La banalizzazione del paesaggio

[La Val di Non con il Lago di Santa Giustina. Foto di GianoM, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Oggi nella mia Val di Non e in Trentino molto è cambiato; molti paesaggi sono diventati uniformi,  indifferenziati. Laddove l’insidia non è rappresentata dagli interessi economici il paesaggio rurale e montano è minacciato dalla banalizzazione di un approccio utilitario e consumistico al territorio, per cui diventa oggetto di sfruttamento o di attrazione turistica e la sua bellezza anziché costituire un’esperienza estetica ed insieme etica, anziché produrre quel piacere misto a inquieto stupore che è all’origine di ogni rigenerazione profonda, è il teatro di emozioni fugaci e passeggere. Allo stesso modo la storia culturale di una comunità rischia così di essere confusa col folklore, privata del suo spessore.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

Paesaggio, identità, alterità

[Immagine tratta da pixabay.com.]

Un paesaggio può esprimere un’identità, se con essa si intende non un’appartenenza esclusiva ed escludente, una rigida e ritenuta immutabile forma o essenza comunitaria, ma piuttosto un’appartenenza e un riconoscimento. In questo senso possiamo allora dire che un paesaggio segna anche un’alterità, una differenza, un differenziamento. Si ri-conosce infatti un paesaggio, il proprio paesaggio, sempre in relazione ad altri paesaggi, nella loro integrazione, con-fusione o contrasto tra elementi naturali e artificiali, tra forme trasformate dall’azione. Un paesaggio è perciò un prodotto, il risultato di un’evoluzione, non mai una realtà statica e indifferenziata: evolve, si costruisce, così come si trasforma nel tempo, e non necessariamente a fini adattivi.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

Il paesaggio è cultura

[Foto di Paul Gilmore da Unsplash.]

Cosa intendiamo più propriamente quando ci riferiamo ad un paesaggio? Un paesaggio è il segno tangibile e durevole della progettazione, del lavoro, della coltivazione e formazione di un territorio; nel paesaggio si trasfonde lo “spirito” di una comunità in un certo tempo, i suoi valori, le sue occupazioni e preoccupazioni, i fini immediati e remoti per i quali lo si è trasformato, mantenuto, alterato o cancellato. Però un paesaggio non permane nel tempo, infatti evolve in relazione al mutare dei motivi e dei bisogni siano essi materiali o psicologici -, al mutare del senso che gli uomini danno al loro vivere, alla loro idea di felicità. Un paesaggio esprime dunque un’identità? Sì, però nella misura in cui favorisce un’identificazione, ovvero mi identifica, mi rappresenta. Nel momento in cui mi riconosco in esso, quel paesaggio è anche espressione della mia identità, è mio non perché lo domino ma in quanto lo abito ed esso nel contempo abita in me. Solo dopo aver dato un’identità al paesaggio possiamo dire di ricevere, anche, un’identità.

Questo è un passaggio di una bella riflessione di Giovanni Widmann, docente di filosofia e storia a Cles (Trento), intitolata Il paesaggio è cultura e pubblicata nel sito di Mountain Wilderness. Riflessione bella perché condensa alcuni dei concetti fondamentali sul tema del paesaggio esprimendone la sostanza in modo chiaro, rimarcando l’importanza ineludibile del valore culturale di esso per chiunque vi interagisca, sia esso abitante permanente, residente temporaneo o visitatore occasionale. Noi “creiamo” il paesaggio e, di rimando, il paesaggio crea noi: questa relazione è tra le più essenziali alla base del nostro stesso essere “civiltà” che abita il mondo – l’abitare è la prima forma di civilizzazione, in fondo – e la sua conoscenza è uno degli elementi culturali primari per dare sostanza alla nostra civiltà, oltre che per salvaguardare il mondo stesso e la bellezza dei suoi paesaggi.

Ringrazio di cuore Filippo Macchi per avermi segnalato il testo di Widmann – che potete leggere nella sua interezza qui – e per aver indirettamente (ma non troppo) “ispirato” questo mio articolo.

Il nerbo dell’Appennino

[Il Lago del Matese nei pressi di Bocca della Selva, nell’omonimo Parco Regionale. Fonte dell’immagine: elevation.maplogs.com.]

C’erano una volta sull’Appennino i popoli di montagna. La loro terra non bastava a sfamarli tutti. Per sopravvivere, decisero di sacrificare i loro figli in primavera, ogni certo numero di anni. Era il sangue del cosiddetto Ver sacrum, l’atroce “primavera sacra” dei popoli italici. Nei secoli il rituale si umanizzò e si scelse di espellere, anziché uccidere, gli uomini in sovrabbondanza. Partivano a eserciti, nelle primavere stabilite, accompagnati dell’emblema di un animale totemico. Hirpus e luk, il lupo; picus, il picchio; vitulus, il vitello. Così nacquero popoli che furono il nerbo dell’Appennino: Irpini, Piceni, Lucani.
Posti dove l’orrido si ostenta ai forestieri. Gole senza fondo, strade che vi si infilano senza nemmeno lo spazio per i paracarri; curve a picco sul nulla come nelle illustrazioni dantesche del Doré, insegne che additano il “Saloon dell’Impiccato” o valloni arcigni come la Bocca della Selva. Per sfamarsi, questi cominciarono a premere su città, coste e pianure, ma vennero ricacciati indietro. E quando Roma cominciò a espandersi, si arroccarono sulle montagne adottando una tecnica “afghana” di agguati, senza mai scontri in campo aperto. Spesso si federarono, comunicando fra loro con una rete di tratturi. Forse gli stessi che Annibale avrebbe attraversato per scendere verso Roma.

(Paolo RumizAnnibale. Un viaggioFeltrinelli 2008, pagg.138-139.)