Ecco.
Altro che streghe, vampiri, zombi o altre ovvie amenità. Tsk!
E buon Samhain a tutti!
(Con ennesimi applausi a scena aperta a Cecigian, autore della vignetta qui sopra!)
Se i Manzoni saranno ricordati, non credo sarà di certo per merito di Alessandro, autore del romanzo più servile e anonimo dell’Ottocento, piuttosto sarà grazie alle rare qualità di Piero Manzoni. Mente libera e indipendente per eccellenza, che troppo presto ha abbandonato questa nostra Italia borghese e bigotta.
(Arturo Schwarz su Piero Manzoni)
Fin da quando ho conosciuto e “studiato” (per usare un verbo assolutamente esagerato ma chiaro) l’arte di Piero Manzoni, ne ho percepito l’impatto profondamente rivoluzionario, destabilizzante, provocatore in forza d’una sagacia irriverente e al contempo geniale. Un’espressività artistica che s’affiancava a quella “madre di tutte le altre” di Lucio Fontana e da lì partiva per la tangente verso ambiti comunicativi che se da un lato i coevi dell’artista milanese (ma cremonese di nascita) per la gran parte non furono in grado di capire, per mancanza di mezzi intellettuali ma più spesso per mera meschinità – rare eccezioni il citato Schwarz e lo stesso Fontana -, dall’altro hanno lasciato un retaggio ben più ampio e profondo di quanto si potesse credere, e che soltanto ora si apprezza in tutta la sua innovativa sostanza.
Prova ne è Piero Manzoni. Nuovi Studi, il volume curato dalla Fondazione omonima e appena pubblicato da Carlo Cambi Editore che raccoglie i contributi di numerose firme della saggistica e della critica d’arte contemporanea, e che si prefigge di sottrarre una volta per tutte la figura di Manzoni “al gioco stucchevole delle affermazioni di grandezza, delle definizioni sloganistiche ad uso del compound di riferimento, delle volgarizzazioni chiassose dell’attualità” per dare corso al “tempo degli studi, delle indagini acuminate, delle ricostruzioni partite, in cui la dimensione dell’attualità trascolora, facendo posto alla misura lunga della storia.”
Un volume (cliccate sulla copertina lì sopra per saperne di più) che fa il buon paio con la bella autobiografia firmata da Dario Biagi e uscita qualche tempo fa (della quale trovate la mia recensione qui) che certamente leggerò presto e che, per tutto quanto vi ho scritto finora, non posso che consigliarvi.
Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…
Se non avreste – se non avessimo avuto gli occhi. Perché le cose che ho visto le avete viste pure voi, le vediamo tutti quanti, le possiamo non solo immaginare ma osservare, cogliere, comprendere. Sono cose a volte grandi ma più spesso piccole, pure minuscole, ma tutte quante fanno parte del mondo che viviamo e della vita che condividiamo, e ognuna di esse possiede quasi sempre una sua bellezza, un suo senso, un valore più o meno importante, qualcosa, insomma, che può catturare il nostro sguardo, attivare la mente, far battere il cuore e far vibrare l’animo…
Gli occhi li abbiamo tutti, e a volte basta semplicemente usarli, osservare il mondo, e non solo guardarlo, per cogliere tutta la grande bellezza che possiede, che in fondo è la manifestazione più immediata tanto quanto più significativa della sua vita. Inoltre, se il nostro sguardo funge da “strumento” di visione armonica e “simmetrica” alla mente e all’animo, come in ogni creatura intelligente dovrebbe essere, del mondo e della vita forse possiamo anche cogliere il senso profondo: qualcosa che non è affatto frutto di immaginazione ma è percezione e conoscenza vivida, nonché indispensabile, della realtà.
Se invece i nostri occhi sono aperti ma sostanzialmente orbi, non ci resta che immaginare ciò che non sappiamo “vedere” e comprendere come reale: innumerevoli cose svanenti, innumerevoli momenti di vita perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia.
P.S.: avrete capito che l’input per tale post viene dal celeberrimo monologo dell’androide Roy Batty in Blade Runner.
P.S.#2: l’immagine in testa al post raffigura la costellazione di Orione; la stella gialla è Betelgeuse, ɑ della costellazione. Betelgeuse è un nome arabo che significa “la spalla del Gigante”: nel monologo originario in inglese, Roy Batty dice proprio «the shoulder of Orion», “la spalla di Orione”, espressione che invece nella traduzione italiana è diventata “i bastioni di Orione”.
La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà. La scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto.
(Charlie Chaplin alias “il Barbiere Ebreo” ne Il Grande Dittatore, 1940.)
Mi viene da aggiungere: più che un futuro, ci serve un presente, costruito su ciò che il passato insegna e in grado a sua volta di fare da solida fondamenta per un buon futuro. Un presente vero, non un’eterna sospensione come quella che viviamo, nella quale ci illudiamo di saperci “protendere” verso il futuro (solo immaginandolo, senza costruirlo concretamente) senza più bisogno del passato (dimenticando del tutto la storia, anzi) ma in realtà ci stiamo solo arrotando attorno a noi stessi e alle nostre ipocrisie: il carburante perfetto per perderci nella più barbara violenza – quella che già Chaplin denunciava nei tempi bui in cui uscì la sua celeberrima opera filmica. E se oggi abbiamo più luce di allora, vediamo di non lasciarla spegnere di nuovo, come se non peggio di allora.

L’indipendenza è un valore sacro da difendere: è impensabile farsi condizionare dagli altri, farsi limitare, farsi dire che cosa fare e come vivere. Eppure, io stesso conosco moltissime persone ‒ mie coetanee, anche ‒ per cui l’essere condizionati dall’esterno, il rinchiudersi in una forma data, è diventata una specie di religione inconsapevole.
Questa citazione è tratta da un articolo del sempre illuminante Christian Caliandro, che riflette sulla semplificazione culturale come tendenza tra le più diffuse del presente, rivelatrice di un degrado che coinvolge vari ambiti dell’esistenza, dal lavoro ai rapporti, fino alla musica e alla spiritualità, chiedendosi conseguentemente: “Quali soluzioni abbiamo per non trasformarci tutti negli androidi profetizzati da Philip K. Dick?” Testo breve tanto quanto illuminante, appunto. Vi consiglio di leggerlo e meditarvi sopra: cliccate sull’immagine per visualizzarlo interamente, dal sito di Artribune.
Poi, se vi interessa sapere la mia opinione al riguardo ovvero la risposta alla domanda dickiana posta – più avanti nell’articolo – da Caliandro “Che succede nel momento in cui la semplificazione culturale raggiunge il punto di non ritorno? Diventiamo tutti androidi?“, beh, sì, lo diventiamo. Anzi, ampia parte della popolazione lo è già diventata: spento definitivamente il cervello e meccanizzate le solite, invariabili azioni quotidiane – rompere tale routine è ormai percepita come qualcosa di potenzialmente rischioso – si è formalmente nella condizione di automi antropomorfi programmati per compiere certe attività e solo quelle ovvero comandati/comandabili a distanza in tutto e per tutto. Inclusa la funzione “OFF”.