Massimo Malpezzi: quando la Pop Art diventa nuovamente “brillante”

Pop. Quante cose sono state definite così, negli ultimi decenni… musica, arte, moda, tutto quello che è riferibile alla cosiddetta cultura di massa, come appunto recita la definizione del termine. Nell’arte, in particolare, il Pop ha rappresentato una sorta di risposta speculare, ovvero uguale/opposta, al concettualismo inaugurato da Marcel Duchamp – al quale peraltro la Pop Art piaceva parecchio. Ove col primo si postulava (riassumendo brutalmente) che “ogni cosa può essere arte” se dotata d’un messaggio di tale natura e dunque si decontestualizzava “filosoficamente” l’opera d’arte dal suo “regno” abituale e riservato a pochi, la Pop Art ha ugualmente decontestualizzato l’arte anche dal punto di vista sociale, abbassandola (di posizione, non di qualità) al livello della gente comune e della sua realtà quotidiana – quella gente comune che fino a qualche lustro prima poco o nulla sapeva del mondo dell’arte e meno ancora lo poteva frequentare.

massimo-malpezzi-brilliantrop-3Posto ciò, si potrebbe pensare che l’arte avesse e abbia raggiunto un limite estremo, non più valicabile – oltre la “massa”, anche in termini sociologici e antropologici, non c’è nulla – e dunque, in questa direzione, non possa che rimbalzare indietro oppure fermarsi lì, languendo inesorabilmente. C’è invece un modo per andare oltre questo apparente vicolo angusto, se non cieco? Considerando che tutti i vicoli angusti tendono a essere grigi e scuri, per Massimo Malpezzi il modo – semplice eppure geniale – si identifica con una parola: colore! Ovvero vivacità cromatica, luminosità, splendore brillantezza… o per dirla all’anglosassone: Brilliant Pop! Non solo il titolo della sua personale ma pure, a questo punto, una buonissima definizione per uno stile personale che passa attraverso tutta l’espressività storica della Pop Art, ne coglie l’essenza e la sostanza ed esce dalla parte opposta, caricato d’una nuova e luminosa vitalità, come detto.

14211960_1508202022538688_4811895067869752594_nAlla domanda: “ma che cosa dipingi?” mi trovo sempre in difficoltà, difficile spiegare i miei dipinti all’interno di una categoria stilistica, un po’ di grafica, astrattismo, materie sovrapposte e molto colore, sicuramente uno stile unico influenzato dalla pop art ma con una personalissima visione. Così lo stesso Malpezzi dice della propria arte, nel sito personale. Non solo luce, dunque, per ravvivare un’espressività artistica che indubbiamente affonda solide radici nella Pop Art ma che dimostra di conoscere bene un po’ tutta la produzione avanguardista novecentesca, ma anche un necessario e rinvigorente ritorno alla personalizzazione dell’arte: qualcosa che all’apparenza sembra collidere con la massa a cui – e dalla quale – la cultura di fondo di quest’arte si riferisce e scaturisce. L’insieme che ritorna singolo, la molteplicità che ridiventa unicità, la massa informe che prende una sola e certa forma, ma tutto quanto senza mai perdere di vista il senso peculiare dell’arte – che è Pop e rivendica il diritto/dovere di esserlo – nonché il verso della direzione intrapresa, giammai rivolta al passato o statica in un presente che sfiorisce rapidamente ma senza dubbio rivolta ad un futuro prossimo creativo e brillante, appunto.

14202653_1505329666159257_5694273338770458059_nOk, giunti fino a qui noterete che non ho detto nulla, nel concreto, delle opere di Massimo Malpezzi che compongono la serie di Brilliant Pop… Farò di meglio: riporterò anche l’ultima parte della citazione sopra riportata e tratta dal sito dell’artista circa i suoi quadri: “La cosa migliore? Guardarli dal vivo.
Ecco, non potevo aggiungere nulla di più efficace! – se non caldeggiare il suo stesso invito, vista l’ottima possibilità al riguardo, da domani a Milano:
Cliccate sulla locandina lì sopra per visualizzarla in un formato più grande, oppure cliccate sulle immagini nell’articolo per visitare il sito web dell’artista. Vi sorprenderà, ne sono certo.

Franco Arminio, “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia”

cop_vento-forte«Paesologia? E che cos’è?»
Credo che non pochi si porranno una tale domanda, e la cosa non è affatto incomprensibile o criticabile. Io ne ho parlato più volte, qui nel blog, in forza di un personale interesse dovuto ai miei lavori di matrice geografica e antropologica sui territori montani della zona in cui vivo, ma certamente a mia volta, prima di questi impegni, potevo senza dubbio unirmi agli incompetenti in materia. Ed è un peccato, che la paesologia sia così poco conosciuta nonché praticata da chi possa farlo, perché è una disciplina a dir poco fondamentale, per il nostro paese.
Dunque, cos’è la paesologia? Lo dice il nome stesso: è la – se si può usare questo termine – “scienza” dei paesi, dei piccoli centri abitati, di quelli rimasti tagliati fuori dallo sviluppo economico e sociale del secondo Novecento subendone invece tutti i danni, ma anche di quelli che sono stati meramente dimenticati dai loro stessi abitanti, i quali magari vi risiedono ancora ma in una situazione di dissonanza cognitiva, di scollamento col territorio da loro stessi (ovvero dai loro avi) antropizzato, di sostanziale passività sociale e antropologica. La paesologia studia questi paesi, il loro declino, la loro “malattia”, cerca di coglierne più che i sintomi le cause, ma tenta di cogliere pure quello di buono, di sopito ma ancora acceso che c’è in essi, di ancora vivo e capace dunque di frenare la rovinosa caduta in un coma culturale (in senso generale) sempre più irreversibile, di contro ravvivando il paese e la sua storia, a volte millenaria, nobile, ricca di forza identitaria eppure così rapidamente svilita e calpestata dal progresso degli ultimi decenni, il quale ha favorito (se così si può dire, visti i problemi di altro genere e spesso anche più gravi – ma qui si intende in senso politico, soprattutto) le città e ha sostanzialmente dimenticato i paesi.
E perché fa tutto ciò, la paesologia? Molto semplice: perché in Italia i paesi sono il paese stesso. L’Italia è fatta di paesi, più che città, e di paesi di montagna più che d’altro: ciò perché l’Italia è un paese di montagne (a volte ce lo dimentichiamo ovvero pensiamo alle nostre bellissime coste, alle spiagge, al mare, ma basta prendere in mano una cartina…) e la montagna, che sia alpina o appenninica, è quella che ha subito i maggiori danni durante lo sviluppo economico novecentesco: dissoluzione delle tradizionali attività lavorative montane, spopolamento, trasformazione in realtà turistiche sovente totalmente avulse dal territorio, dalla sua cultura, relative cementificazioni selvagge, sfruttamento selvaggio e depauperamento delle risorse naturali eccetera eccetera eccetera… con tutte le conseguenze sociali del caso, spesso assai drammatiche.
Ecco: vi ho già detto molto di quello che è Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di Paesologia (Laterza, 2008), testo fondamentale di paesologia – come denota subito quel sottotitolo – dacché opera di chi la paesologia l’ha “inventata” e definita: Franco Arminio. Un “esercizio” di paesologia è qualcosa di tanto semplice, nella forma, quanto profondo e intenso nella sostanza…

franco-620x330(Leggete la recensione completa di Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

I paesi sono per gli scrittori, non le città (Franco Arminio dixit)

Mi consolo pensando che la paesologia ha una sua ragion d’essere, magari per dire quelle inezie che i giornali o la televisione non sanno più dire. Loro devono raccontare gli eventi e nel paese l’evento più importante è proprio questo non esserci dell’evento. Il paese è luogo per scrittori e non per cronisti. (…) Nei posti considerati minori sta accadendo qualcosa importante, qualcosa di vago e profondo che si può incrociare solo dotandosi di strumenti conoscitivi molto sofisticati.

(Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, Laterza, 2008, pag.87.)

arminioHa ragione Arminio, e non solo in qualità di fondatore della paesologia – anche se, indubbiamente, egli ha compreso più di tanti altri come in un’Italia che è paese di paesi la storia (nel senso più ampio e generale del termine, dunque anche le storie quotidiane e “ordinarie” ma solo all’apparenza, quelle alle quali la gran parte di chi scrive letteratura si ispira) si è generata e tutt’oggi si genera più nei paesi che nelle grandi città, le quali peraltro sono già ampiamente narrate dai mass media i quali da esse sono più attratti che da quegli insignificanti borghi dispersi per monti e valli… Invece ogni paese, anche il più minuscolo, spopolato, abbandonato, tagliato fuori da quello che noi intendiamo generalmente come “progresso”, è uno scrigno di storie infinite, di patrimoni materiali e immateriali, di culture preziosissime e illuminanti, di saggezze dalle origini ancestrali, di leggende, miti, di identità, di esistenze e di vite – oltre che di altrettante potenzialità sociali, culturali, economiche. Abbandonare i paesi al loro destino apparentemente segnato (ovvero così determinato da una politica del tutto distorta e miope) significa svuotare il nostro paese del suo midollo vitale, trasformandolo in una (forse) luccicante scatola antropologicamente vuota. E significa anche perdere tutte quelle storie che darebbero ad uno scrittore di che scrivere per una vita intera, facendogli in più comprendere la più autentica essenza della casa comune in cui viviamo.

Davide Sapienza, “Camminando”

camminando-coverNegli ultimi anni, di libri sul camminare ne sono usciti a iosa: molti interessanti, alcuni del tutto superflui e chiaramente legati a una certa moda editoriale in materia, alcuni altri invece più vicini a una visione della pratica del cammino più genuina e meno legata a luoghi comuni di matrice modaiola, appunto. Tutti, inevitabilmente, scritti da “camminatori” – ma è forse qui, il vero punto della questione, ovvero che non siano tanto i libri ma i loro autori, veramente animati dall’autentico spirito alla base del camminare: azione ancestrale e primaria per gli esseri viventi terrestri che tuttavia l’uomo ha reso (e dovrebbe continuare a rendere a maggior ragione oggi, in qualità di creatura presumibilmente più intelligente delle altre) esercizio filosofico e olistico, pratica di costruzione del proprio mondo e non solo (o non più solo) di esplorazione, nonché esperienza di altissima natura estetico-espressiva assolutamente vicina, per molti aspetti al gesto artistico, come ho scritto qui.
Davide Sapienza credo sia uno di quei camminatori “autentici”, e questo suo Camminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014) è un’opera che lo dimostra perfettamente; anzi, dopo averlo letto ed essendo entrato in contatto con la sua “essenza” – letteraria, filosofica, spirituale, speculativa – mi viene da ritenere che questo non sia un libro nato da una o più esperienze di cammino, come tantissimi altri, ma sia di suo un cammino i cui passi sono le pagine che scorrono sotto gli occhi del lettore come un sentiero immateriale tanto quanto lo è il corpus emotivo che nella sua interezza sorregge la vita quotidiana, intangibile eppure imprescindibile per sentirsi realmente vivi…

Sapienza-Corriere-Web-Bergamo-593x443(Leggete la recensione completa di Camminando cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

AA.VV., “Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio”

Progetto2Qualche tempo fa pubblicavo un articolo, qui nel blog, nel quale sostenevo come dalla montagna – la derelitta (in Italia) montagna, zona del paese troppe volte e per troppo tempo lasciata dalla politica ai margini delle strategie di sviluppo e di progresso nonché costretta ad un declino culturale autonichilista ovvero indotto dall’imposizione di modelli di gestione amministrativa del tutto avulsi dal peculiare contesto ambientale, sociale, antropologico e quant’altro – potesse discendere la salvezza (culturale, ma non solo) della nostra società. Ciò perché – scrivevo e ne sono certo oggi più di allora – la montagna, nonostante tutto, ha conservato alcuni dei valori culturali fondamentali per il buon vivere collettivo che la società del piano, quella post-moderna, post-industriale, post-urbana, sempre più in balìa della società liquida e assediata dalla pandemia dei non luoghi (per citare due concetti cardine della sociologia contemporanea), ha smarrito e ora necessita terribilmente.
Posto ciò, trovo Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio, ponderoso tanto quanto tematicamente ricco volume pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna (una delle migliori associazioni culturali nelle Alpi italiane in tema di ricerca, studio e promozione dei processi culturali per la riscoperta e la valorizzazione della storia sociale delle comunità di Valle Imagna, in primis, ma delle dinamiche di salvaguardia e sviluppo delle zone montane in genere) una lettura fondamentale per quanto inizialmente affermato, nonostante sia una pubblicazione edita nel 2007. Anzi, potrei anche dire che questi (quasi) 10 anni di distanza dalla pubblicazione originaria ne abbiano pure accresciuto il valore (continua…)

Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Edifici rurali in Valle Imagna con i tetti in piöde, tipici di questa zona (nonché delle contigue Val San Martino e Val Taleggio) e unici nelle Alpi.
Leggete la recensione completa di Abitare le Alpi. Insediamenti rurali e cultura del paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!