Le biblioteche del futuro

Le biblioteche sono come un monumento: sono un simbolo che tutti abbiamo l’obbligo di rispettare, che ci andiamo o meno, che le utilizziamo o meno. Per il semplice motivo che la sola esistenza è già essa stessa un servizio. Giovani e anziani, grandi e piccoli sanno che possono andare in biblioteca e leggere, conoscere, capire, imparare, approfondire. Più di ogni altra offerta culturale, questa è pubblica per eccellenza. Come il diritto allo studio e il diritto alla salute. Almeno per le nostre radici culturali. Però, proprio perché alla base della meritorietà delle biblioteche c’è il loro essere un punto di riferimento del sapere, bisogna anche fare i conti con modelli di accesso in continua evoluzione. Oggi ci sono Internet e il digitale. Le biblioteche, come tutta l’editoria del resto, ancora non hanno fatto veramente i conti con questa trasformazione. Vuoi che l’essere di massa del digitale sia tutto sommato recente, meno di vent’anni; vuoi che sia un cambiamento così radicale e profondo che in effetti non è ancora facile vederne i confini; ma la realtà è che Internet ha cambiato le vite di tutti i noi, di tutti i giorni.
Molti dei servizi esistenti, e che sono sopravvissuti, stentano comunque a cambiare pelle. Molti sono scomparsi, obsoleti per contenuti e per forma. Non vale per altri, come appunto le biblioteche. Però, come è evidente che le biblioteche non sono più una porta di accesso al sapere, non riescono a diventare invece una scala del sapere, un mezzo per andare in profondità. In che modo la biblioteca può essere un “ascensore”? […]

(Fabio Severino, Le biblioteche del futuro, su Artribune #42, marzo-aprile 2018. Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo nella sua interezza.)

INTERVALLO – Seoul (Corea del Sud), Starfield Library

Mentre da tempo la sociologia occidentale si interroga sui centri commerciali quali “non luoghi” figli della più omologante e spersonalizzante globalizzazione, antitetici a qualsivoglia concetto di “cultura”, in Corea del Sud uniscono i due ambiti in un progetto certamente originale e intrigante: la Starfield Library è infatti stata aperta poco più di un anno fa in uno dei più grandi centri commerciali di Seoul, lo Starfield Coex Mall. Estesa su una superficie di 2800 mq e caratterizzata da tre suggestivi scaffali giganti alti 13 metri, la Starfield Library offre ai suoi utenti più di 50.000 volumi e periodici oltre alla più grande collezione di riviste esistente in Corea del Sud e a un ricco calendario di eventi culturali gratuiti.
Un tentativo – se così lo si può definire – di alternare il contemporaneo (e discutibile) consumismo edonistico con un ben più importante consumo culturale, in un modello che potrebbe risultare interessante – se non necessario – anche dalle nostre parti.

Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più (in inglese).

Vajont, 55 anni

Siamo arrivati a Longarone che soltanto da un’ora il Toc era calato nel lago al di là della diga… Poca la gente e gli automezzi… Dei vigili del fuoco con qualche ambulanza, una jeep dei carabinieri, il furgone della polizia stradale. Su questo un milite gridava ostinato, nel microfono, l’identico messaggio: che suonassero le campane di tutti gli abitati, che accorressero tutti, presto, presto, per l’amor di Dio. Di Longarone non erano rimaste che macerie e i feriti dovevano contarsi a centinaia. Furono lo sgomento e il concitato esprimersi di quell’agente ad offrirci l’intuizione della tragedia… Ci accorgemmo allora del biancore che vagolava entro la conca oscura del Piave, del vento che tirava, come impedito da nessun ostacolo, del buio nel quale stava immerso lo spazio per solito animato dalle luci del paese […] ci accodammo a due della stradale… Procedevamo sul legname, la melma, i calcinacci… Entravamo ogni tanto nelle abitazioni alzando grida acute. Nessuno rispondeva. Lo scorrere del faro svelava stanze vuote, spogliate da ogni masserizia. Tutte coi pavimenti colmi di terra limacciosa, le pareti schizzate d’acqua e fango nero… Intanto, qualcuno che si avvicinava, ci urlò che nelle case era inutile cercare. Che si corresse avanti, avanti, dove i feriti aspettavano d’essere aiutati… Oltrepassato l’immobile del cinema, di botto cessarono le file delle costruzioni. E ci trovammo davanti il vuoto: un vuoto oscuro ed irreale. Fu un attimo percepire che bisognava credere nella sparizione del paese…

(Testimonianza tratta da http://www.vajont.net/)

9 ottobre, ore 22.53. Mai dimenticare, dacché la memoria è una delle forme fondamentali di civiltà, forse l’unica a poter vincere il tempo di lassù, sotto al Monte Toc, fermatosi per sempre a quell’ora. Dopo 55 anni come oggi o dopo 100, 200 o 500 anni: sono sempre le 22.53, al Vajont.

(Foto di Mirko Torresani, http://www.fotomiktor.com/?gallery=vajont)

Franco Brevini, “Simboli della montagna”

Puntualmente ogni anno, in vista della bella stagione ovvero del periodo più classicamente deputato alle vacanze, sui media compaiono quei soliti sondaggi coi quali si chiede se sia il mare o la montagna la propria meta vacanziera preferita. Se a quelli che rispondono di preferire la montagna si chiede anche un motivo per tale scelta, facilmente in molti citano la bellezza del paesaggio montano, con tutti gli annessi e connessi. Risposta del tutto giustificata e condivisibile, d’altro canto; tuttavia, al riguardo, non si può non osservare che il concetto di “paesaggio” è in realtà travisato dai più, che con tale termine vogliono in realtà intendere le forme del territorio (ovvero la materialità di esso) e le loro peculiarità “di superficie” – vette innevate, boschi maestosi, laghi, cascate, eccetera – mentre il “vero” paesaggio è la concezione (immateriale, dunque) che in noi si genera del territorio che osserviamo, basata sul proprio bagaglio socioculturale, intellettivo, emozionale e percettivo, semmai mediato sui canoni estetici (principalmente, ma non solo) conformatisi nel tempo e condivisi. Tali canoni formano dunque un immaginario collettivo che finisce per determinare poi la percezione generale di ciò a cui si riferiscono, diventando esso stesso riferimento, “regola” e memoria.
In tema di montagna, l’immaginario collettivo di riferimento è piuttosto recente, costituitosi sostanzialmente dall’Ottocento in poi ovvero quando nacque l’alpinismo e, al seguito, il turismo. Buona parte di questo immaginario montano, paradossalmente, si formò ed è conformato tuttora su stilemi concepiti lontano dalle montagne, spesso in città, dacché per lungo tempo quei turisti che vagabondavano per le Terre Alte – le Alpi soprattutto – erano cittadini benestanti nordeuropei, che si potevano permettere viaggi della durata di qualche mese con i quali “scoprire” (e inventare, appunto) il paesaggio montano. Ai montanari, invece, l’elemento estetico (ovvero ricreativo, sportivo o scientifico) delle loro montagna non interessava per nulla: non esisteva nemmeno un concetto di “bellezza” dei territori in quota (quindi nemmeno di “paesaggio”), che dovevano soltanto essere funzionali alla sussistenza di quei montanari.
Ma oggi, a poco più di duecento anni dalla “scoperta” delle Alpi e dalla generazione del relativo immaginario collettivo, possono essere individuati dei simboli che, a loro volta, sappiano identificare in maniera tanto materiale quanto immateriale ovvero concreta e inequivocabile la montagna? È questa, in buona sostanza, la domanda che si è posto Franco Brevini, e la risposta – anzi, le risposte, sono nella dissertazione che compone Simboli della montagna (Il Mulino, 2017), ultimo lavoro saggistico prodotto dal professore milanese. Sì, è possibile identificare alcuni simboli montani “assoluti”, fondanti il suddetto immaginario collettivo e profondamente integrati nell’excursus storico e sociologico relativo al punto che – come si dice – “basta la parola” sì che subito chiunque inevitabilmente pensi alla montagna, alle terre alte, alle vette e al loro paesaggio []

Franco Brevini

(Leggete la recensione completa di Simboli della Montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il coraggio di saper dire no a certe assurdità

Non sono certo i soldi di un boom edilizio che fanno un paese, nemmeno la civiltà dei consumi, ma la pazienza di un lavoro a lunga scadenza, programmato, l’amore per i doni della Natura; il coraggio di saper dire no a certe assurdità, che se anche al presente si vedono vantaggiose, in un prossimo o lontano futuro senz’altro sarebbero deleterie.

(Mario Rigoni Stern, citato da Giuseppe Mendicino in Il senso della Natura, su Montagne360, giugno 2018.)

Nelle parole di Rigoni Stern, riferite all’ambiente naturale ma invero valide per ogni altro di influenza umana, non vedo affatto la negazione del progresso nel senso più “tecnologico” del termine, come potrebbe sembrare, ma l’assoluta necessità di fare qualsiasi cosa con buon senso. Quel buon senso che si basa su valori umani più che su valori materiali, sulla logica e la razionalità invece che sull’astrattezza, sulla consapevole libertà d’azione e di pensiero che nasce dalla cultura storica piuttosto che dalla sfrenata volontà di vivere sempre e solo alla giornata, dimenticandosi da subito il passato e fregandosene del futuro. O, molto semplicemente, quel buon senso che è la capacità di dire “no a certe assurdità”, come dice Rigoni Stern: un diniego al contempo afferma con forza la visione d’un futuro migliore e più proficuo per tutti.

Peccato sia sempre così più facile dire “sì” invece che no, anche quando ci sia di mezzo il nostro domani e la relativa sorte comune…