La persona tossicodipendente avverte la necessità irrefrenabile e frequente di assumere droga, nonostante il danno fisico, psicologico, affettivo, emotivo o sociale che tale assunzione può comportargli come conseguenza.
Oggi, la produzione di neve artificiale è diventata una necessità. Più che parlare di una neve diversa, sarebbe opportuno riconoscerla come una neve necessaria.
Le ha proferite l’Anef, l’associazione che riunisce i gestori degli impianti sciistici italiani!
Dunque, per quanto riguarda la neve artificiale in relazione a molti comprensori sciistici, tocca parlare di una bizzarra, inopinata ma tangibile “tossicodipendenza”? Nel senso che, come il tossicodipendente necessita di assumere continuamente droga per andare avanti nella propria esistenza, anche le località sciistiche per continuare con la loro attività non possono più fare a meno della neve sparata dai cannoni, per loro stessa ammissione e nonostante le conseguenze ambientali e culturali cagionate alle montagne dove operano.
Be’, in entrambi i casi quel che ne esce è una realtà artificiale, a ben vedere. Che poco o nulla c’entra con la realtà ordinaria, con la “normalità” delle cose, con il benessere autentico delle montagne e dei loro paesaggi. Se non come fanno sentire “bene” certe sostanze, appunto.
Lo sci, la sua industria turistica e la realtà montana attuale: che fare?
Da un lato lo sci rappresenta ancora un’economia importante per molte località se non quella preponderante, assicura posti di lavoro, genera indotto locale; dall’altro lato, sciare diventa sempre meno sostenibile sia dal punto di vista climatico-ambientale e sia da quello economico, il suo mercato è maturo e non cresce più, il suo sostentamento drena risorse pubbliche che nelle stesse località potrebbero essere impiegate in altri campi.
Poste tali evidenze, secondo voi quale atteggiamento in senso generale bisogna/bisognerebbe assumere nei confronti dell’industria dello sci?
Fatemi sapere le vostre libere e franche opinioni, qualsiasi esse siano: favorevoli, contrarie, dubbiose, propositive, radicali, risolutive…
Che il turismo sciistico sia in lento e inesorabile declino in molte delle località alpine nelle quali ancora si pratica è un dato di fatto ormai conclamato. La crisi climatica in corso, i prezzi sempre più elevati e l’evoluzione delle abitudini vacanziere in montagna del pubblico, che si orientano su altre attività a basso impatto ambientale, meno dipendenti dalle variabili climatiche e ovviamente meno costose, hanno reso da tempo lo sci un “mercato maturo”, cioè che ha raggiunto la sua massima crescita e non evolve più salvo che per rare eccezioni. A tale proposito è interessante notare come questa stagnazione del mercato turistico sulle montagne italiane e europee si riverbera già nell’indotto industriale, ad esempio nella produzione di equipaggiamenti per lo sci, che in Europa (regione che per la pratica sciistica si riferisce in grandissima parte ai comprensori delle Alpi), è prevista per i prossimi cinque anni con crescita bassa o nulla:
[Immagine tratta da www.mordorintelligence.it; cliccateci sopra per saperne di più.]Altrettanto interessante è che questa situazione viene rilevata un po’ ovunque anche dai media d’informazione maggiore – potremmo dire “nazional-popolari” – all’estero esattamente come avviene in Italia, segno che il fenomeno in corso è ormai altrettanto diffuso ed è la manifestazione di un cambio paradigmatico nell’immaginario diffuso riguardo la vacanza invernale in montagna.
[Il “Financial Times” nel 2023.]Addirittura, come vedete, il quotidiano francese “Le Monde” si chiede nemmeno troppo provocatoriamente se sia ancora il caso di insegnare ai bambini a sciare, visto che lo sci rappresenta in molti casi un’attività non più compatibile con la transizione ecologica in corso e che per quando quei bambini saranno adulti, tra 15 o 20 anni, molte delle località nelle quali oggi si può ancora sciare non saranno più attive.
Insomma: la realtà di fatto dello sci, e il suo prossimo futuro, sono ormai chiari a tutti. Eccetto a quelli, e in Italia ce ne sono ancora parecchi sia nel pubblico che nel privato, che fanno finta che non stia accadendo nulla e ancora spingono il modello sciistico, proponendo opere sovente ad alto impatto ambientale finanziandole con centinaia di milioni di soldi pubblici. Ciò nonostante il versante alpino italiano, essendo rivolto a sud, sia quello più colpito dagli effetti della crisi climatica e più di quelli francesi, svizzeri o austriaci veda chiudere anno dopo anno sempre più comprensori, impianti e piste, costretti a gettare la spugna di fronte all’obiettiva insostenibilità della loro attività: ben 260, secondo il rapporto “Neve diversa 2024” di Legambiente, con un aumento dall’anno precedente di 11 unità, senza contare gli impianti aperti a singhiozzo oppure che sopravvivono solo con forti iniezioni di denaro pubblico.
È in un vicolo cieco, lo sci. Purtroppo lo è, perché la causa fondamentale è l’aggravarsi costante della crisi climatica che genererà conseguenze diffuse, non solo sulle montagne: qualcosa per cui c’è da preoccuparsi, ma verso cui c’è pure da adattarsi in maniera sensata e equilibrata, soprattutto riguardo i territori montani e il loro ambiente naturale, un patrimonio prezioso e insostituibile di e per tutti noi.
Se è vero, come dice il noto motteggio popolare, che non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, chiunque perseveri con tale atteggiamento così dissennato prima o poi finisce inevitabilmente per sbattere contro un muro. E poi saranno dolori, per tutti.
[Immagine tratta da Reddit.com, user u/lonely-rider.]In tema di iperturismo, o overtourism, sovente si legge che una delle soluzioni proposte sarebbe l’aumento della qualità dell’offerta turistica, dunque dei prezzi sia delle strutture ricettive e sia del soggiorno in sé, anche con l’applicazione di tasse di soggiorno, ticket di accesso, parcheggi a pagamento, eccetera.
Ma è una “soluzione” che comporta il rischio concreto di passare da un opposto all’altro, cioè da un modello turistico troppo aperto e inclusivo, accessibile pressoché a chiunque, a uno esclusivo che invece privilegia le fasce più benestanti e con potere di spesa maggiore. Dall’accoglienza alla discriminazione, in pratica, senza contare che già l’iperturismo genera da sé aumenti dei prezzi, in primis legati alle strutture ricettive private – l’ormai noto problema degli affitti brevi.
No, questa non è una soluzione, è più una furbesca strategia commerciale, come sono solo palliativi i vari provvedimenti con i quali si pensa di limitare il sovraffollamento, come la regolamentazione degli accessi, le prenotazioni on line, i ticket di accesso: utili nell’emergenza ma superflui senza una ben determinata strategia di gestione dei flussi turistici a medio-lungo termine. Leniscono il dolore ma non guariscono la malattia.
A mio modo di vedere sono tre le principali azioni da mettere in atto per costruire una efficace gestione delle presenze turistiche entro limiti che tengano a distanza i rischi di overtourism:
Rendere obbligatorio, come elemento sostanziale del piano regolatore locale, il calcolo della capacità di carico turistica della località o del territorio, sia a livello generale che di singole “attrazioni” (comprensori sciistici o escursionistici, luoghi naturali di pregio, nuclei abitati), i cui rilievi, espressi in dati numerici chiari, devono diventare parte integrante della gestione politico-amministrativa del territorio interessato.
Integrare l’economia turistica locale e i suoi modelli imprenditoriali in un piano di sviluppo generale del territorio in questione, nel quale ogni elemento che forma la sua realtà sociale, politica, economica, culturale, ambientale deve essere considerato, gestito, armonizzato con ogni altro – nessuno troppo preponderante, tutti reciprocamente cooperanti – al fine di ricavarne una strategia a lungo termine perfettamente consona al territorio, alle sue specificità, alle potenziali e alle criticità che presenta, alle necessità e alle aspirazioni della comunità residente e alle prerogative sulle quali elaborare l’offerta turistica.
Rendere altrettanto strutturale e “istituzionale” l’interlocuzione costante con la comunità locale – e intendo tutta la comunità, non solo la parte formata dai soggetti in vario modo legati alla filiera del turismo, monitorandone altrettanto costantemente il sentore diffuso nei confronti della presenza turistica. Così come, dall’altra parte, deve partecipare all’interlocuzione tutta la platea di soggetti le cui azioni e decisioni in un modo o nell’altro determinano un effetto per il territorio in questione, ponendo in relazione e in dialogo sullo stesso piano non tanto le diverse volontà quanto le rispettive responsabilità, univoche e reciproche, nei confronti del territorio.
Sono tre azioni per le quali, inutile rimarcarlo, serve la volontà, la visione, la mediazione della politica e la sua sensibilità nei confronti del luogo amministrato. D’altro canto la gran parte delle situazioni di iperturismo constatabili, innanzi tutto sulle montagne, scaturiscono proprio dal prolungato disinteresse, dalla noncuranza ovvero dall’ipocrisia dei soggetti politici locali anche più che da dinamiche contingenti ai modelli turistici massificati. E pure certe presunte “soluzioni” annunciate, come quelle di cui ho scritto lì sopra, sovente non sono altro che un’ulteriore manifestazione di disinteresse infido nel quale si nasconde la reiterata volontà di ricavare tornaconti di vario genere dallo status quo, tutt’al più rimodulato per adattarlo meglio a quegli scopi materiali.
Ribadisco: è una questione di responsabilità, di sensibilità, di lungimiranza, di attaccamento autentico ai propri territori, di capacità di comprenderne pienamente il valore, l’importanza, l’identità culturale, l’anima peculiare. Tutte cose che solitamente l’iperturismo vede come fastidiosi ostacoli sulla strada del proprio business e della sottomissione totale del territorio alle proprie strategie commerciali. Perché se in un territorio vince l’overtourism, a perdere – e perdersi – è la sua comunità, inesorabilmente.
P.S.: di iperturismo/overtourism in montagna di recente ne ho parlato anche alla tivù, su Italia 1 (e Focus TV) e su Bergamo TV. Cliccate sulle rispettive immagini per vedere tutto quanto:
Spesso mi accade (come accadrà a voi) di leggere un po’ ovunque che ormai le stazioni sciistiche «non possono più fare a meno dell’innevamento artificiale»: ovviamente perché, con la crisi climatica, in atto non nevica più come una volta e, se nevica, la neve al suolo ci resta sempre meno.
Visto che siamo ancora sotto l’effetto del Festival di Sanremo, quella frase e le altre di tono simile mi fanno pensare che la neve artificiale è per lo sci (su pista) un po’ come l’autotune per la musica commerciale odierna.
Mi spiego. Un sacco di cantanti la usano e non potrebbero farne a meno, altrimenti si capirebbe quanto siano privi di voce e stonati. A tanti piace sentirli cantare in quel modo, i brani vanno forte in classifica ma, in tutta sincerità: si può definire ancora “musica”, quella? Oppure ormai non è altro che una mera forma di intrattenimento commerciale, fatto apposta per generare un tornaconto fin tanto che sia possibile e senza più alcun legame con la musica vera e propria? E poi quanto durano in classifica, quei brani?
Chiunque ci capisca realmente di musica sa bene che, una volta spento l’autotune, tutti quei cantanti spariranno e che la musica propriamente detta è ben altra cosa. Se sopravvivrà, la musica, non sarà certo grazie alla trasformazione in qualcosa di sempre più artificiale e privo di valore ma preservando la propria cultura artistica più autentica, che potrà cambiare e adattarsi ai tempi ma restando comunque consona alla sua natura specifica: quella di un’arte, non un bene da (s)vendere grazie alla tecnologia e poi da buttare via una volta consumata.
Infatti, la musica vera resta nel tempo mentre di quella creata per meri fini commerciali e di chi la canta ci si dimentica alla svelta. Come d’altro canto regolarmente accade, una volta che l’inganno artistico diventa palese.
Ecco: in tale ragionamento sostituite “autotune” e “musica” con “neve artificiale” e “montagna”.
Le stazioni sciistiche non possono più fare a meno dell’innevamento artificiale? Già, ma non è più “montagna vera”, la loro: è uno spazio artificiale creato per scopi meramente commerciali la cui sostanziale falsità, dunque la sua incongruità con il contesto, ne decreterà l’inesorabile decadenza. La montagna che invece saprà preservare la propria identità autentica adattandola al tempo e alla realtà delle cose, adeguando dunque anche la sua frequentazione turistica alle specificità e peculiarità locali, avrà molte più possibilità di contrastare le criticità presenti e future salvaguardando se stessa, il proprio territorio, la sua bellezza (e la possibilità di goderne al meglio) e la comunità che vi abita.
D’altro canto, suvvia: salvo rarissimi casi, quelle canzoni con il cantato in autotune sono veramente orribili! Ecco, proprio come le montagne con quei bianchi nastri di neve artificiale stesi tra i prati sui quali si scia malissimo!
P.S.: Olly, il vincitore del Festival di quest’anno, a me è molto simpatico. Perché giocava a rugby, già.