[Immagine tratta da Varasc.it; cliccateci sopra.]Il previsto collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monte Rosa Ski, che si vorrebbe realizzare nel Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi lembi di territorio in quota rimasti incontaminati sulle Alpi della Valle d’Aosta, non è solo uno sconcertante scempio ambientale, come denunciano da tempo innumerevoli fonti e voci autorevoli della cultura di montagna – si veda qui un riassunto dei vari interventi di Mountain Wilderness, ad esempio. Rappresenta pure, per molti aspetti, un’offesa altrettanto sconcertante alla cultura dello sci che veramente lascia esterrefatti per come un tale progetto possa essere concepito e ritenuto virtuoso per lo sci turistico contemporaneo.
Innanzi tutto, è un progetto che si basa ancora (nel 2020!) sul modello industriale degli “ski resort” degli anni Settanta, una concezione ampiamente superata e da più parti fallita miseramente. A cosa serve avere un unico grande domain skiable (come si diceva un tempo) di 600 km? Chi se li scia tutti quei km di piste? Non bastano i 350 e più km del comprensorio Cervinia-Zermatt e i quasi 200 del Monte Rosa Ski? Veramente i responsabili del progetto credono che lo sci di oggi sia ancora una questione di quantità e non di qualità? Sia in pratica solo una questione di “ce-l’ho-più-grosso-io!” (il comprensorio sciistico)? Ma quanto sono fuori dal tempo e dalla realtà, questi signori? Probabilmente moltissimo, visto quanto sostengono nel testo diffuso qualche settimana fa a favore del progetto (ne parla quiEnrico Camanni), talmente ridicolo e banale da sembrare uno scherzo di qualche adolescente stupidotto e buontempone.
[Immagine tratta da caibiella.it.]Se lo sci di oggi viene ritenuto – come è palese lo ritengano i fautori del progetto – una pratica ludico-sportiva così stupida da abbisognare di iniziative tanto anacronistiche e alienate, anche dal punto di vista delle strategie turistiche contemporanee, allora temo che nel giro di breve tempo scomparirà del tutto, e non (solo) per colpa dei cambiamenti climatici ma a causa di chi continua a gestirla in modi totalmente fallimentari – anche sul lato economico, peraltro. Pensare che sia ancora la quantità di piste e impianti a far la fortuna di una località sciistica è come ritenere che sia l’auto più grossa, potente e costosa a generare l’importanza sociale e il carisma di chi la guida. Siamo nel terzo Millennio, corriamo a grandi passi verso cambiamenti climatici che sconvolgeranno l’ambiente e il paesaggio delle Alpi nel mentre che la società dei consumi evolve verso nuove forme di fruizione turistica che richiedono una rinnovata qualità dell’offerta relativa nel contesto di strategie relative totalmente ripensate: e tale nuova qualità comprende in modo preponderante l’aspetto della sostenibilità ambientale delle infrastrutture ad uso turistico e, parimenti, della sostenibilità culturale, un elemento altrettanto fondamentale, oggi, in ogni strategia di gestione del turismo soprattutto in territori tanto di pregio quanto delicati come quelli alpini. Un progetto come quello che si vorrebbe realizzare in Valle d’Aosta rovinando il vallone delle Cime Bianche è una sorta di mega centro commercial-sciistico, del tutto avulso alla realtà territoriale e paesaggistica dei luoghi interessati e che ne deprime qualsiasi valenza culturale, un “non luogo” alpino che basa tutta la sua “importanza” sul numero di impianti e di piste e non sulla presenza culturale degli sciatori nel territorio (forse occorre ricordare ai “signori” suddetti che il turismo in qualsiasi forma è cultura molto prima che utili di bilancio, e dove non è stato così è miseramente fallito, appunto), sciatori trasformati in utili idioti fruitori delle “giostre di risalita” d’un tale divertimentificio industriale alpino peraltro economicamente bastonati da chissà quali prezzi degli skipass, necessari ad un comprensorio così volgarmente mastodontico. Il tutto, col paesaggio d’intorno irrimediabilmente guastato, inquinato, svilito, come appunto denunciano in tanti da tempo.
[Immagine tratta da AostaCronaca.it]Io veramente, da sciatore appassionato quale sono da sempre, non posso credere che un progetto così stupido possa essere stato concepito e si pensi ancora di realizzarlo.Non lo posso credere, punto. Rappresenta realmente una pietra tombale, almeno per quei luoghi, sulla cultura, sulla passione, sul godimento della pratica dello sci. In un comprensorio sciistico del genere io non ci andrei mai a sciare: lo riterrei offensivo verso la passione che da sempre nutro per lo sci, senza alcun dubbio, e che mi auguro anche molti altri nutrano allo stesso modo. Ecco.
P.S.: vi sono numerosi siti che sul web si stanno impegnando per la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche, non solo a livello nazionale (come Mountain Wilderness) ma anche a livello locale. Tra questi, oltre al sopra citato Varasc.it, c’è lovecimebianche.it, afferente al gruppo di lavoro “Ripartire dalle Cime Bianche” che nasce da un comitato spontaneo di cittadini, residenti, proprietari e amici storici di Ayas, che si è attivato nel corso degli scorsi anni 2015 e 2016 ai fini della tutela e della valorizzazione dell’alta Val d’Ayas e del Vallone delle Cime Bianche, formalizzatosi nel corso del 2017 (CF 91070320071), al fine di rafforzarne l’attività di studio, di divulgazione, di confronto e di animazione sul territorio. Dategli un occhio.
[…] Chi va in montagna lo sa bene: non è mai piacevole rinunciare. Può essere una frustrante seccatura. A chiunque è capitato di dover girare i tacchi, a causa di un imprevisto, e mandare in fumo un desiderio. La montagna – così come la vita – è anche questo e, se non lo si accetta, frequentarla diventa una pratica narcisistica e pericolosa.
C’è chi vede nella rinuncia una forma di autolesionismo, perché provoca la soppressione del desiderio. Forse è per questa ragione che, come sosteneva Mario Rigoni Stern (il cui valore etico, oltre che letterario, in questi frangenti ci appare ancora più grande), dire di “no” è più difficile. […]
Forse la correlazione di cui scrive Pietro Lacasella su Alto-Rilievo / voci di montagna fra gli sciatori ammassati sulle funivie di Cervinia dello scorso weekend e certi aspetti della vicenda umana del grande Mario Rigoni Stern è fin troppo esagerata o inadeguata, seppur di notevole lucidità (potete leggere qui il bel post nella sua interezza, dal quale traggo anche la foto lì sopra). Ovvero, forse la “rinuncia” di cui Lacasella dice è quella che è stata decisa e intrapresa qualche decennio fa, quando il turismo invernale dello sci su pista è stato industrializzato, trasformato in bene industriale da vendere in ottiche di quantità e non più di qualità, rinunciando – appunto – alla sua cultura originaria che semmai andava adeguata ai tempi e non ai bilanci delle società di gestione degli impianti, nonché mantenuta armonica al senso culturale generale dell’andare sui monti per ragioni ludico-ricreative le quali, tuttavia e inevitabilmente posto il contesto paesaggistico in questione, ha sempre avuto anche una matrice culturale e umanistica. Sì, anche la discesa più goduriosa e divertente lungo una pista, invece sempre più trasformata in un gesto meccanico, ripetitivo, il cui senso non è più quello della discesa sulla neve ma della risalita, meccanizzata (una correlazione non solo lessicale, senza dubbio), unico scopo “interessante” cioè generatore di interessi dello sci su pista contemporaneo.
Alla fine, nel principio, non è nemmeno colpa degli sciatori irresponsabili, dei gestori degli impianti incapaci di gestirli nella situazione sanitaria corrente, delle norme inadeguate: piuttosto, a mio modo di vedere, sono tutti vittime della degradazione della pratica dello sci in base a modelli industriali svilenti la montagna stessa, oltre a esserne del tutto decontestuali e sostanzialmente pericolosi per la sua realtà (quantunque si continui a sostenere il contrario, proprio al fine di avere un presunto “buon motivo” per perpetrarli). Cioè, vittime della rinuncia a mantenere lo sci un sport veramente alpino – “sci alpino” in effetti la si definisce, la pratica sciistica su pista – e della scelta di trasformarlo in un’attività meramente consumistica. Che però, quale inevitabile effetto collaterale, sta consumando se stesso, oltre che la montagna e il suo futuro.
Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.
Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna”. Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti (basta constatare quello che sta accadendo nelle Dolomiti, in vista dei prossimi Mondiali di Sci 2021 e delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.
Vista su Lucerna intorno al 1800 dal Felsberg. Immagine tratta da chapel-bridge.ch.
Sapete – e, se non lo sapevate, ora sì – che sulla città svizzera di Lucerna, alla quale sono “antropologicamente” molto legato, ho scritto un libro (lo vedete lì sotto, fateci clic) che rimarca, tra le altre cose, la particolare e costante sensibilità personale verso quel luogo e il suo paesaggio peculiare.
Ecco, in un bell’articolo su “SwissInfo.ch” il professor Valentin Groebner, storico austriaco che insegna proprio all’Università di Lucerna, parla della città elvetica, del suo legame con le Alpi e in generale dello sviluppo del paesaggio turistico alpino, rimarcando alcune osservazioni interessanti circa la sua origine, che è sì radicata nel Romanticismo sette-ottocentesco (quello che in pratica ha “inventato” le Alpi in quanto luogo e meta di viaggio) ma non solo nel modo in cui ordinariamente si crede. Ad esempio, Groebner dice che
Nei resoconti di viaggio del XVIII secolo, Lucerna viene descritta come una cittadina triste, antiquata, repressiva e arretrata. Arthur Schopenhauer lo ha espresso in modo sintetico: “Una piccola città deserta e mal costruita. Ma la vista è divina”. Perché questo è ciò che Lucerna aveva da offrire: la vista. Ci sono poche città da cui si può guardare direttamente a sud, attraverso un lago, verso le montagne coperte di neve quasi tutto l’anno. Lo si può fare a Ginevra, lo si può fare a Montreux e proprio qui a Lucerna. E questo lago corrispondeva particolarmente bene allo sguardo romantico sviluppatosi nel XIX secolo.
Questo sguardo è stato importato in Svizzera dai turisti inglesi che hanno visitato il paese dalla fine del XVIII secolo. Uno di loro era il pittore William Turner, il quale ritraendo paesaggi svizzeri primordiali e incontaminati, ha saputo creare per la prima volta sensazioni profonde e romantiche – per i suoi ricchissimi clienti britannici.
In precedenza, la Svizzera era una regione che i viandanti esitavano ad attraversare, a causa delle montagne e del maltempo. Oltretutto gli abitanti usavano lingue strane e incomprensibili. Ma i viaggiatori colti del XIX secolo hanno trasformato il paesaggio della Svizzera centrale in una sorta di compensazione per i danni dell’industrializzazione. L’aria buona e l’acqua pulita erano diventate una merce rara nel resto d’Europa; le Alpi – che si riteneva fossero rimaste “come un tempo” – hanno assunto il ruolo di polo opposto all’Europa industrializzata.
Nel corso del XIX secolo, la Svizzera, i laghi, le montagne sono diventati il luogo dove i fenomeni negativi dell’industrializzazione potevano essere temporaneamente corretti – sempre che ci si potesse permettere di andarci. Birmingham, Manchester e Lucerna sono in qualche modo unite: nelle sporche fabbriche tessili nel nord dell’Inghilterra si guadagna il denaro e i proprietari delle fabbriche lo spendono in Svizzera per riposarsi – in alberghi che sono a loro volta una sorta di fabbriche rosa, costruite in cemento armato come le fabbriche tessili dell’Oberland zurighese e di altri luoghi.
Tali considerazioni (che poi il professor Groebner sviluppa nel corso dell’intervista: leggetela nella sua interezza per coglierne meglio il messaggio) si legano a doppio filo a quanto potete leggere nel mio libro, nelle cui prime pagine non a caso cito quel modo di dire per il quale la Svizzera è considerata “il giardino d’Europa”: ecco, proprio in questo senso lo è, come contraltare naturalmente artificioso, o artificiosamente naturale (la definizione può valere in entrambi i sensi), appositamente concepito per compensare il degrado ambientale e urbanistico verso il quale già nell’Ottocento stavano andando le grandi città industrializzate europee e così preservare la realtà di un territorio, la concezione di un paesaggio nonché il senso di un luogo dall’evoluzione ben più perniciosa del restante continente europeo, proprio come un giardino urbano appare una piacevole oasi di naturalità e di bellezza in mezzo palazzi, strade, piazze e industrie.
Sono considerazioni che peraltro valgono benissimo anche oggi per l’intero territorio alpino, sia quando concepito nella sua interezza, sia quando analizzato nelle varie realtà locali, dove di frequente la stessa particolare relazione tra gli spazi antropizzati e industrializzati e gli spazi mantenuti allo stato naturale e rurale, se non del tutto liberi da segni umani, determina molta parte del senso antropologico e dell’identità culturale di quei territori, determinando di conseguenza anche la relazione delle genti che li abitano ma pure di chi li visita saltuariamente e per breve tempo – in primis il turista, appunto. Una relazione che il professor Groeber delinea in modo ancor più dettagliato nel prosieguo dell’intervista.
In ogni caso, va da sé che se volete approfondire le riflessioni dell’articolo di “SwissInfo.ch” contestualizzandole al luogo che ne è il soggetto, ovvero alla città di Lucerna – ma, ribadisco, quale luogo emblematico per numerosi altri, nelle Alpi – vi invito a leggere il mio libro e a farmi sapere che ne pensate, oppure – anche meglio senza dubbio! – a visitare Lucerna, una città che sotto ogni punto di vista, materiale e immateriale, non smette mai di sorprendere, innanzi tutto con la sua presenza e l’essenza urbana nel territorio e nel paesaggio nei quali si trova – e, appunto, è una sorpresa tanto grande e costante quanto per nulla meramente e banalmente turistica. Sono certo che, se ci andrete e quale “guida” di viaggio (che non è tale, peraltro, ma forse anche sì!) leggerete il mio libro, mi darete ragione. Già.
Quando visitiamo un territorio, lo osserviamo, lo studiamo e cerchiamo di conoscerlo al meglio ma sovente anche solo attraversandolo nel modo più ricreativo ma in ogni caso quando stiamo, in quel territorio, intessiamo una relazione la quale, oltre che della nostra sensibilità e del nostro bagaglio culturale, si nutre del corpus di esperienze, situazioni, narrazioni, conoscenze e visioni di chi prima di noi ha viaggiato, lì o altrove, generando la concezione contemporanea di viaggio – non tanto nel senso turistico quanto in quello culturale. Altri viaggiatori che nemmeno conosciamo, in buona parte dei casi, ma le cui avventure formano il “pacchetto base culturale” al riguardo, che noi apprendiamo in vari modi e sul quale costruiamo poi la nostra personale nuova avventura.
Ecco: se dunque noi oggi viaggiamo e visitiamo il mondo osservandolo e cogliendolo in un certo modo – cioè nel modo che determina la pratica del “viaggiare” contemporanea – e se noi concepiamo la geografia del territorio nel quale viaggiamo in un certo modo, che non lo sappiamo ma è diverso rispetto a quello di qualche decennio fa, lo dobbiamo anche a Élisée Reclus. Personaggio fondamentale delle discipline umanistico-geografiche nella cultura occidentale, considerato l’erede del celeberrimo Alexander Von Humboldt nonché il padre della moderna geografia, quella che dopo di lui e grazie a lui venne definita “geografia sociale” e più avanti geografia umana, figura di vastissima cultura e rarissima sensibilità, tanto da apparire premonitrice circa molte realtà contemporanee, eppure, Reclus, sconosciuto ai più, ignorato dai colleghi, messo al bando fino a non molto tempo fa ovvero alla sua “riscoperta” e ineluttabile illuminazione, al punto che oggi il suo nome e la sua opera appare imprescindibile per quasi ogni cosa affine alla geografia. E una tal sorte solo perché Élisée Reclus fu anche un attivista anarchico, difensore “scientifico” e appassionato della libertà degli individui, avversario di ogni potere politico che, tra le altre cose, aveva conformato la geografia politica del mondo in modi tanto arbitrari quanto illogici e soprattutto totalmente distaccati dalla storia della civiltà umana e delle genti da essi stessi governate. In tal senso si deve anche (e molto) a lui se oggi la storia e la geografia vengono considerate due discipline assolutamente “sorelle”, strettamente correlate e giammai affini a due ambiti umani e umanistici differenti: Reclus dimostrò con grande forza scientifica l’evidenza che è quasi sempre stata la storia delle genti a “formare” la geografia delle terre da esse abitate e non viceversa, come ancora oggi comunemente ritenuto. La geografia certamente influenza la presenza dell’uomo nel territorio, ma è poi l’uomo a determinare nei secoli la forma e il valore del territorio abitato, conferendogli scopo, valore, identità fino a trasformarlo in un “luogo”. Quella che oggi viene definita territorializzazione, e un tempo (si veda Eugenio Turri) “umanizzazione”, è a tutti gli effetti il moto fondamentale di conformazione e trasformazione dello spazio abitato dall’uomo sul pianeta, dunque l’elemento principale di determinazione delle geografie dei territori, anche quando esse diano l’idea di spazi ancora “vergini” o ancora dominati dalla Natura.
Se questa relazione tra l’uomo e il territorio è ovviamente palese negli spazi più antropizzati, diventa più sofisticata e per questo emblematica in montagna, luogo peraltro simbolico e rappresentativo anche per il concetto di “libertà” così amato e propugnato da Reclus. Per tutto ciò, nel fondamentale percorso culturale e geofilosofico reclusiano, un libro come Storia di una montagna (Tararà Edizioni, Verbania, 2008, con prefazione di Mercedes Bresso e commento/postfazione di Claude Raffestin; 1a ed.1880) assume un valore particolarmente grande ovvero a sua volta emblematico. […]
(Leggete la recensione completa di Storia di una montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)