Il ritorno”

Prima o poi la vita impone a chiunque qualche forma di ritorno: a un luogo, a una situazione quotidiana precedente, a un passato che torna presente, a persone più o meno care, a un’idea o a un sogno. Ritorni verso condizioni che si sono lasciate per scelta libera o forzata, per buone cause o decisioni sbagliate oppure perché la vita stessa ha presentato imprevisti che le hanno cambiato drasticamente il corso. Ritorni che non sempre si presentano facili, anzi: di frequente la condizione vitale imposta dal “ritorno” appare ostica, tribolata, inquieta anche perché priva di quei riferimenti che prima, nel bene e nel male, ne marcavano e definivano la dimensione quotidiana e poi sono cambiati o non ci sono più, sostituiti da altri verso i quali la relazione è difficile. In effetti, quello del ritorno non è mai uno stato riferito direttamente e unicamente a chi ne è soggetto, al contrario: coinvolge l’intero ambiente sociale in cui si torna, al punto che il “ritornante” vi si ritrova non solo spaesato ma pure sottomesso e alienato.
E non c’è molta differenza, nella sostanza, tra ritorni affrontati e vissuti in ambienti differenti, ad esempio in una grande città dalla quale si era partiti oppure in un piccolo villaggio di montagna. Semmai, in questo secondo caso la sociologia alla base della situazione appare più condensata nella dimensione della comunità e dunque più evidente nella sua sostanza – nel bene e nel male, di nuovo.
Il momento della ricomparsa del contadino Simon in un piccolo villaggio dei Grigioni, dopo tre anni trascorsi in prigione per un omicidio colposo (ha scambiato un compaesano per un cervo, durante una battuta di caccia, e lo ha ucciso) è proprio ciò che racconta Oscar Peer ne Il Ritorno (Edizioni Casagrande, 2006, traduzione dal romancio di Marcella Palmara-Pult; orig. Accord, 1978.), forse il romanzo più famoso e suggestivo dello scrittore svizzero di lingua romancia []

(Leggete la recensione completa de Il ritorno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

A Sua immagine e somiglianza?

Senta, Dio
Ecco, io sarei agnostico, dunque non so se Lei esista o meno e non ritengo sostanzialmente valida alcuna tesi a sostegno dell’una o dell’altra ipotesi (nonostante la realtà dei fatti terreni faccia ritenere più plausibile il “meno”… ma è un altro problema, questo), d’altro canto per lo stesso principio posso anche ipotizzare che esista veramente e che sia stato effettivamente Lei a dare vita alla creazione del mondo, dunque mi permetto di chiederLe: ma quando disse, almeno come è scritto nella Genesi 1,26-28:

«“Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”. Dio creò l’essere umano a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: “Fruttificate e moltiplicate e riempite la terra e sottomettetela; e dominate i pesci del mare e gli uccelli del cielo e tutti i viventi che si muovono sulla terra”.»

Ecco, quando disse ciò, ovvero ripensando a quando lo disse… non è che si è reso conto di aver detto una gran ca… ehm, voglio dire… non è che si è pentito di tutta questa magnanimità nei confronti del genere umano? E che, quando ha detto “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”, in verità l’ha sparata parecchio grossa, e non l’ha fatto esattamente a Sua immagine e somiglianza ma, diciamo, gliel’ha fatto credere, che tanto l’uomo è effettivamente un po’ scemo e tende a dare credito facilmente anche a cose del tutto strampalate e prive di qualsiasi fondamento, basta che siano utili a gonfiare il suo ego e a fargli guadagnare qualche tornaconto?

Voglio dire: una parte del genere umano ha fatto cose meravigliose e strabilianti, certamente, tuttavia l’altra parte, quella che ha fatto cose spaventose e assai perniciose, sembra essere più impattante della prima, oggi anche più che nel passato. Tutte le altre specie viventi del pianeta Terra lo sanno ormai bene, purtroppo per loro.

Ora, non che se avesse fatto i delfini, o gli orsi oppure i leoni “a Sua immagine e somiglianza” vorrebbe automaticamente dire che le cose sarebbero andate meglio. Non lo si può sapere, chiaro. Anche in tal caso, dunque, sono agnostico – nonostante la realtà dei fatti terreni mi faccia pensare che sarebbe piuttosto plausibile…
Ma, appunto, non è il caso di speculare troppo. Che di problemi ingombranti la mente, quaggiù sulla Terra, ce ne abbiamo fin troppi, già.

Insomma, alla fine, pur da agnostico, non mi dispiacerebbe se Lei, Dio, esistesse sul serio e sistemasse le cose, qui. Ce n’è proprio bisogno, visto che noi esseri umani, vanitosamente “certi” di essere fatti a Sua immagine e somiglianza ma palesemente incapaci di mettere a frutto una tale dote divina, non ne siamo proprio capaci, a quanto pare.

P.S.: l’illustrazione in testa al post è del grande Bruno Bozzetto, che ho avuto la bella fortuna di conoscere e di farci insieme una bella camminata/chiacchierata sui “nostri” monti – siamo conterranei, già. Cliccateci sopra per visitare il suo sito web.