La COP25 è fallita? Bene!

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/geralt-9301/.)

In effetti io sono pure “contento” che la “COP25”, la Conferenza sul clima di Madrid, sia terminata con un miserrimo fallimento.

Sì, perché altrimenti molte persone, in primis quelli a cui veramente interessa la questione planetaria del cambiamento climatico, avrebbero potuto credere che pure i potenti della Terra ne avessero compreso la portata e capita l’urgente necessità di agire, politicamente innanzi tutto, per cercare di mitigarne gli effetti.

“Meno male” che invece quei potenti, salvo rari casi, hanno nuovamente confermato il loro sostanziale menefreghismo al riguardo, funzionale alla salvaguardia del proprio potere e delle relazioni con soggetti di vario genere dalle assai bieche attività, sulle quali si basa la stabilità del loro scranno alla faccia del clima, dell’ambiente e di chiunque ne subisca il degrado.

Una questione fondamentale come quella dei cambiamenti climatici può essere seriamente affrontata solo dalle società civili, entro le quali, pur tra le infinite difficoltà culturali di questa nostra epoca, può ancora essere coltivata quella consapevolezza civica – che è anche politica nel senso più alto del termine, ovviamente – necessaria al cambiamento e alla resilienza: il movimento Fridays for Future lo dimostra bene, ad esempio. Una cosa del genere non può certo avvenire nella “(non) politica” dei potenti, a qualsiasi livello impegnata unicamente alla propria preservazione, a perseguire interessi di parte e infimi tornaconti, organizzata su meccanismi meramente parassitari e dunque troppo avulsa dalla storia presente e futura così come dalla realtà quotidiana.

Tutto ciò sperando che al contempo si generi e si sviluppi pure una consapevolezza, nelle società civili, contro quei potentati politici che governano il mondo. Assolutamente necessaria, se vogliamo che il mondo e la civiltà umana possano avere un futuro, senza essere spazzati via dalla Natura. Che “sa” benissimo che con un aumento della temperatura di 3° o più il pianeta si adatterà e sopravvivrà, la misera razza umana invece avrà grossissimi problemi al riguardo, e recriminare su quanto non è stato fatto in passato per evitare il disastro non servirà a nulla, come sempre.

 

Di alchimie e ipocrisie

Giovanni Aurelio Augurelli, Vincenzo Casciarolo, Nicola Gambetti, Francesco Maria Santinelli
Li conoscete?
Sono alcuni tra i più famosi alchimisti italiani, gente che ha studiato per una vita intera la trasmutazione dei metalli o la ricerca della pietra filosofale, l’elemento capace di trasformare le cose in oro.
Be’, dei gran perditempo, in pratica.
Sì, perché se invece di cercare il modo di trasformare i metalli in oro avessero cercato e magari trovato come trasformare l’ipocrisia in oro – per il bene dell’umanità, come la filosofia alchemica imponeva – oggi saremmo tutti quanti irreprensibili e miliardari.
Invece, non pochi hanno trovato il modo di ricavare dalla propria quotidiana ipocrisia non tanto oro quanto denaro o altri vantaggi materiali oppure tanti piccoli biechi tornaconti, però a loro esclusivo vantaggio. Ma non sono alchimisti, questi: sono solo dei gran ciarlatani impostori. E ce n’è pieno il mondo, appunto.

I soliti ridicoli capricci, nell’asilo dell’arte contemporanea…

SGARBERIOMagari su The Floating Piers, l’installazione galleggiante di Christo sul Lago d’Iseo, avranno pure ragione Philippe DaverioUna baracconata!»), Vittorio SgarbiOperazione masturbatoria!») e quelli che la pensano come loro. Però, in tutta franchezza, tale frequente comportamento da spocchiosi bambini dell’asilo dei “grandi” critici e curatori d’arte (celebri, celebrati ma a volte, pare, un po’ deceRebrati!), pronti a esaltare i propri artisti (anche quando siano delle palesi nullità) e di contro a disprezzare quelli degli altri (anche quando siano dei palesi talenti) è a mio parere tanto sconcertante quanto irritante.
Per intenderci: da chi è curata The Floating Piers? Da Germano Celant, appunto uno (cioè, un altro) dei più importanti curatori italiani. Guarda caso ancora abbastanza fresco di acidissima polemica (un paio d’anni fa, vedi qui) con Daverio, nonché da sempre rivale di Achille Bonito Oliva fin dai tempi della “contrapposizione” (ovviamente più strumentale che tecnica) tra Arte Povera e Transavanguardia – al quale Bonito Oliva sta sulle scatole Francesco Bonami, che più volte ha polemizzato con il citato Daverio ma pure con Sgarbi, che non sopporta il suddetto Bonito Oliva e tanto meno Celant… eccetera, eccetera, eccetera.
Di polemicucce infantili come queste l’arte contemporanea degli ultimi decenni abbonda e, senza alcun dubbio, se ne insozza non poco, dacché sono cose tremendamente patetiche, quando non ridicole. Ciance con cui personaggi altrimenti di grande prestigio e meritorio apprezzamento si riducono a fare le acide e spocchiose primedonne per qualche riga di visibilità in più sui giornali o qualche manciata di secondi nei servizi dei TG, dimenticandosi peraltro che essi, del mondo dell’arte in generale e di quella contemporanea in particolare, dovrebbero essere i migliori ambasciatori, non i più i più grotteschi rappresentanti. Nel frattempo, alle spalla e alla faccia di tutti quanti, la mediocrità avanza e conquista il “gusto” comune, anche in campo artistico.
Ricordo sempre, con tutta la sua valenza imperitura, la definizione data dall’amico Cristiano Calori di certi personaggi che battono e infestano l’arte di oggi, critici d’arte a ritenuta d’acconto. Gente che, molto banalmente tanto quanto drammaticamente, parla bene di un artista (a prescindere dalla sua qualità ovvero dalla sua eventuale nullità) se ha un tornaconto da riscuotere, altrimenti, al contrario, ne parla male. Il valore e la qualità dell’arte non interessano più di tanto, appunto, semmai contano la visibilità, l’influenza “politica” sull’ambiente, la polemica strumentale e funzionale alla propria immagine nonché qualche buon tornaconto materiale, come detto.
Beh, forse è il caso che il mondo dell’arte contemporanea impari a fare un po’ a meno di tali personaggi, soprattutto quando sono in modalità “sbruffonaggine”. Anche perché, forse, li sta sopravvalutando fin troppo: in fondo, giusto per citare un altro grande critico – ma americano, stavolta, Jerry Saltz: «I critici d’arte non possono fare o disfare un artista. Credetemi, io ci ho provato…»

Stampubblica, Mondazzoli e gli altri, ovvero: se in democrazia la cultura e l’informazione diventano oligarchiche

oligarchiaE così, dopo che nell’editoria è stata varata la corazzata Mondazzoli la quale, nonostante lo scoglio dell’Antitrust piazzatosi (com’era ampiamente prevedibile) sulla sua rotta solo qualche giorno fa, controlla buona parte del mercato editoriale italiano, ecco che ora s’è varata un’altra corazzata navigante invece nel mare dell’informazione, la Stampubblica, che controlla un quarto del relativo settore primario (quella dei giornali) oltre a numerosi altri media, come ha ben evidenziato Francesco Giubilei in questo editoriale su Cultora. C’è poi quell’altra grande nave da battaglia in circolazione nelle acque radiotelevisive, la Fininvest, e così via.
Insomma, si direbbe che negli ambiti della cultura e dell’informazione si sia ormai imposta una ben determinata rotta, appunto, che col tempo viene seguita da navi sempre meno numerose in quantità e sempre più grosse nella stazza. Due ambiti, quelli citati, che è inutile rimarcare quanto siano fondamentali per qualsiasi paese la cui società si voglia definire – nel presente e ancor più nel futuro – avanzata ed emancipata in senso democratico. Ecco, proprio tale evidenza, l’importanza della cultura e dell’informazione quali elementi alla base di un’autentica democrazia, mi hanno fatto riflettere su ciò che invece sta succedendo in Italia (e non solo, sia chiaro) al riguardo: una sostanziale concentrazione, sempre più limitata, del controllo degli ambiti suddetti da parte di pochi, ovvero una situazione di supremazia oligarchica sui principali strumenti di diffusione della conoscenza intellettuale (i libri) e dell’informazione (giornali e TV) verso la quale pare che poco o nulla possa opporsi – la politica in primis, che piuttosto appare compiaciuta di queste concentrazioni tanto da sembrarne complice fin dal dimenticarsi che sovente (eufemismo) le stesse violino le leggi sul conflitto di interessi, tra le norme giuridiche più ignorate dalle nostre parti, inutile dirlo.
Sarà che è il mercato che lo impone, che il neoliberismo economico consente tali accentramenti, che da sempre il pesce piccolo è mangiato da quello più grosso o che due pesci entrambi grossi, non potendosi sopraffare a vicenda, si alleano per generarne uno ancora più grosso, fatto sta che a me tale situazione pare sonoramente stridere in tutta la sua imponente paradossalità. Ciò per un semplicissimo motivo: la cultura diffusa, che rappresenta un elemento fondamentale della democrazia – e di essa la buona informazione è una delle più virtuose cause-effetto –, per sua natura non può contemplare la rinuncia a una delle sue peculiarità vitali, ovvero il pluralismo delle fonti, che è sinonimo ineluttabile di libertà delle fonti stesse, in senso intellettuale ed espressivo oltre che filosofico, politico e sociale (tutti elementi strettamente legati tra di essi).
Sia che si intenda il termine cultura nell’accezione primaria, cioè “l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo”, sia, in senso più antropologico, come “l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale” (definizioni tratte dal vocabolario Treccani), è inevitabile ritenere che la formazione culturale di una comunità sociale di natura democratica così come la stessa diffusione in essa della cognizione culturale – la quale si intende ovviamente di livello il più alto e approfondito possibile – non ammette alcun dominio oligarchico, con tutti i potenziali pericoli che da esso possono generarsi e diffondersi, checché poi siano gli stessi “oligarchi” a dichiarare pubblicamente che i loro sottoposti saranno sempre e comunque liberi di diffondere ciò che vogliono: cosa ampiamente smentita dalla storia, quella recente in particolare. Il tanto spesso (giustamente) demonizzato pensiero unico, inteso non solo in senso ideologico-culturale ma anche come “il concetto del primato dell’economia sulla politica” (nella definizione originaria di Ignacio Ramonet) e calato dall’alto come forma di (non)cultura imposta, nasce proprio in situazioni di pluralità culturale non garantita ovvero avversata. La nostra stessa identità sociale è nata e si è arricchita grazie a innumerevoli stratificazioni storiche, cognitive, intellettuali, filosofiche, politiche, le quali sono il compendio di un pluralismo e di una complessità culturale che, peraltro, ha rappresentato le fondamenta principali per la nostra civiltà, e la cui mancanza, o anche solo l’indebolimento, inesorabilmente porta ad un altrettanto indebolimento ovvero al deperimento della nostra identità ci individui, cittadini e membri della società civile.
É un paradosso, lo ribadisco, che una società democratica permetta alla cultura e all’informazione di non essere virtualmente democratiche, e non dal mero punto di vista giuridico – che conta ma è conseguente al resto – quanto rispetto al concetto stesso di democrazia e ai suoi principi naturali.
Ma non voglio ora rendere questa dissertazione troppo teoretica (e barbosa, probabilmente) e non voglio spingerla oltre, verso ulteriori questioni correlate che chiamano in causa altri elementi, ad esempio la conformazione economica della società in cui viviamo con tutti gli annessi e connessi, la situazione politica del momento, i tornaconti particolari degli attori in gioco eccetera. Così come non voglio demonizzare tout court niente e nessuno: piuttosto, i “demoni” nascono da soli nei casi in cui non si rifletta in modo attento e approfondito su tali questioni prima che ulteriori loro sviluppi le portino oltre i limiti democratici, appunto. In effetti i demoni sono creature orride, spaventose: mostri, ecco, proprio come quelli che genera il sonno della ragione. E in questi casi, mi viene da temere, il controllo superiore e la limitazione della cultura e dell’informazione è da sempre uno dei più efficaci sonniferi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

Una assurdità dura (a morire) come il marmo. Quello delle ormai sfigurate Alpi Apuane.

Il Picco Falcovaia nel 1960.
Il Picco Falcovaia nel 1960.
Il Picco Falcovaia nel 2014 con le cave Cervaiole.
Il Picco Falcovaia nel 2014 con le cave Cervaiole.
Quando il mondo non va come dovrebbe e il buon senso non viene più utilizzato per la sua gestione, può capitare che una certa “cultura”, da elemento di valore e importanza assoluti, diventi incredibilmente l’opposto, un deleterio fattore di degrado e di distruzione del valore di ulteriore cultura ancora buona e utile, e altrettanto importante (se non di più).
Perché sto disquisendo di cultura anche ora, qui, nonostante le fotografie lì sopra vi potrebbe far pensare diversamente.
E disquisisco della questione dell’escavazione di marmo nelle Alpi Apuane, che rappresenta un perfetto esempio di ciò, nonché di come l’insensato interesse di pochi possa arrecare danni gravissimi a tutti quanti – le foto suddette credo siano assolutamente eloquenti. Sviluppatasi (soprattutto negli ultimi anni) in base a una incredibile ristrettezza di vedute strategiche industriali e imprenditoriali, sostenuta da motivazioni ormai puerili e del tutto confutata dall’effettiva ricaduta economica sul territorio – assente, se non per pochissimi, appunto – che anzi è stato definitivamente impoverito, spaventosamente sfregiato oltre che gravemente inquinato (con gli scarichi degli impianti di escavazione, ad esempio), l’escavazione del marmo apuano è una pratica che sarebbe finalmente l’ora di fermare definitivamente, per come si configuri senza più alcun dubbio quale scempio terribilmente irrazionale e dannoso, non solo in senso ambientale.
Perché, io credo, seppur essa sia portatrice d’una cultura industriale secolare – con tutte le risapute ricadute artistiche, poi – mi pare una vera e propria assurdità che al fine di continuarla pervicacemente, nonostante le palesi sconvenienze d’ogni sorta, si giunga a distruggere una cultura innegabilmente e inevitabilmente più importante, qual è quella ecologica, ambientale e dell’estetica del paesaggio i cui benefici sono per tutti, non solo per pochi.
Una incredibile, inaudita, folle assurdità.
Purtroppo, ahinoi, siamo nel paese dei piccoli e meschini egoismi, dei cinici tornaconti materiali, dei privilegi tanto più concessi a chi meno ne sarebbe degno,che con la complicità di politicanti ottusi (e non solo) diventano diritti inalienabili, obblighi, vincoli e prescrizioni imposte a tutti, anche se, ribadisco, fanno guadagnare ben pochi a scapito di tutti gli altri.

Visitate il sito http://www.salviamoleapuane.org/, è il miglior strumento sul web per conoscere nel dettaglio la questione e per comprenderne tutta l’importanza, nonché l’attuale drammaticità. Nella pagina facebook Alpi Apuane: le montagne che scompaiono, invece, troverete altre immagini significative sullo stato dell’estrazione di marmo nelle Alpi Apuane (da lì vengono anche quelle che vedete in testa al post).