Italia, anno 2018

Come una sola, semplice immagine possa dire molto più di innumerevoli parole sullo “stato delle cose” italiane, in quest’anno di (dis)grazia (elettorale) 2018!

(Nel frattempo, in queste ore, pochi centimetri di neve riescono a mandare in tilt l’intero paese. Non serve aggiungere altro, io credo. O forse sì, servirebbe, ma la censura sarebbe dietro l’angolo.)

L’appello a favore della cultura, e la pioggia nel deserto

L’appello ad una ben maggiore attenzione nei confronti della cultura da parte della politica, rivolto a questa da una nutrita schiera di intellettuali, artisti, studiosi, accademici ed esponenti vari del panorama culturale nazionale nell’imminenza del voto elettorale, mi dà l’impressione di un improvviso acquazzone in mezzo al deserto.

Ovvero, da un lato qualcosa di necessario, indispensabile, essenziale per un territorio tanto arido – culturalmente, e non solo – come purtroppo è quello italiano; dall’altro, un apporto di pioggia assolutamente vitale che tuttavia rischia di essere assorbito totalmente da un terreno, ribadisco, ormai inariditosi al punto da non saper trarre nulla o quasi di realmente rinvigorente, da una tale circostanza.

Sono pessimista, sì, perché ho la netta sensazione che le classi politiche e dirigenti italiane non da oggi ma da tempo abbiano scelto di mettere da parte la cultura, di relegarla in un angolo polveroso e buio quando non di ignorarla del tutto, inseguendo altri “valori” molto più materiali, biechi, assolutamente più degradanti ma in grado di conferire tornaconti particolari (ovvero a vantaggio dei singoli, non certo della collettività) nel breve periodo. Qualcosa, insomma, di totalmente antitetico a ciò che è la cultura, ma pure a ciò che è la civiltà.

Ben venga l’appello suddetto, anzi, sia lodato e glorificato in ogni modo. Ma che non resti un’iniziativa dettata dal momento elettorale, che l’appello diventi un’invocazione, una sollecitazione continua, un’esortazione costantemente reiterata e rivendicata. Come se quell’acquazzone estemporaneo potesse diventare un monsone, inondando quei territori al momento quasi del tutto desertici, rendendoli di nuovo culturalmente fertili, produttivi, vivi: e tutti noi che in qualche modo ci occupiamo di cultura dobbiamo essere “nuvole” cariche di siffatta indispensabile pioggia. È un dovere dalla cui messa in atto nessuno si può sentire sollevato. Perché – lo rimarca bene lo stesso appello – se la cultura è viva, vive anche la società e ugualmente è viva la civiltà. Il che in Italia, peraltro, significa pure fare “vivere” bene il PIL.

Sono considerazioni del tutto elementari, queste, di una logicità assoluta. Meno che per la politica italiana, temo, almeno per come ha agito fino a oggi.

P.S.: in ogni caso, come la penso sul tema lo scrissi pure qui – e ribadisco con crescente decisione quelle mie riflessioni.

(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere un articolo al riguardo tratto dall’Huffington Post.)

Il voto del progresso (Ennio Flaiano dixit)

Anche il progresso, diventato vecchio e saggio, votò contro.

(Ennio Flaiano, La saggezza di Pickwick in Diario Notturno, Adelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.101.)

Già. A volte l’impressione è proprio questa. Ovvero, che il problema non sia tanto che non ci sia progresso, semmai che non ci sia chi progredisca.

Morte pop!

C’è un tizio, dalle mie parti, che ha aperto una nuova agenzia di onoranze funebri con uno spirito (imprenditoriale e non solo) all’apparenza ben poco affine a tale attività: immagine professionale ma ben poco contrita, spot radiofonici che andrebbero benissimo pure per un centro estetico o un negozio di profumeria, servizi funebri offerti con leggerezza e brio, festa d’inaugurazione con musica, cocktail e goloso rinfresco (non ci sono stato, dunque mi resta la curiosità che ci fossero pure le ossa dei morti). Insomma, nulla di ciò che verrebbe da collegare a un evento funesto, a parenti in lacrime, ad articoli che a buona parte delle persone solleciterebbero gesti scaramantici…

Beh, che diamine: il tizio fa benissimo! Bisogna una volta per tutte smetterla con questo (primitivo, ergo incolto) tabù della morte. Il che non significa deprimerne l’aspetto emotivo e sentimentale, più o meno razionale che sia (e che chiunque può e deve essere libero di vivere e/o metabolizzare nel modo più naturale possibile, senza che altri possano trarne giudizi di sorta): no, semmai significa accettarne finalmente la naturalità, facendone stimolo ad un’esistenza vissuta nel modo più virtuoso e nobile possibile proprio per la consapevolezza della sua ineluttabile fine. È vero che chi più vive una bella vita (nel senso nobile del termine, ribadisco) più potrebbe temere la morte; ma è altrettanto vero che chi nella propria vita saprà combinare qualcosa di interessante, buono e utile avrà certezza in punto di morte di non aver sprecato il proprio tempo terreno – tant’è che in realtà sono convinto che molti di quelli che temono la morte e fanno di tutto per scacciarne il pensiero nei modi sovente rozzi e stupidi che la società contemporanea offre al riguardo, e i quali arrivano nel momento della dipartita disperandosene platealmente, probabilmente proprio in questo momento “topico” si rendono conto di non aver combinato granché di buono nella loro vita e ciò, dunque, provoca quegli eccessi di disperazione.

Tanto, sia quel che sia, è naturale che la vita finisca, prima o poi.
Sembra terribile, detta così, vero? Bene, allora si faccia in modo di usarla al meglio, la vita che abbiamo da vivere, senza perdere tempo in vaneggiamenti inibitori che, a ben vedere, rendono ben più un tabù il senso della vita che il momento della morte!
Aveva ragione Emil Cioran quando scrisse che “La morte è ciò che la vita ha sinora inventato di più solido e sicuro”, e pare di sentire Totò fargli eco e ribattere: “‘A morte ‘o ssaje ched’è? È una livella”!

P.S.: l’unica cosa, è che devo cercare di non fare al tizio dell’agenzia di onoranze funebri domande altrimenti del tutto ordinarie nelle conversazioni quotidiane, del tipo «Allora? Come va il lavoro?» dacché, se mi dovesse rispondere qualcosa di altrettanto ordinario ma solo in altri contesti come «Bene! Siamo pieni di lavoro!», ammetto che ne verrei un poco inquietato.

Il “fascino” irresistibile della stupidità (Ennio Flaiano dixit)

Debbo precisare: la stupidità ha un suo fascino, si suol dire persino che è riposante. Difatti succede che le persone e i libri più sciocchi sono quelli che più ci ammaliano, che più ci tentano e ci tolgono ogni difesa. L’esperienza quotidiana mi porta anzi a credere che la stupidità sia lo stato perfetto, originario, dell’uomo, il quale trova buono ogni pretesto per riaccostarsi a quello stato felice.

(Ennio Flaiano, La saggezza di Pickwick in Diario Notturno, Adelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.99-100.)

Eh… in quanto a stupidità diffusa – anzi, sempre più trionfante, come dare torto a Flaiano?
Il quale poi – ribadisco – scrisse quel passaggio ne La Saggezza di Pickwick più di sessant’anni fa, evidentemente già rilevando allora una realtà ben presente, se non palese. Posto ciò, fate conto a che punto si possa essere arrivati noi, oggi, nell’anno 2018. Forse ad uno stato pure peggiore di quanto si possa immaginare e temere.