MONTAG/NEWS #16: notizie recenti e interessanti dalle montagne (in attesa che le Olimpiadi passino, come l’influenza!)

Già: come mi ha scritto un amico con brillante sagacia, le Olimpiadi di Milano Cortina sono “arrivate” e passeranno come l’influenza, dalla quale una volta guariti ci si può dimenticare rapidamente (speran do che non lascino strascichi troppo pesanti, ovviamente). Nel frattempo sulle montagne succedono molte altre cose significative, dunque ecco a voi una nuova mini-rassegna stampa settimanale delle notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete e sulla stampa più interessanti da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. È una piccola ma spero stimolante selezione utile a non perdere alcune delle notizie più significative tra le innumerevoli (spesso per nulla interessanti) che escono tra la stampa e il web. Durante la settimana le più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


UNA GRANDE SCULTURA TRA I MONTI DELL’ENGADINA

Dal 27 gennaio scorso fa bella mostra di sé (e lo farà per tre anni) sulle rive del lago di Silvaplana, a Sils Maria (Engadina), “STRIP TOWER (962)”, una grande scultura in piastrelle di ceramica a strisce luminose del noto artista tedesco Gerhard Richter. L’installazione è pensata affinché i visitatori, immersi all’interno di essa in campi di colore e luce, incontrino un lavoro che coinvolge la percezione e la materialità mentre entrano in dialogo con il paesaggio alpino di Sils Maria. La sua presenza riconferma le Alpi come sede di seria produzione culturale, dove la sperimentazione artistica può dispiegarsi con profondità e responsabilità. Ovviamente molti la troveranno brutta e invasiva, molti altri ne saranno entusiasti e la ameranno. L’arte deve fare (anche) questo, in fondo.


C’È TROPPO TRAFFICO NELLE ALPI (MA L’ITALIA NE VORREBBE ANCHE DI PIÙ!)

Mentre le istituzioni governative continuano a parlare – o forse più blaterare – di sostenibilità, l’Italia ha chiesto all’Austria di abolire le misure di gestione del traffico in vigore in Tirolo: una pretesa insensata che, se accolta, provocherebbe impatti ambientali pesantissimi su quella regione delle Alpi creando un pericoloso precedente. Per questo 67 organizzazioni alpine, con la CIPRA International primo firmatario, hanno indirizzato una lettera aperta al Commissario europeo e ai Ministri dei trasporti dei paesi alpini per mantenere le misure di gestione e anzi implementarle, potenziando il traffico merci su rotaia per salvaguardare l’ambiente e proteggere la qualità della vita della popolazione delle Alpi.


[Foto ANSA/Daniel Dal Zennaro.]
IL SUCCESSONE DELLE OLIMPIADI

Milano Cortina un successone? Mica tanto! A partire dall’inizio, dalla cerimonia inaugurale che è lontana dal sold out: ci sono ancora 10mila biglietti invenduti, gli sconti a under 26 e volontari, uniti ai biglietti gratis per i politici, non sono riusciti a riempire lo stadio. E così la Fondazione Milano Cortina ha lanciato una nuova promozione, il “prendi due e paghi uno”, nemmeno fossimo al supermercato. Ciò a confermare un fatto ormai evidente: lo scarso entusiasmo verso queste Olimpiadi, così male organizzate e rese invise a molti nonostante quanto affermato dalla propaganda istituzionale. Un ennesimo aspetto del disastro olimpico, insomma.


«A CORTINA CI VUOLE L’AEROPORTOOOOO!»

Non è una notizia recentissima, questa (viene da “GuidaViaggi” del 28 novembre scorso), ma lo sconcerto che ne deriva resta costante nel tempo: la pittoresca Ministra del Turismo in carica continua a pensare che a Cortina d’Ampezzo serva l’aeroporto. «Non cambio idea. Senza aeroporto non faremo il salto di qualità» sostiene. Vista la realtà attuale di Cortina e la sua esasperata turistificazione, viene spontaneo chiedersi di che “qualità” e di quale “salto” stia parlando e, ancor più, come ne parlerebbe alla comunità ampezzana per imporle questa sua “idea”. Come se la pista di bob, la cabinovia Apollonio-Socrepes e tutto il resto di più o meno “olimpico” non fossero già troppo. Oppure hanno ragione quelli che dicono che a Cortina ormai vale tutto?


SENZA SCI LA MONTAGNA MUORE? NO!

Mentre i reggenti dell’industria dello sci, e la politica ad essi sodale, continuano a sostenere che solo i comprensori sciistici possano salvare le montane italiane, aumentano di continuo le località che invece dimostrano il contrario. Su “Montagna.tvEttore Pettinaroli racconta l’esperienza di Valsavarenche, che quattro anni fa dismise la propria seggiovia rinunciando consapevolmente al turismo sciistico per valorizzare tutto il resto: cascate di ghiaccio, sci di fondo, skialp e itinerari con le ciaspole nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. E da allora i visitatori continuano a aumentare, mantenendo vivo il territorio e la sua economia.

Proprio non ce la facciamo a capirla (a meno di andare tutti alle Svalbard)

[Panorama di Ny-Ålesund, tratto da www.facebook.com/nyalesundresearch.]
La ticinese Tessa Viglezio è una scienziata giovane (è nata nel 1997) ma dal curriculum notevole e già prestigioso. Laureata in biologia e con un master in Ecologia e Conservazione, è stata capo della stazione italiana di ricerca polare “Dirigibile Italia” del CNR a Ny-Ålesund, sulle isole Svalbard, mentre ora lavora per il Consorzio internazionale Sios, che gestisce il sistema integrato di osservazione dei territori artici delle Svalbard le cui misurazioni supportano le ricerche scientifiche sul sistema meteoclimatico e ambientale del nostro pianeta.

[Tessa Viglezio in un’immagine tratta da www.facebook.com/dirigibileitalia.]
Intervistata da Andrea Bertagni sul “Corriere del Ticino”, ha formulato – da scienziata tanto quanto da Sapiensalcune considerazioni estremamente significative sul clima attuale e sul rapporto tra le Alpi e noi abitanti dei loro territori. Eccone alcune:

«Alle isole Svalbard i ritmi non sono frenetici come quelli europei, è tutto molto più lento. Anzi, non tutto. Il cambiamento climatico è ad esempio avvenuto in modo molto più veloce». Le temperature sono drasticamente salite, mettendo a rischio gli stessi abitanti, che avendo costruito le loro case sul permafrost, sono costretti a ristrutturare continuamente, visto che il permafrost si sta riducendo molto velocemente rendendo il terreno instabile.

«Quando torno a casa, mi rendo conto che in Svizzera e in Ticino il cambiamento climatico non è avvertito come un problema urgente come invece succede alle Svalbard dove è sotto gli occhi di tutti. Me ne rendo conto e un po’ mi rattristo perché c’è poca consapevolezza che prima o poi i suoi effetti arriveranno e si manifesteranno in tutto il suo clamore anche in Svizzera». Non che qualcosa non stia già succedendo, come dimostrano lo scioglimento dei ghiacciai alpini o l’innalzamento generale delle temperature. Ma se il surriscaldamento del clima costringe già oggi a ricostruire casa forse la presa di coscienza è diversa. Senza il forse. E il fenomeno appare in tutta la sua reale forza e presenza. «È solo questione di tempo prima o poi gli effetti del cambiamento non potremo fare a meno di vederli con i nostri occhi anche in Svizzera e in Ticino.

[Tessa Viglezio con il collega glaciologo Jacopo Pasotti al lavoro negli ambienti polari delle Svalbard. Immagine tratta dal profilo Instagram di Jacopo Pasotti.]

Nel frattempo potrebbero essere messi in campo azioni e strumenti capaci di rallentare l’innalzamento delle temperature e tutto quello che si porta dietro. «Abbiamo le tecnologie e le capacità di innovazione, usiamole anche per il clima».

Così Tessa Viglezio chiude le proprie considerazioni, con una speranza che è però anche un appello alle istituzioni pubbliche affinché agiscano finalmente e concretamente per contrastare le conseguenze della crisi climatica. D’altro canto pure sulle Alpi tali conseguenze, con i disastri che ne conseguono, si fanno sempre più frequenti e distruttive: basti pensare alle frane da fusione del permafrost, alle esondazioni di fiumi e torrenti che si fanno viepiù violente, ai fenomeni estremi come la tempesta Vaia, eccetera. Probabilmente noi qui, a differenza degli abitanti delle isole Svalbard, siano meno sensibili, più distratti, convinti che in un modo o nell’altro ce la possiamo sempre cavare, troppo viziati per percepire e elaborare il rischio. O forse, mi viene da temere, non abbiamo (più) la stessa relazione con il territorio nel quale abitiamo che invece le genti delle Svalbard ancora conservano, non ci sentiamo più legati ad esso, all’ambiente naturale del quale abbiamo dimenticato di fare parte. Così, inevitabilmente, non sappiamo più cogliere i segnali d’allarme che il territorio e l’ambiente ci inviano attraverso i fenomeni in rapida estremizzazione, e di questa svagatezza diffusa la politica – a livello globale salvo rarissime eccezioni, purtroppo – se ne approfitta per soprassedere al problema, liquidandolo con tante belle parole ma con ben pochi fatti concreti: le tante COP sul clima susseguitesi nel corso degli anni lo dimostrano bene.

[L’altipiano di Fellaria, nel Gruppo del Bernina, uno dei pochi ambienti “polari” delle Alpi lombarde. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]
Dobbiamo arrivare a subire i disagi degli abitanti delle Svalbard e vederci trasformare, degradare, rovinare i territori nei quali abitiamo per essere più consapevoli di ciò che sta succedendo a noi e all’intero nostro pianeta e dunque per intimare alla classe politica di smetterla di blaterare e invece agire con decisione e rapidità al fine di scongiurare conseguenze ancora più deleterie della crisi climatica? O preferiamo continuare a pensare che, anche stavolta, «andrà tutto bene»?

La “doppia verità” delle Olimpiadi

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Uno degli aspetti più riprovevoli e per molti versi inquietanti che hanno contraddistinto l’organizzazione dei Giochi di Milano Cortina è stata l’assenza, se non proprio la negazione, di qualsiasi interlocuzione concreta con le comunità dei territori coinvolti. Comunità che non solo non hanno potuto avere voce in capitolo sulle opere olimpiche e su quanto ad esse correlato, ma che si sono ritrovate nella condizione di essere assoggettate alle decisioni degli organizzatori e dunque sostanzialmente in “ostaggio” delle Olimpiadi, nel frattempo assistendo alla trasformazione, spesso in forma di cementificazione, dei propri luoghi di vita e di lavoro. Da tutto questo, anche più delle opere stesse e della loro utilità o inutilità, deriva in gran parte il malcontento, sovente profondo, delle comunità “olimpiche”: una bella parte del loro futuro è stato scippato e buttato nella retorica olimpica della “legacy” e della propaganda conseguente, strumentale all’imposizione dei Giochi e delle opere olimpiche.

Così, alla realtà dei fatti la cui verità oggettiva si può ben cogliere nei territori olimpici, gli organizzatori delle Olimpiadi vi sovrappongono da tempo – e ora in modo sempre più crescente, data l’imminenza dell’inaugurazione dei Giochi – una realtà fittizia e delle verità strumentali, tentando di occultare come stanno veramente le cose spesso con l’aiuto compiacente della “solita” stampa. Cose che tuttavia sono ormai troppo grandi da nascondere e che infatti vengono còlte da chi tra i media d’informazione conserva uno sguardo obiettivo e dagli abitanti delle comunità coinvolte che non accettano di vedere i propri territori così maltrattati.

Eccovi tre esempi eloquenti, uno per ciascuno dei principali territori olimpici, della doppia verità di Milano Cortina 2026, nell’ordine cronologico nel quale sono usciti sulla stampa. A voi stabilire quale sia quella strumentale e quella oggettiva.

Da Milano:

«C’è una grande eccitazione, ci stiamo avvicinando alla cerimonia di apertura e siamo molto lieti per tutto quello che è stato fatto. Ovunque si percepisce lo spirito olimpico.»
[Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, 29 gennaio. Fonte qui.]

«Manca una settimana all’inizio delle Olimpiadi ma camminando per la città non si ha più di tanto l’impressione che un evento così importante sia imminente. Nelle ultime settimane sono state messe decorazioni, lucine, murales e strutture soprattutto in centro e nei punti dove passeranno atleti, delegazioni e turisti, ma nel resto di Milano le Olimpiadi stanno passando in sordina.»
[“Colonne”, la newsletter su Milano de “Il Post”, 30 gennaio. Fonte qui.]

Dalla Valtellina:

«Questa è la promessa della Lombardia: una Valtellina che, il 31 gennaio, quando la Fiamma accende il braciere a Sondrio, non è soltanto una tappa del viaggio olimpico, ma la dichiarazione di una rinascita. La Valtellina, con la Lombardia, ha vinto la sfida di trasformare un grande evento in una risorsa duratura per le comunità locali.»
[“Valtellina, una sfida vinta. I Giochi trasformati in risorsa per il territorio”, “Il Giorno”, 31 gennaio, fonte qui.]

«Da quando sono a Bormio, lavorando ogni giorno in negozio, c’è una frase che sento ripetere spesso. La dicono persone diverse, di età diverse, con toni diversi. Ma il senso è quasi sempre lo stesso: “Speriamo che passino in fretta”. Non è rabbia. Non è nemmeno disinteresse. È piuttosto una forma di stanchezza anticipata, la sensazione che questo grande evento, raccontato come un’occasione irripetibile, stia arrivando più addosso che insieme a chi qui vive tutto l’anno. Basta trovarsi sul territorio per accorgersi che la distanza tra racconto e realtà è ampia.»
[Giovanni Piazza, “Quello che non ci dicono sulle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026”, su “Bira Bottega Broadcast”, 31 gennaio, fonte qui.]

Da Cortina:

«Qui è una follia. Come avrai notato sembra che su Cortina si sia abbattuto un cataclisma. Noi residenti ci sentiamo sempre più estranei a casa nostra. Coinvolti noi? No. Qui è tutto calato dall’alto. Il nostro paese si sta trasformando in una scenografia che sembra creata ad hoc per appagare l’immaginario di chi proviene da fuori; è un’autenticità rappresentata… che non ci rappresenta. Sembra di vivere nelle riserve indigene, e l’assenza di un confronto rischia di creare delle spaccature nella comunità.»
[“Cosa pensano delle Olimpiadi i giovani di Cortina? “Sembra di vivere nelle riserve indigene. Il nostro paese si sta trasformando in una scenografia per turisti”, “L’AltraMontagna”, 31 gennaio, fonte qui.]

«Se l’Alberto Sordi che arrivava nella località ampezzana spinto dal Conte Max Orsini Varaldo nel film «Il conte Max» (1957) potesse mettere piede oggi nella Cortina che si prepara ad accogliere le Olimpiadi invernali sessant’anni dopo quelle mitiche del ’56, troverebbe una Regina delle Dolomiti in piena forma, con i caminetti pronti a scaldare ricevimenti e cocktail, après-ski nei club a bordo pista e case private che si aprono a sportivi con lo scarpone slacciato dopo le gare a cinque cerchi. Perché, come ripetono i cortinesi doc e d’adozione in queste ore «le Olimpiadi saranno il nostro Capodanno».
[“Qui Cortina. Lo Chalet privato per Tom Cruise e le cene con fiaccola per i reali: «Sarà il nostro Capodanno»”, “Corriere della Sera”, 2 febbraio, fonte qui.]

Una conseguenza della crisi climatica poco considerata che mette a rischio la nostra identità

[Castel Hauenstein, posto a 1300 metri di quota sopra Siusi allo Sciliar, in Alto Adige. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Se la sensibilizzazione nei confronti della crisi climatica e delle sue maggiori conseguenze è ormai diffusa – seppur ciò non significa che la nostra società civile ne sia ancora così consapevole, visti certi comportamenti mantenuti e un atteggiamento che resta piuttosto superficiale al riguardo, vi sono altre conseguenze altrettanto importanti e gravi che il cambiamento del clima comporta che tuttavia vengono ben poco considerate, nonostante il loro portato ci coinvolga tutti. Ad esempio quelle sul nostro patrimonio culturale, un aspetto particolarmente significativo per l’Italia anche nei territori montani. La crisi climatica, insomma, mette a rischio non solo l’ambiente naturale ma pure ciò che nei secoli l’uomo vi ha costruito e oggi rappresenta un patrimonio di cultura fondamentale, che come nessun altra cosa dà forma e sostanza all’identità delle nostre montagne e alle comunità che le abitano.

Ho recuperato un articolo molto interessante al riguardo che è stato pubblicato sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.153 a firma di Alessandra Bonazza, ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche d’Italia – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC), dove è Responsabile dell’Unità “Impatti su Ambiente, Beni Culturali e Salute Umana”.

Così Bonazza introduce il tema, del quale è probabilmente la massima esperta in Italia:

In un momento in cui viene dato sempre più richiamo alle sfide che dobbiamo affrontare in seguito ai cambiamenti climatici, sorprende come solo di recente l’attenzione si sia soffermata in modo più sostanziale sulla constatazione degli impatti e rischi per il patrimonio culturale.
Fulcro della nostra identità culturale e ponte generazionale senza soluzione di continuità, il patrimonio costruito e paesaggistico è senza dubbio a forte rischio per effetto delle variazioni graduali ed estreme dei parametri climatici, quali ad esempio temperatura e precipitazioni.

Bonazza illustra poi cosa si sta facendo in concreto per gestire la questione:

È di recente sviluppo lo studio per la messa a punto di proiezioni dei rischi cui potrebbe essere sottoposto il patrimonio culturale per effetto di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici nel vicino (2021-2050) e lontano futuro (2071-2100). Nonostante sia ampiamente riconosciuto il danno causato sui beni culturali da piogge intense, inondazioni, allagamenti e periodi prolungati siccitosi, questa tematica di ricerca è complessa e richiede una attenta analisi della pericolosità a livello locale, degli elementi determinanti la vulnerabilità di un bene a uno specifico rischio climatico e delle caratteristiche che governano la sua maggiore o minore esposizione agli eventi.
Questo strumento, chiamato Risk Mapping Tool for Cultural Heritage Protection, permette di analizzare la pericolosità territoriale a scala europea e del bacino del Mediterraneo a diverse serie temporali e di visualizzare e scaricare mappe con risoluzione spaziale di ~12 km, basate su dati forniti da modelli climatici regionali e da servizi satellitari del programma Copernicus. Prevede l’utilizzo di indici per valutare la pericolosità da eventi estremi legati a variazioni di temperatura e precipitazione.

L’utilizzo di questo strumento scientifico ha già dato alcune risposte estremamente significative:

Gli output mostrano ad esempio come i siti archeologici lungo la costa adriatica e il patrimonio diffuso dell’arco alpino siano previsti essere particolarmente a rischio nel lontano futuro per effetto dell’aumento della frequenza e intensità degli eventi estremi di precipitazione indicati da aumenti dei valori degli indici relativi.

[Il Castello di Rocca Calascio, sito a 1400 metri di quota nell’omonimo comune dell’Abruzzo. Foto di Justinawind, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dunque stiamo correndo il rischio che anche il nostro patrimonio culturale alpino, quello che grazie alla propria inscindibile correlazione con l’ambiente naturale e il paesaggio dà forma e sostanza all’identità dei territori alpini, dunque delle comunità che li abitano, possa subire conseguenze serie dal peggioramento pressoché certo della crisi climatica e dei suoi effetti. Il fatto che tale rischio possa manifestarsi «nel lontano futuro», come scrive Alessandra Bonazza, non può e non deve esimerci – come società civile e come rappresentanze politiche – dal prevenire quei rischi ed evitarli il più possibile. Se il paesaggio, in quanto elemento culturale determinato dall’unione di elementi naturali e antropici per come lo percepiamo nella relazione che intessiamo con esso, dovesse degradarsi in entrambi gli ambiti, inevitabilmente comporterebbe il degrado della nostra relazione identitaria, dunque anche di noi stessi in quanto suoi abitanti.

È un rischio parecchio grave che, ribadisco, possiamo e dobbiamo chiedere di prevenire.

P.S.: qui potete trovare alcuni altri articoli di Alessandra Bonazza sul tema della protezione del patrimonio culturale dai rischi climatici.

14 miliardi di Euro spesi bene (un altro post “populista”)

[Immagine tratta da www.ansa.it.]
Vi propongo un’altra riflessione “populista” e “demagogica” – e, sinceramente, se tale viene giudicata, sono fiero che lo sia.

La frana che sta interessando Niscemi, in Sicilia, è l’ennesima e non più necessaria dimostrazione di quanto il territorio italiano sia fragile e ovunque – sulle montagne, lungo le coste, anche in pianura – in balìa di numerosi dissesti idrogeologici, a volte naturali o causati dall’estremizzazione delle condizioni meteo climatiche, altre volte indotte da un’antropizzazione malfatta quando non palesemente sconsiderata del territorio. Su tali dissesti si interviene quasi sempre a danno fatto in modo emergenziale, con costi dell’ordine di miliardi di Euro (per le sole recenti mareggiate che hanno devastato le coste siciliane si stimano 2 miliardi di danni), mentre una ben più adeguata gestione idrogeologica (nonché urbanistica) del territorio nazionale ne eviterebbe molti, con notevole risparmio delle risorse pubbliche da un lato e maggior cura (anche estetica) del territorio e dei suoi paesaggi dall’altro.

Bene: posto ciò, si vorrebbero spendere 14 miliardi e rotti di soldi pubblici per la realizzazione di un ponte – quello sullo Stretto di Messina, certo – sostanzialmente inutile allo stato di fatto delle cose oltre che opinabile per mille diversi e validi motivi. Perché non utilizzare quella cifra così ingente – di soldi pubblici, ribadisco – per mettere preventivamente in sicurezza il territorio nazionale dal dissesto idrogeologico, il cui rischio peraltro aumenta in modo proporzionale all’evolversi della crisi climatica, mettendo dunque in sicurezza noi tutti che lo abitiamo e frequentiamo?

Quanti problemi al riguardo, quante situazioni di criticità si potrebbero sistemare e risolvere con 14 miliardi di Euro? O ci va bene di ammettere la realizzazione di un ponte “straordinario” al servizio di un territorio il cui dissesto è sempre più ordinario?

Ecco, “populismo” e “demagogia”. Infatti.