Così tanti paesaggi, così poco tempo

[Foto di Tom Morel su Unsplash.]
«Così tanti libri, così poco tempo». Così, pare, un giorno disse Frank Zappa: e se in tale affermazione io mi ci trovo alla lettera, una versione simile l’ho fatta mia e la interpreto in modo che diventi un principio ineludibile: così tante montagne, così poco tempo. Ma anche – in “geoextended version” – così tanti paesaggi, così poco tempo.

Quando sono in viaggio – ovunque mi trovi, a partire dal primo millimetro al di fuori dell’uscio di casa fino in capo al mondo – e osservo senza sosta i territori che attraverso cercando di coglierne più dettagli possibile, mi sorge spesso il pensiero che di spazi e di luoghi da scoprire, esplorare, conoscere, ve ne sono così tanti che veramente un’intera esistenza sembra pochissima cosa. È ovvio e banale dirlo, lo so, ma forse lo è meno se si considera che questo esercizio elementare e ordinarissimo non è così praticato nonché se si reputa che è da una cosa così semplice e ovvia come l’osservare ciò che abbiano intorno che si genera la relazione fondamentale con il mondo che viviamo.

D’altro canto da sempre guardo al territorio come fosse un grande libro sulle cui pagine di roccia e di terra che sono i versanti e le varie forme morfologiche che lo configurano, si possono leggere le sue principali peculiarità e non solo: se quel territorio è antropizzato, vi si può leggere anche la storia che vi hanno inscritto le genti che lo hanno abitato lungo i secoli, raccontando il legame reciproco attraverso i “segni” della loro presenza – le case, i villaggi, le strade, le coltivazioni, i muri, i modellamenti del terreno e finanche le piccole cose, le staccionate, i sentieri, le pietre di confine, gli ometti di pietra…La lettura di tutto ciò è la narrazione del paesaggio, che è sempre un costrutto mediato tra elementi naturali e antropici.

Ma in questa “biblioteca” infinita che è il mondo, può ben essere “paesaggio” anche una piccola valletta nascosta dal bosco, un modesto rilievo roccioso, una semplice radura apparentemente simile a tante altre… Non solo dalle più grandi e imponenti montagne può nascere il paesaggio, seppur qui lo si possa cogliere nei modi più compiuti e spettacolari: anche nei minimi spazi si può riscontrare qualcosa di peculiare, un microambiente che si anima di tante relazioni infinitesimali il cui compendio traccia una narrazione peculiare di quel luogo minimo, che aspetta solo di essere còlta e letta.

Da ciò in fondo nasce quella mia sensazione di illimitatezza dei paesaggi in relazione al tempo a disposizione per esplorarla in maniera soddisfacente. Ma al riguardo mi torna in mente un’altra affermazione letteraria alquanto significativa, di Jules Renard che disse «Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d’essere ancora felice». Ecco, quando penso a tutti i luoghi, i paesaggi, le montagne, i territori che mi restano da scoprire e conoscere, ho la certezza di non dover preoccuparmi troppo per la mancanza di tempo e di poter essere ancora, e sempre, felice.

Camminate, e andrà tutto bene!

[Foto di Jens Herrndorff su Unsplash.]

Non bisogna perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata… ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati… Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene.

[Bruce Chatwin, Le vie dei canti, Adelphi, 1a ed.it.1988.]

Se il viaggio, al netto di quelle “biologiche” è la pratica antropologica per eccellenza, il cammino a piedi è il viaggio per eccellenza. I mezzi di trasporto ci sono necessari per conoscere il più possibile il mondo ma poi il vero viaggio (ri)comincia quando muoviamo passi attraverso i suoi spazi e i paesaggi. Perché il viaggio, quando autentico, impone una connessione con la superficie del mondo affinché ne possa nascere una relativa relazione con i luoghi che la caratterizzano. L’osservazione di essi da bordo di un’auto, un treno o un aereo è utile e affascinante ma non sarà mai profonda, acuta e attendibile come quella che il cammino consente. Non è solo una questione di lentezza ma più – se così posso dire – di genetica umana: camminando riscopriamo il nostro spirito primordiale e riattiviamo le sue peculiarità, a partire dal bisogno di identificare al meglio il mondo che attraversiamo e abbiamo intorno per poter parimenti identificare al meglio noi stessi. Che è poi una delle forme primarie di benessere psicofisico, come scrive Chatwin.

Dunque ora che sta tornando la stagione più propizia per il vagabondare camminatorio, non si può che esserne felici. Anche perché, camminando, il viaggio più vero e affascinante può cominciare appena fuori dall’uscio di casa, proprio lì dove comincia l’infinito. Basta un passo e ci stiamo dentro, già.

Venerdì 3 marzo a Ciserano, con Davide Sapienza

Venerdì 3 marzo, alle ore 21 presso il Centro Civico di Ciserano (Bergamo), nell’ambito dell’ottava edizione del Festival “Tierra! Nuove rotte per un mondo più umano”, avrò nuovamente la gran fortuna di affiancare Davide Sapienza, nel suo appuntamento dal titolo La natura piccola ovvero in un nuovo, affascinante viaggio nell’ognidove che Davide ha scoperto, esplorato e mappato in tutti questi anni di produzione letteraria, geopoetica, culturale e intellettuale.

Non a caso uso il termine “ognidove”, che richiama il titolo de La Valle di Ognidove, uno dei suoi libri più originali e immaginifici: “La natura piccola” è proprio uno dei capitoli di quel libro, rieditato poche settimane fa da Lubrina Bramani Editore, che farà da filo rosso dell’incontro di Ciserano peraltro richiamando alcuni degli altri temi fondamentali nella letteratura di Sapienza, ulteriori dimensioni che esploreremo con la sua preziosa e illuminante guida.

In quel capitolo de La Valle di Ognidove, Davide racconta al lettore come la natura non tende alla grandezza, lavora con pazienza per ridurre le proprie dimensioni e creare spazi possibili adattandosi all’impatto sull’ambiente circostante. Ci sono eventi e sviluppi che paiono intraprendere una strada contro natura. In realtà anche quello è un disegno riconducibile sia agli eventi che riconosciamo come naturali, sia a quelli provocati dalla nostra presenza sul pianeta, poiché anche l’uomo è natura. La corsa selvaggia di un tronco caduto e scivolato ai margini di un torrente di montagna accade senza alcun tipo di giudizio morale e pensiero, pianificazione o discussione. È una forma di economia evoluzionistica naturale, mentre l’intervento dell’uomo che modifica il territorio risponde generalmente a scelte di convenienza e appropriazione di processi altrimenti diversi. Dove trovare il punto di equilibrio dopo tanto squilibrio?

Una domanda alla quale è ormai necessario trovare una risposta e non solo perché la realtà di fatto nella quale viviamo ci costringe ad affrontare sfide e a sviluppare resilienze impensabili fino a solo pochi anni fa (non solo riguardo il clima e l’ambiente, peraltro), ma pure perché – e soprattutto – il primo riequilibrio che dobbiamo trovare è quello con noi stessi, noi che siamo natura e ce lo scordiamo spesso, noi che “facciamo” il paesaggio al pari di ogni altro elemento che il territorio contiene ma poi quello stesso territorio lo modifichiamo, purtroppo spesso in modi deterioranti, e non capiamo che così roviniamo noi stessi e la nostra esistenza.

La natura è “piccola” e l’uomo è grande, eppure è la natura a rappresentare la grandiosità del mondo mentre gli uomini la piccolezza: dobbiamo tutti quanti trovare un equilibrio tra queste realtà, senza alcun dubbio, il nostro ognidove armonico dove ritrovarci e ritrovare la strada migliore da percorrere insieme al mondo che abbiamo intorno.

Appuntamento dunque a venerdì sera, ore 21, a Ciserano; trovate le info utili nella locandina in testa al post – cliccateci per ingrandirla – oppure qui. Sarà un incontro, un dialogo, un viaggio veramente e profondamente affascinanti, statene certi!

L’orizzonte dell’Adamello per Barry Lopez, lunedì 2 gennaio

Ho scritto qualche giorno fa dell’uscita di Horizon di Barry Lopez con la traduzione e cura di Davide Sapienza per l’editore Black Coffee: un libro imprescindibile sotto ogni punto di vista, da non perdere. Al punto che non sono perdibili nemmeno le presentazioni del libro che stanno per partire, alle quali fin da subito invito chiunque a partecipare.

La prima di esse sarà a Vezza d’Oglio, ai piedi delle scintillanti vette dell’Adamello, lunedì 2 gennaio alle 21.00, con la presenza imprescindibile dello stesso Davide Sapienza. Un’ottima occasione anche per chi stia trascorrendo in zona le festività e le relative vacanze per conoscere il libro, ascoltarne la narrazione sempre intrigante di Davide e per poi osservare con sguardi nuovi, più intensi e più consapevoli il paesaggio d’intorno e ogni altro luogo naturale di questo nostro mondo. E se stessi ovvero tutti noi stessi che lo viviamo.

Un “orizzonte” e un libro imprescindibili

«A metà tra sogno e appello urgente, Horizon è un libro incantevole e crudo, una storia della condizione umana universale, che ha come sfondo alcuni dei luoghi più incantevoli del pianeta» (“The New York Times Book Review”).

«Reportage, memoir e diario di viaggio: un libro così coinvolgente da meritare una categoria a sé» (“Washington Post”).

«Il coronamento dell’opera di un autore leggendario» (“Outside Magazine”).

Barry Lopez è una figura imprescindibile. In senso generale, sì, non solo per chi si occupa di Natura e paesaggi o per gli appassionati di tali temi oppure per i viandanti negli ambienti naturali, ma lo è per tutti. Perché pochi come Lopez hanno saputo scrivere del nostro pianeta, e della relazione che la civiltà umana intesse con esso, con maggiore sensibilità, lucidità, passione, intensità, intelligenza. E sapere che da qualche settimana anche in Italia è disponibile Horizon, uno dei suoi volumi più importanti (pubblicato da Black Coffee: applausi!) e che ha la traduzione e la cura dell’amico Davide Sapienza, a sua volta una figura fondamentale negli ambiti suddetti oltre che confidente di lunga data di Barry Lopez, è qualcosa di bello e, a suo modo per così dire, di imprescindibile – sicuramente lo è la lettura del volume, tutto il resto lo sarà di conseguenza.

[Barry Lopez, foto di David Littschwager. Fonte qui.]

Fra le pagine di Horizon viaggiamo in compagnia di Barry Lopez attraversando sei regioni del mondo, sei paesaggi agli antipodi: dall’Oregon all’Artico, dalle Galápagos ai deserti africani, da Botany Bay in Australia alle calotte di ghiaccio in Antartide. In queste esplorazioni l’autore, considerato il grande cantore del paesaggio americano, ci invita a osservare i dettagli minuti e le questioni imperative della nostra epoca, e a ripercorrere il passato – passando da Cape Foulweather, dove avvenne il primo approdo di James Cook sulla costa occidentale del Nord America, alle isole che duecento anni fa videro nascere la teoria evoluzionista di Darwin. Muovendosi sulle tracce dei popoli preistorici, dei coloni e dei nativi, Lopez ci porta infine a guardare in faccia il presente, e a domandarci chi siamo e quale speranza ci resta per il futuro.

Horizon, pubblicato negli Stati Uniti appena prima della morte di Barry Lopez (avvenuta nel dicembre 2020) e considerato dalla critica il suo capolavoro, ci aiuta a osservare il mondo in maniera diversa, conservando un senso di ottimismo per ciò che attende noi e il posto che chiamiamo casa.

Ribadisco: Horizon è un libro di lettura imprescindibile – come tutti gli altri di Lopez, d’altro canto. Per capire meglio il mondo in cui viviamo, per viverci meglio, per capire e vivere noi stessi meglio.

P.S.: un ringraziamento colmo di ammirazione va anche a Davide Sapienza, il cui lavoro di traduzione e curatela del volume so essere stato a dir poco imponente ma, anche per ciò, oltre modo prezioso.