Il ritiro dei ghiacciai svizzeri come non s’era mai visto prima

Foto di Perspective Nature su Unsplash.]

Qualche tempo fa il quotidiano svizzero Tages-Anzeiger ha pubblicato in un articolo alquanto eloquente i rilievi e le simulazioni grafiche con le quali il Politecnico Federale di Zurigo e l’Università di Friburgo mostrano l’evoluzione da oggi al 2100 di cinque tra i più noti ghiacciai svizzeri, che ad oggi rappresentano forse  la più efficace raffigurazione visiva di ciò che sta accadendo a quegli apparati glaciali e, in generale, a tutti ghiacciai delle Alpi. Gli autori dello studio sono Matthias Huss e Enrico Mattea, tra i maggiori studiosi accademici ed esperti elvetici di glaciologia, con ideazione e progettazione di Mathias Lutz e Marc Brupbacher.

Le simulazioni mostrano quanto i ghiacciai potrebbero fondere entro la fine del secolo in corso nel caso in cui non verranno attuate politiche di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico e nel caso che invece tali politiche saranno attuate, e in ogni caso l’animazione le rende particolarmente impressionanti, mostrando anche come le montagne che ospitano i ghiacciai analizzati cambieranno d’aspetto e nel proprio paesaggio. I testi a corredo sono in tedesco, ma la traduzione automatica in italiano offerta da Google è decente e li rende ben comprensibili.

I cinque ghiacciai analizzati sono quelli del Rodano, del Morteratsch, dell’Aletsch, del Gorner (questi due rispettivamente il primo e il secondo più grande ghiacciaio delle Alpi) e del Silvretta. Qui sotto vedete alcune immagini della simulazione animata riguardante il Ghiacciaio del Morteratsch, il più grande del massiccio del Bernina in Engadina, a poca distanza dal confine con l’Italia (lo vedete com’è oggi nell’immagine in testa al post); cliccateci sopra per vederle animate.

A compendio delle simulazioni presentate, gli autori dello studio così riassumono la realtà attuale dei ghiacciai svizzeri e alpini:

Ad eccezione di pochissimi ghiacciai che hanno origine oltre i 4.000 metri, nel peggiore dei casi tutto il ghiaccio che li forma scomparirà. Con il peggiore sviluppo climatico ipotizzabile (quello senza efficaci politiche di protezione del clima) non solo i ghiacciai ma anche l’intera popolazione soffrirebbero di gravi disagi: l’aumento della temperatura in Svizzera sarebbe ben al di sopra della media mondiale di 4,4 gradi, il che porterebbe a tutta una serie di altri effetti e di problemi come temperature estreme, caldo, siccità e forti piogge. La reazione dei ghiacciai al raggiungimento dell’obiettivo di 1,5 °C (dunque con la messa in atto di efficaci politiche di protezione del clima) è molto diversa: mentre alcuni ghiacciai (Unteraar, Plaine Morte, Forno) scompariranno quasi completamente entro il 2100, altri riusciranno a conservare più della metà del loro volume attuale (Gorner, Fiescher, Allalin).

Risalta con tutta evidenza, nello studio, la necessità di svincolare il nostro modello economico dall’utilizzo dei combustibili fossili per cercare di ridurre il più possibile le emissioni di CO2 entro il 2050 secondo quanto stabilito dall’Accordo di Parigi del 2015, con il quale si è stabilito di non superare il limite di 1.5°C rispetto alle temperature pre-industriali. Per tale motivo lo studio mostra di contro gli effetti cagionati anche dallo scenario climatico peggiore, quello che non vedrà sostanziali decrementi a livello mondiale nell’uso di carbone, gas e petrolio, per il quale si prevede un aumento delle temperature nella regione alpina superiore ai 4,4°C medi globali.

[Tabelle interattive che mostrano le variazioni del volume dei maggiori ghiacciai svizzeri da qui al 2100. Cliccateci sopra per vedere tutte le tabelle pubblicate.]
In ogni caso, come ho scritto più volte in diversi articoli qui sul blog e altrove, la visione delle Alpi che ci aspetta nei prossimi decenni sarà radicalmente diversa rispetto a quella attuale e che fino ad oggi ha determinato l’immaginario comune in tema di montagne e ghiacciai. Osserveremo e vivremo un paesaggio alpino diverso, in certi casi molto diverso rispetto a prima, che renderà inevitabilmente differente anche la nostra relazione culturale e antropologica con esso ma pure la quotidianità vissuta tra i monti. Posta la realtà climatica in divenire e i suoi effetti sta a noi determinare quanto migliore o peggiore sarà, la nostra vita sulle “nuove” Alpi.

N.B.: nel portale web del Glamos, la rete di monitoraggio dei ghiacciai svizzeri il cui responsabile è Matthias Huss, uno degli autori dello studio di cui avete letto, trovate le schede estremamente dettagliate di tutti i ghiacciai monitorati dalla rete nonché una gran messe di dati relativi a tutti i 1.400 apparati glaciali della Svizzera: https://glamos.ch/it/#/C14-10

Livigno zona extra-doganale: da mantenere o da eliminare?

[Foto di Stevan Aksentijevic da Pixabay.]
La zona extra-doganale (o “zona franca”) di Livigno ha senza dubbio contribuito alle fortune turistiche della località lombarda: oggi ha ancora senso mantenerla oppure non ne ha più?

Livigno è indubbiamente tra le località turistiche più rinomate (e affollate) d’Italia e nel 2026 sarà sede di alcune delle gare delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina; per questi e per altri motivi è un luogo particolarmente emblematico riguardo il turismo montano contemporaneo e i vari aspetti che ne conseguono. Dal 1910 è zona extra-doganale in forza del suo particolare isolamento (fino agli anni ’50 Livigno in inverno era sostanzialmente irraggiungibile) ma la comunità livignasca godeva di esenzioni fiscali e benefici vari già nel Cinquecento. Dal boom del turismo di massa in poi lo status di territorio franco ha invece fatto da potente leva attrattiva fino alle attuali presenze turistiche da record (ormai di frequente Livigno è associata alla questione dell’overtourism) nonostante i benefici economici sull’acquisto di merci sono oggi ormai svaniti, salvo che per pochi articoli.

[Foto di MountainAsh su Unsplash.]
Il dibattito sul mantenimento o meno della zona extra-doganale di Livigno è aperto da tempo: c’è chi ritiene debba essere mantenuta perché apporta benefici e genera indotto all’intero territorio valtellinese, e chi sostiene che invece sia ormai anacronistica e produca una situazione di disequilibrio socio-economico con i territori circostanti.

In base alla vostra esperienza personale – tanti di voi Livigno la conoscono di sicuro, poco o tanto – e al netto del gradimento turistico rispetto alla località (di cui si è già discusso molto a seguito di un mio precedente articolo), voi che ne pensate? È giusto che Livigno resti zona extra-doganale oppure no?

Il passo falso (del Bernina)

(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui. Lo avevo già pubblicato un paio d’anni fa ma mi è stato richiesto, dunque rieccolo qui.)

Da grande appassionato di geografia sotto ogni punto di vista – disciplina fondamentale da conoscere e da apprezzare per il mio lavoro di studio sul paesaggio, inutile rimarcarlo – sono particolarmente affascinato da quei luoghi “minimi” che, nell’esiguo spazio che li caratterizza, rappresentano un cambio “massimo” di dimensione geografica, il punto di contatto tra due “versanti” non solo di un monte ma di un continente intero, ma per tali peculiarità restando pressoché ignoti ai più.

Uno di questi luoghi è il Passo del Bernina, in Svizzera, non lontano dal confine italiano e dalla Valtellina. Innanzi tutto quello che tutti credono il “passo”, ovvero il valico dal quale transita la strada percorsa dalle automobili – uno dei percorsi turistici più frequentati delle Alpi – non è il vero Passo del Bernina. Il valico stradale in realtà scende in una valle laterale, la Val Laguné, che solo molto più in basso si ricongiunge al solco principale della Val Poschiavo che caratterizza il versante meridionale del passo. Il vero Bernina Pass è invece la stretta striscia di pascolo erboso che divide i due laghi che caratterizzano la sella, il Lej Alv (Lago Bianco) e il Lej Neir (Lago Nero), idronimi in lingua romancia (nella variante ladin putér parlata in alta Engadina) che segnalano la differente tonalità delle acque, sulle cui rive transita la linea ferroviaria del celeberrimo “Trenino Rosso del Bernina” (ovvero la Ferrovia Retica, il suo vero nome), altra attrazione turistica di fama mondiale. Ciò anche se, in effetti, dal punto di vista geomorfologico si può considerare “Passo del Bernina” l’intera ampia sella compresa tra il gruppo montuoso omonimo e quello a nord est che ha la sua massima sommità nel Piz Languard – lo rimarco per i geografi più meticolosi.

Fatto sta che quei 100 metri scarsi (vedi qui sopra) di erba tra un lago e l’altro non separano solo il bacino dell’Engadina da quello della Valtellina (della quale la Val Poschiavo è una laterale), non dividono solo l’area elvetica-germanofona da quella italofona e culturalmente italiana, ma in verità fendono il continente europeo in due. Infatti, le acque che defluiscono dal Lej Alv / Lago Bianco scendono verso la Valtellina, dunque nell’Adda, quindi nel Po e poi nel Mar Mediterraneo, per il cui bacino il Mar Adriatico rappresenta un braccio secondario; le acque che defluiscono dal Lej Neir / Lago Nero, invece, scendono in Engadina e vanno nell’Inn, poi nel Danubio e dunque nel Mar Nero. Per allargare ancor più lo spettro geografico immaginifico, potrei anche dire che l’acqua del Lago Bianco finirà per bagnare l’Africa, quella del Lago Nero bagnerà l’Asia.

In buona sostanza, se passeggiate a piedi lungo l’esigua striscia di terra tra i due laghi, potete tranquillamente dire di essere in mezzo a un intero continente se non a un’ampia parte di mondo!

Un luogo “minimo” ma veramente speciale, insomma, ancorché ignorato in queste sue doti da chiunque o quasi transiti da quelle parti. D’altro canto posso comprendere il disinteresse al riguardo, vista la grande bellezza alpina offerta dal territorio d’intorno, delle imponenti vette e dai ghiacciai del gruppo del Bernina, dalla meravigliosa valle omonima che scende verso l’Engadina e porta a Sankt Moritz o di quella opposta e altrettanto bella che transitando da Poschiavo porta in Italia, dalle altre montagne sovrastanti… Un territorio alpino tra i più mirabili nel quale c’è di che lustrarsi gli occhi e infervorare l’animo, ma pure così geograficamente “potente” da… scindere in due l’Europa!

N.B.: e poco lontano c’è un altro minimo ma fondamentale “luogo-fulcro” del continente europeo, sul quale ho scritto qui.

Quali soluzioni per l’overtourism in montagna?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Il dibattito sul tema dell’overtourism nelle località montane si fa a ogni stagione sempre più ampio e articolato, evidenziando la criticità ormai innegabile del problema. Ora il dibattito si placherà, visto che l’estate è terminata, ma non sarà che la quiete dopo una tempesta e prima delle prossime, forse ancora più intense. Fatto sta che il problema, pur con tutti distinguo del caso, è ormai lampante, le soluzioni nel breve termine invece molto meno, nel senso che in buona sostanza non si capisce ancora bene quali potrebbero essere e quanto sarebbero efficaci, se applicate.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Ovvio che qualcuno potrebbe denotare che la soluzione primaria da mettere in atto è la diffusione di una maggiore e più consapevole cultura del turismo sia tra gli ospiti e sia tra gli abitanti e gli operatori economici delle località coinvolte, con gli annessi e connessi di vario genere che ciò significa. Ma questo è un processo – comunque fondamentale da attuare, sia chiaro – che richiede tempo, mentre per certi versi la situazione impone il bisogno di elaborare provvedimenti che, se non già risolutivi, possano mitigare le conseguenze già riscontrate nell’attesa di porre in opera strategie più organiche e articolate.

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
Dunque, a fronte di fenomeni di sovraffollamento turistico a volte così ingenti da generare problemi concreti ai territori che li subiscono e a chi ci vive, e fermo restando che la soluzione non possa logicamente essere l’aumentare i parcheggi, allargare le strade, costruire nuovi alloggi eccetera, come se lo spazio montano a disposizione fosse inesauribile e totalmente da asservire alle esigenze turistiche (seppur non pochi amministratori pubblici di montagna lo pensano, inauditamente!), che si può fare in concreto?

Aumentare le tasse di soggiorno e istituire ticket d’ingresso alle località per il turismo giornaliero (come stanno pensando di fare alcune località in Svizzera, ad esempio)? Contingentare i posti letto negli hotel e i coperti nei punto di ristoro? Elaborare la capacità di carico turistica di ogni località e farne una regola giuridica assunta come limite dal Comune locale? Fissare di conseguenza numeri chiusi da gestire con appositi “varchi” (dove sia possibile) all’ingresso delle località?

E, qualsiasi possa essere la soluzione, come poi si possono mettere in equilibrio le presenze turistiche, la libertà d’impresa, il benessere della comunità locale, la tutela ambientale e del paesaggio? Può essere possibile fare ciò oppure obiettivamente è pura utopia?

[Immagine ©fotoagh.it – Alessandro Ghezzer]
In ogni caso, tra mille domande e dubbi una cosa è innegabilmente certa: qualche soluzione va trovata, e in fretta, se non si vuole rischiare situazioni come quelle delle immagini che vedete (sono opere di Alessandro Ghezzer, create con l’IA e tratte dalla sua pagina Facebook). Ne va della sorte delle nostre montagne e di chi le abita mantenendole vive.

L’indifferenza di una volta verso le montagne e quella di oggi

[Val Masino: in primo piano sulla sinistra la Punta Fiorelli, in secondo piano il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo. Foto di Resegun, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

[Mi rallegro] dell’indifferenza dei montanari del versante valtellinese per tutto ciò che oltrepassa il limite dei loro pascoli, cosi che non un nome lombardo sia venuto ad aumentare quel caos.

[Francesco Lurani Cernuschi, Le Montagne di Val Màsino. Appunti topografici ed alpinistici, CAI Sezione di Milano, 1883.]

In questo passaggio il Conte Lurani Cernuschi, fra le figure di maggior rilievo dell’alpinismo italiano di fine Ottocento e grande esploratore nonché salitore delle cime della Val Masino (non solo, ma soprattutto di queste), si riferisce alla confusione toponomastica che ancora a quei tempi contraddistingueva le montagne della zona (per dire: il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo, le due vette più rinomate, su diverse mappe topografiche si scambiarono più volte il nome, che non era nemmeno quello attuale!) e a tal proposito ricorda una realtà che trovo sempre affascinante: ai montanari di una volta non fregava un bel nulla delle loro montagne, ovvero niente da cui non si potesse ricavare qualcosa di utile alla loro (ostica) vita quotidiana. Dunque probabilmente non elaboravano nemmeno considerazioni di natura estetica su quelle vette: la bellezza della montagna non sapevano cosa fosse, bello semmai era ciò che risultava utile, appunto. Il prato era “bello”, ci pascolavano le bestie; l’acqua era “bella”, almeno fino a che non esondasse dai torrenti; il bosco prossimo ai villaggi era bello, dava legna da costruzione e da ardere. Le vette, che erano fatte di rocce verticali, ghiacci crepacciati, gande e ghiaioni instabili, che mai potevano avere di bello? Infatti per i montanari del tempo erano popolate da mostri, demoni e dalle creature più spaventose, le uniche a poter vivere in quel pezzo di mondo così pericoloso e sterile.

Salvo che, da metà Ottocento in poi, quelle terrificanti creature furono “messe in fuga” da altre creature, questa volta umane e nonostante ciò inopinatamente attratte da rocce a strapiombo e ghiacciai labirintici e dalle vette protese verso il nulla del cielo. Vette che per ciò cominciarono a essere denominate, per il prestigio di chi le aveva salite per la prima volta e se ne poteva vantare ma pure di geografi, cartografi, topografi e, ultimi ma non ultimi, di noi che ora frequentiamo le montagne e ci emozioniamo di fronte alla loro bellezza, alla spettacolarità delle morfologie alpestri, al fascino insuperabile dei paesaggi d’alta quota… tutte cose di nostra invenzione recente, come detto, che ci siamo portati appreso quando abbiamo trasformato l’alpinismo in turismo e per molti versi imposto ai montanari che invece non ne avevano cognizione.

[Il Rifugio Luigi Gianetti sovrastato dalla mole del Pizzo Badile. Foto di Ggambaro, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Fu un processo culturale inevitabile, nel bene e nel male. Nel frattempo, però, la geografia così amata dagli alpinisti di una volta oggi è stata pressoché dimenticata, a partire dalla scuola, e di contro milioni di immagini di panorami montani, in forma di selfie oppure no, inondano quotidianamente i social media senza che chi le ha riprese sappia cosa riprendano, se non vagamente. E nemmeno più la bellezza utilitaristica dei vecchi montanari è sopravvissuta, per come sovente quei pascoli oggi vengano occupati e cancellati da infrastrutture turistiche d’ogni sorta e parimenti allo stesso scopo o altri similari vengano abbattuti i boschi.

A modo loro se pur gioco forza erano “ecologisti”, quei montanari, nell’accezione originaria del termine: sapevano bene che senza equilibrio e armonia con le montagne la loro vita sarebbe diventata ben peggiore di quanto già dura non fosse. Noi, invece, che ci vantiamo tanto di essere “ecologici”, temo che ancora l’importanza di quella condizione di equilibrio e armonia con l’ambiente montano non l’abbiamo ancora capita benissimo. Siamo a nostra volta indifferenti alle montagne ma perché ci curiamo troppo poco delle loro innumerevoli valenze per la nostra vita, preferendo considerarle solo se funzionali al nostro diletto oppure se si possono “valorizzare” (valori vs valenze, in pratica) per ricavarci tornaconti molto venali.

È pure questo un processo culturale inevitabile? Io non credo, o almeno credo che non lo dovrebbe essere. In fondo siamo nel 2024, non nel 1883, giusto?