Il Vallone delle Cime Bianche e la maggioranza che ha a cuore le montagne

A volte, quando si commentano progetti, iniziative, fenomeni legati alla turistificazione più pesante e degradante delle montagne e all’apparente successo di pubblico che ottengono, ci si lascia prendere dallo sconforto suscitato dalle cronache mediatiche che riportano di folle a certi luna park montani, a panchine giganti o ponti tibetani oppure a luoghi dei quali sembra contare solo l’instagrammabilità e niente altro.

Invece non è così, quella non è la maggioranza: al solito, chi urla e strepita fa più rumore di chi se ne sta tranquillo e per questo non fa notizia (e non è funzionale alla propaganda dei politici di turno). Invece, un pubblico ben più attento, consapevole e sensibile alla frequentazione equilibrata dei territori naturali, e in primis delle montagne, è sempre più ampio e in costante aumento. Ma siccome non si ammassa presso qualche “giostra” turistica o in qualche luogo iper pubblicizzato, appunto, non si fa notare. E i media, non tutti ma i molti (troppi) sempre a caccia del più facile sensazionalismo, ne parlano solo in casi rari e obbligati.

Sabato scorso, in occasione di “Una salita per il Vallone 4” in difesa del Vallone delle Cime Bianche minacciato da un devastante progetto funiviario al servizio dell’industria sciistica, c’erano 400 persone. Quattrocento escursionisti (li vedete in parte nelle immagini di Enzo Zucco che ho tratto dalla pagina https://www.facebook.com/varasc) che si sono impegnati in una salita di due ore e mezza fin oltre i 2300 metri di quota per manifestare la propria adesione, sostegno e vicinanza alla battaglia a difesa del Vallone da quello scellerato progetto – e chissà quanti avrebbero voluto partecipare ma gli impegni personali o la stessa camminata di sviluppo non indifferente glielo ha impedito.

Fatte le dovute proporzioni statistiche, politiche (nel senso nobile del termine) e “civiche”, i quattrocento del Vallone (un numero incredibile, visto il contesto) hanno manifestato e rappresentano una massa ben più grande di persone che hanno a cuore le nostre montagne e la difesa del loro ambiente naturale, che lo frequentano responsabilmente e capiscono benissimo quanto certi progetti turistici siano devastanti e pericolosi. Esattamente – ma in maniera inversa – come quelli che si vedono affollare i suddetti luna park montani, invece, non rappresentano pressoché nulla, né di sé stessi e nemmeno della realtà delle montagne. I primi sono la vera maggioranza, meno visibile come detto, più silente, a volte da sollecitare ma comunque ben più importante per le montagne dell’altro pubblico che, per scelta o per induzione, ha scelto il facile divertimento invece che la più consona consapevolezza – senza capire che con una maggior consapevolezza dello stare in montagna si divertirebbero molto di più, altro che luna park e Instagram!

Dunque è da evitare quello sconforto che fa il gioco del turismo montano più becero, bisogna invece lasciare spazio all’unione tra tutti quelli che vivono e frequentano la montagna in maniera equilibrata che fa la forza della montagna stessa e, fin da oggi, rende altrettanto forte il suo futuro. Esattamente come si sta facendo per il Vallone delle Cime Bianche, la cui battaglia per la sua difesa raccoglie sempre più consensi, adesioni, attivismi, volontà di fare quanto necessario per salvaguardarne la mirabile bellezza.

Questa è vera maggioranza perché è maggiore la sua consapevolezza nei riguardi delle montagne, e la battaglia per il Vallone è uno dei migliori modelli atti alla presa di coscienza e all’azione riguardo tutto ciò. Gli altri, quelli delle montagne-luna park che a volte sembra stiano vincendo, hanno già perso e con essi ha perso quella politica locale (non solo, ma soprattutto) che su tale stortura prova a campare e a ricavarci tornaconti. È solo questione di tempo e di impegno nel coltivare reciprocamente la consapevolezza necessaria e l’attenzione verso le montagne oltre che nel perseverare nella salvaguardia del loro ambiente. Perché il confronto, che al momento appare ancora “problematico”, diventi una vittoria certa, totale e definitiva.

P.S.: ecco tutti i modi che avete per sostenere la fondamentale battaglia in difesa del Vallone delle Cime Bianche:

  • seguire la pagina Facebook “Varasc.it“, per restare aggiornati sugli sviluppi della vicenda.
  • sottoscrivere la petizione su “change.org”, che ha già superato le 20.000 firme, https://chng.it/L4YqDb4t
  • partecipare alla raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche” aperta al fine di sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/36071

P.S.#2: grazie di cuore a Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti per guidare da anni le iniziative in difesa del Vallone con mirabile passione, impegno, visione e profondo amore verso le montagne.

Il grande collegamento funiviario attorno al Cervino e il “flop” di turisti: ma quale senso può avere l’esperienza dell’alta quota se raggiunta a bordo di una funivia?

 (Articolo pubblicato in origine giovedì 1 agosto su “L’AltraMontagna”, qui.)

Un commento recente inserito qui sul blog in calce a un articolo che ho scritto sul “Matterhorn Alpine Crossing”, il collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt che sorvola i ghiacciai tra il Cervino e il Monte Rosa del quale qualche mese fa sulla stampa si è rimarcato il “flop” di turisti, mi ha suscitato alcune interessanti riflessioni sulla questione. Il cui nocciolo, secondo molti, ovvero la causa principale dello scarso successo turistico – per il momento –, sarebbe l’elevato costo: 240 Franchi svizzeri (CHF), ad oggi pari a poco più di 250 Euro, per l’andata e il ritorno, che si dimezza a metà per passeggeri fino a 16 anni. In buona sostanza, una famiglia con due figli non ancora maggiorenni, includendo le spese accessorie (carburante, pasti, souvenir, eccetera), per un viaggio giornaliero sulle funivie italo-svizzere rischia di spendere quasi 1000 Euro: chiaramente qualcosa di improponibile per molti. D’altro canto quella dei costi è un’evidenza che è stata rimarcata da molti fin dall’apertura del “Matterhorn Alpine Crossing” un anno fa, prima che uscissero le notizie sulla scarsa affluenza.
Nel commento citato, il lettore tuttavia rimarcava che si trattava comunque di uno spettacolo meraviglioso e di averci portato la madre, la quale altrimenti lassù mai ci sarebbe potuta arrivare.

In effetti 240 CHF o 250 Euro a persona per la trasvolata funiviaria è una spesa notevole; d’altro canto è in linea con il costo dei biglietti di attrazioni alpine simili: ad esempio per un’andata e ritorno completa sulla celeberrima Jungfraubahn quest’anno si spendono 234 CHF, pari a poco più di 244 Euro. Più o meno la stessa cifra del “Matterhorn Alpine Crossing”. D’altro canto, quest’ultimo consta di ben nove grandi impianti funiviari, alcuni dei quali all’avanguardia: la spesa, divisa per essi, equivale a 26,66 CHF a tratta, andata e ritorno. Per fare un paragone casuale, il costo del biglietto di andata e ritorno per l’estate 2024 della sola funivia del Sass Pordoi (Canazei, Val di Fassa), uno degli impianti più frequentati dai turisti che fanno vacanza da quelle parti sulle Dolomiti, è di 28 Euro: in pratica lo stesso prezzo di una singola tratta del “Matterhorn Alpine Crossing”, ma nessuno pare che se ne lamenti troppo. Ovvio che sia così: al Pordoi basta una tratta funiviaria per godere dell’esperienza offerta dal luogo, a Zermatt ce ne vogliono nove per l’intera traversata. Tutto è relativo, insomma, sia nel “bene” (il tipo di esperienza fruibile) che nel “male” (il costo da sostenere per fruirla) ma, come si è cercato di mettere in evidenza, le proporzioni sostanziali non cambiano.

C’è un altro punto di vista, in verità, con il quale si può osservare la questione, che concerne il senso del sostenere una spesa così ingente in relazione all’esperienza che si acquista. Cioè, molto semplicemente: ha senso spendere centinaia di Euro in quel modo e per acquistare quell’esperienza, oppure no?

Sia chiaro: non è una domanda retorica, ognuno può rispondere legittimamente ciò che vuole e ritiene giusto – al netto di casi particolari come, per citare il commento citato poco sopra, la persona che ha difficoltà a deambulare e dunque non potrebbe godere del paesaggio delle alte quote alpine se non usufruendo di una funivia. D’altro canto, a quel punto di vista si può aggiungere una prospettiva ancor più culturale, che tocca pure aspetti etici: quale esperienza alpina si vive raggiungendo l’alta quota a bordo di una funivia? Quanto si può dire autentica quell’esperienza rispetto al contesto nel quale si svolge e a ciò che dovrebbe trasmettere di quel contesto?

Non è un riferimento indiretto e polemico verso quelli che usufruiscono di tali infrastrutture funiviarie che salgono molto in alto sulle montagne in modi palesemente inconsapevoli – il pensiero corre alle frequenti foto di persone che vagano sui ghiacciai in bermuda e sneakers, certo – ma proprio a ciò che essi possono percepire, comprendere, elaborare e rendere nozione esperienziale del luogo così speciale nel quale si trovano – esclusivamente grazie alla tecnologia funiviaria, appunto. Questione non nuova, sia chiaro, ma nata fin dall’inizio del secolo scorso, quando le prime funicolari e funivie raggiunsero le vette di sempre più montagne alpine, inaugurando il fenomeno della “panoramicizzazione” del paesaggio che è tutt’oggi parte integrante dell’immaginario comune sulle montagne.

Anche in questo caso le opinioni al riguardo possono essere numerose e differenti, senza dubbio. È tuttavia interessante aggiungere un’osservazione, molto pratica ben più che polemica: chi non avesse difficoltà motorie di sorta e un minimo grado di allenamento potrebbe godere di un’esperienza autenticamente alpina e glaciale affrontando un’escursione nella zona sorvolata dal “Matterhorn Alpine Crossing” e anche oltre, superando i fatidici 4000 metri di quota, con l’accompagnamento di una guida alpina. In questo caso la prima citata famiglia con due figli non ancora maggiorenni, supponiamo sotto i sedici anni, invece di spendere 750 Euro per la fruizione del collegamento funiviario ne spenderebbe 125 per la guida più 55 (salendo da Cervinia se adulti, la metà sotto i sedici anni) per gli impianti, per un totale al massimo di 180 Euro a persona: un costo più di quattro volte inferiore a quello del “Matterhorn Alpine Crossing” per un’esperienza in quota innegabilmente più autentica e compiuta.

Ecco, potete ben capire perché sia legittimo porsi le domande prima rimarcate e, forse, anche da dove nascano almeno in parte i problemi del grande collegamento funiviario intorno al Matterhorn/Cervino.

(Le immagini delle funivie del “Matterhorn Alpine Crossing” presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/zermattbergbahnen.)

Sabato 3 agosto 2024, in Val d’Ayas: una giornata speciale in difesa di un luogo speciale

[Il Gran Lago delle Cime Bianche nella parte alta del Vallone omonimo. Fotografia di Francesco SistiClickalps.]
In Natura non esistono luoghi più o meno belli di altri: ogni luogo è speciale, perché possiede proprie specificità distintive che lo rendono unico. Le montagne, con la loro morfologia potente, riescono a esaltare questa realtà, a renderla più suggestiva e evidente: a volte più, a volte meno ma ciò dipende dalla nostra sensibilità e dalla relazione che intessiamo con i luoghi. Per lo stesso motivo, le montagne mostrano con maggiore evidenza qualsiasi azione che aggredisca l’unicità dei luoghi, che ne distrugga le specificità deturpandone la bellezza, al punto che per tali luoghi così dissennatamente assaltati a diventare “speciale” non è più la bellezza, gravemente intaccata, ma lo stato di alterazione – ciò che ce li farà ricordare e non certo in modo positivo.

Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta tra la Val d’Ayas e la Valtournenche, è un luogo le cui montagne rendono particolarmente speciale e unico; il devastante progetto di collegamento funiviario sostenuto dalla regione con il solo scopo di unire i comprensori sciistici di Cervinia-Valtournenche e del MonteRosa Ski, se realizzato, lo trasformerà inevitabilmente in un luogo specialmente deturpato, del quale ci si ricorderà per il disastro cagionato. Un disastro “speciale” cioè unico nel suo tremendo impatto e nei conseguenti danni arrecati al Vallone.

Si può essere così scriteriati da lasciare che ciò accada? Forse si, si può, ma solo se delle montagne e dei loro luoghi non si sa più cogliere la bellezza e l’unicità ma le si considera dei meri spazi da sfruttare esattamente come ogni altro, banalizzandone la specificità così da arrogarsi il diritto di utilizzarli e consumarli. Perché se non si capisce che un luogo è speciale, finisce per essere inevitabile che lo si usi come qualsiasi altro spazio normale, ordinario, privo di qualsiasi valore.

Per evitare che ciò accada, per difendere il Vallone delle Cime Bianche, l’“ultimo vallone” rimasto pressoché intatto in questo lembo delle Alpi Occidentali e di rimando per difendere qualsiasi luogo speciale delle nostre montagne messo sotto assedio da progetti e infrastrutture devastanti al punto da distruggerne la bellezza e l’unicità, sabato 3 agosto 2024 si torna a camminare verso le Cime Bianche per “Una salita per il Vallone 4”, con ritrovo e partenza da Saint Jacques (Val d’Ayas) alle ore 8.30.

Nelle immagini qui sopra trovate ogni informazione utile al riguardo, mentre qui trovate l’evento Facebook. Avete anche altri modi per sostenere questa fondamentale battaglia:

  • seguire la pagina FacebookVarasc.it“, per restare aggiornati sugli sviluppi della vicenda.
  • sottoscrivere la petizione su “change.org”, che ha già superato le 20.000 firme, https://chng.it/L4YqDb4t
  • partecipare alla raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche” aperta al fine di sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/36071

In un modo o nell’altro, partecipare attivamente alla difesa del Vallone delle Cime Bianche non è solo un dovere civico e morale necessario, non è solo un diritto che è bello e prezioso poter godere, ma è un atto minimo che nella sua apparente semplicità può ottenere un risultato enorme: costruire il miglior futuro possibile per le nostre montagne e per chiunque le vorrà e potrà frequentare godendone l’autentica e unica bellezza. Un atto speciale per luoghi che sono speciali e tali devono restare.

E che ne dite di una panchina gigante a forma di sedile da seggiovia?

Il fenomeno delle “Big Bench”, le panchinone giganti, si sta rapidamente sgonfiando: sia perché sempre più persone si rendono conto di quanto siano cafonesche, sia per come appaia ormai palese che non “valorizzino” il luogo nel quale vengono installate ma lo degradino. Ciò nonostante, o forse proprio in forza di tale montante declino, qualcuno cerca ancora di seguire quella scia malsana però inventandosi un “aggiornamento”, nella speranza di ravvivare l’attenzione (?) di qualcuno.

Ecco dunque spuntare, tra le piste da sci di Sauze d’Oulx, la panchina-seggiovia gigante.

Già. Lo so, sembra uno scherzo.

Così come sembra un testo comico l’articolo del giornale online “ValsusaOggi” che la presenta, e non per colpa del cronista della testata ma per ciò che gli è toccato riportare al riguardo.

Alcune “perle” tratte dall’articolo:

«Quattro metri di larghezza, sette di altezza […] il nuovissimo e gigantesco seggiolino da seggiovia che domina Sauze d’Oulx dai 1.800 metri di Clotes». Bello essere “dominati” da un tale manufatto, no?

«Un mega seggiolino da seggiovia è un’idea geniale che si adatta perfettamente al nostro territorio.» Uuuh, proprio geniale! E originale, innovativa, mai vista prima, veramente di gran spessore culturale, capacissima di valorizzare il territorio! Wow!

«Porterà sicuramente tanta nuova visibilità al nostro paese, perché sarà impossibile resistere a farsi una fotografia una volta vista questa meraviglia». Eh, infatti, “visibilità”: proprio questo conta per dare “valore” a un luogo, non lo sviluppo attento delle peculiarità locali e del suo ambiente montano per diffonderne la conoscenza che lo fa veramente apprezzare! Giammai!

«Invitiamo tutti ad andare a vederla e a farsi una fotografia ricordo da Sauze d’Oulx». Una foto ricordo, esatto: per ricordarsi di non tornare più, che di altre banalità da visitare ce ne sono tante pure altrove.

Ciliegina finale (anche se nell’articolo viene prima delle precedenti “perle”):

«La scelta di posizionarla a Clotes è stata strategica in quanto questo è un punto panoramico da dove si può ammirare l’intero paese e tutta la valle dal Monte Seguret fino a quello dello Chaberton (anche se per vederlo meglio ci sarebbero due alberi da abbattere)». Eh, ma infatti, che diamine?! Cosa si aspetta ad abbattere quei due maledetti alberi! Rovinano tutti i selfies dei panchinari-seggiovisti, altrimenti!

Non c’è da aggiungere altro, converrete. Ecco.

P.S.: ho cercato informazioni sull’artista che ha creato l’opera suddetta. Vedo che spesso ha realizzato cose ben più interessanti e apprezzabili di quella, il che mi rende ancora più oscuri i motivi – se ce ne fossero di validi – alla base.

Una panchina normale, finalmente!

[Immagine tratta da www.tio.ch.]
Qualche giorno sul Passo di San Lucio, tra Val Colla (Svizzera) e Val Cavargna (Italia), è stata posata una panchina in legno di castagno nel corso di una giornata contro il littering e di sensibilizzazione transfrontaliera sul tema dei rifiuti in montagna. La vedete nella foto qui sopra.

Una panchina normale, già. È un gesto tanto piccolo quanto super emblematico, fateci caso: una panchina normale per sensibilizzare contro i rifiuti sparsi in montagna i cui esempi maggiori sono proprio panchine, quelle giganti. Che sono un rifiuto, nella forma e nella sostanza: perché sono un manufatto di ferro, legno e cemento che presto andrà alla malora e perché rappresentano il rifiuto (loro malgrado, ma tant’è) di una frequentazione intelligente e consapevole dei luoghi che vorrebbero “valorizzare” e invece contribuiscono a degradare.

N.B.: una panchina normale, ribadisco. Finalmente. Guarda caso installata dagli svizzeri, non dagli italiani. Certe “malattie” colpiscono più facilmente gli organismi già debilitati, purtroppo.