Toilet paper ski

A ben vedere gli inverni recenti – e non solo gli ultimissimi ma da qualche lustro a questa parte, salvo annate “normali” ormai sempre meno frequenti – ci sarebbe proprio da creare una nuova categoria turistico-sciistica di portata internazionale, per questo da identificare con una consona espressione anglofona (cosa d’altronde conveniente anche per attrarre nuovi turisti, soprattutto da certi paesi esotici che già vi si stanno abituando a queste “innovazioni”). Dunque, con l’alpine ski, il nordic ski, lo snowboard, il freestyle ski, lo ski mountaineering eccetera, ecco la novità di questi ultimi anni: il toilet paper ski!

Fantastico, vero?

Be’, sì, è evidente che una definizione come quella fa venire in mente cose poco nobili, ma in fondo anche per tale aspetto appare piuttosto consona alla propria realtà di fatto, non solo visiva. Già.

Le Alpi e i cambiamenti climatici, in due minuti

Quali sono gli effetti del cambiamento climatico sulle Alpi? In che modo l’aumento delle temperature è legato ai pericoli naturali nella regione alpina? Lo spiega in meno di due minuti questo efficace video prodotto dall’Iniziativa delle Alpi, associazione svizzera che ha l’obiettivo di proteggere le Alpi come ecosistema ecologicamente sensibile e di salvaguardarle come spazio vitale. Inoltre, quale organizzazione ambientalista, appoggia una politica dei trasporti sostenibile e si impegna per sviluppare e promuovere le misure di protezione del clima. Peraltro di Alpen Initiative, il nome originale tedesco, avevo già scritto qui.

Ovviamente, il video è da vedere e meditare, cliccando lì sopra.

Sull’ordinanza altoatesina che da qualche giorno proibisce l’innevamento artificiale

Noto che sul web e sui social ha ricevuto parecchio risalto la notizia dell’ordinanza sul risparmio idrico a causa della siccità emessa dalla Provincia Autonoma di Bolzano la quale, tra le altre cose, proibisce qualsiasi tipo di «innevamento tecnico», ovvero la produzione di neve artificiale per le piste da sci. L’ordinanza è stata commentata in alcuni casi positivamente, come una presa di coscienza dell’ente provinciale altoatesino rispetto alla gravità dell’emergenza idrica in atto e contro le pretese dei gestori dei comprensori sciistici – nel sito di Mountain Wilderness Italia c’è un articolo che spiega bene la questione, firmato da Luigi Casanova.

A me invece, che invecchiando divento diffidente e acido, quello della provincia di Bolzano mi pare un ennesimo atto di mera sottomissione all’industria dello sci. Sì, perché l’ordinanza è stata emessa il 22 marzo scorso, ovvero quando ormai non ci sono più le condizioni climatiche, e nemmeno l’interesse economico, affinché nei comprensori sciistici si continui a produrre neve artificiale, quando di contro è da settimane che la situazione di grave carenza idrica viene rimarcata e denunciata, senza considerare il fatto che l’emergenza in corso non è che la continuazione di quella dello scorso anno, mai risolta viste la scarse precipitazioni autunnali e invernali. Un’ordinanza del genere avrebbe avuto ben diverso valore se emessa settimane fa, appunto, quando già era evidente che il deficit idrico fosse ingente e non recuperabile a breve e il risparmio di acqua sarebbe stato ben più significativo: ma si era ancora in inverno e c’era da imbiancare di neve artificiale le piste da sci, dunque promulgare un’ordinanza di gestione «parsimoniosa, sostenibile ed efficace» dell’acqua senza vietare l’innevamento artificiale sarebbe risultato un atto fin troppo ipocrita. Ora invece la cosa dà meno nell’occhio, probabilmente, ma per certi versi l’ipocrisia di fondo è anche maggiore; si può pensare che ciò sia giusto o sbagliato, che sia stato necessario dare priorità di salvaguardia al comparto turistico-sciistico più che a quello agricolo e che ciò sia legittimo e saggio oppure no ma, ribadisco, la sostanza della questione a mio modo di vedere non cambia. In pratica, si è deciso di chiudere il recinto quando ormai la maggior parte dei buoi sono già scappati e dentro ne restano molti meno di quelli originari.

Non credo che questa sia una condotta così virtuosa, in senso generale ovvero nella valutazione complessiva degli interessi e delle necessità dell’intero comparto economico locale – visto che non esiste solo il turismo, per nella sua importanza. Anzi, mi pare evidente che gli interessi di certi settori vengano ritenuti politicamente più salvaguardabili di altri ovvero dotato di maggiori diritti di altri: così mentre già prima agli agricoltori del fondovalle arrivava pochissima acqua (buona parte dei corsi d’acqua, con le relative derivazioni, sono a secco non da settimane ma da mesi) e ora ne avranno ancora meno da utilizzare, i comprensori sciistici sui monti hanno potuto utilizzare l’acqua a piacimento praticamente fino a fine stagione; e che il consumo idrico degli impianti di innevamento artificiale sia solo una piccola parte di quello generale o che si sia voluto avvantaggiare il comparto economico che a livello produce il PIL maggiore non cambia la questione, che è innanzi tutto di condotta amministrativa pubblica e di principio politico-economico; l’eventuale convenienza strategica semmai viene dopo. Ecco, da questo punto di vista io penso sia una questione piuttosto grave e per nulla virtuosa – parere personale, ripeto.

A sciare in inverno come si faceva in estate

A volte, meditando sulla situazione climatica e sulle sue conseguenze rispetto al turismo sciistico, ho pensato tra me, ridendo: sta a vedere che, con i cambiamenti climatici che fanno nevicare a quote sempre più alte – quando nevica in un senso accettabile del termine! – finirà che d’inverno si andrà a sciare a 3000 metri sui ghiacciai come si faceva una volta ma d’estate, perché lassù il clima e la neve saranno quelli che oggi d’inverno sempre meno si possono trovare alle quote “classiche”, nei comprensori che purtroppo, di questo passo, nel periodo invernale non riusciranno nemmeno più a produrre neve artificiale o a conservarla sulle piste.

Ma me lo dicevo scherzosamente, appunto, pensando come in fondo un’ipotesi del genere non potesse che essere solo una divertente baggianata

Ecco. Maledizione a me che mi metto a pensare certe cose!

N.B.: l’articolo è apparso su “La Provincia di Sondrio” venerdì 24 marzo 2023. Ringrazio l’amico Angelo Costanzo che me l’ha inviato.

N.B.#2: per dovere di cronaca storica, è interessante sapere che il Passo dello Stelvio fino al 1915 venne mantenuto transitabile anche in pieno inverno nonostante le nevicate del tempo fossero ben maggiori di quelle odierne. L’apertura invernale venne interrotta e poi definitivamente interdetta degli eventi bellici della Prima Guerra Mondiale.

La siccità (non) fa rima con volontà

[Il fiume Po, ovvero quel che ne rimane, a Polesine Zibello (Parma). Foto di Paolo Panni tratta da www.oglioponews.it.]

È ormai risaputo che il cambiamento climatico causa un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, come alluvioni e siccità, ma per la comunità scientifica non è immediato ricondurre un singolo fenomeno di questo tipo all’aumento della concentrazione atmosferica di gas serra. Per accertare eventuali rapporti di causa ed effetto servono studi appositi. Nel caso della siccità che da più di un anno sta colpendo il Nord Italia oltre che la Francia, la Svizzera e altre regioni europee, causando molti problemi sia al settore agricolo che a quello della produzione di energia, ne è stato pubblicato uno da poco: dice che il cambiamento climatico l’ha aggravata.
Semplificando i risultati dello studio, è emerso che siccità analoghe a quella di questi mesi erano meno estese geograficamente e meno lunghe: il riscaldamento globale sembra aver ampliato le zone di alta pressione e causato una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo e dalle piante.

[Da La siccità nel Nord Italia sembra legata al cambiamento climatico, articolo pubblicato su “Il Post” il 4 marzo 2023. Lo potete leggere interamente anche cliccando sull’immagine lì sopra.]

Che una regione geografica come la Pianura Padana ovvero l’Italia settentrionale in generale, ai piedi della più importante e elevata catena montuosa europea con i suoi ghiacciai pur in sofferenza e i numerosi vasti bacini imbriferi delle sue vallate, possa soffrire la siccità appare ancora oggi una cosa incredibile. E invece sta accadendo, per il secondo anno di fila e in modo vieppiù grave.

Forse anche per questo non siamo così sensibili nei confronti della crisi climatica in atto, così repentina e in certi casi drammatica: fatichiamo a credere che qualcosa di tanto rilevante stia accadendo, non ce ne capacitiamo, restiamo aggrappati alla convinzione che sia qualcosa di occasionale, che presto tutto quanto tornerà come prima quando invece ogni evidenza scientifica segnala il contrario. Di qualsiasi entità sarà l’effetto dei cambiamenti climatici in corso (speriamo non troppo grave) dovremmo finalmente e globalmente progettare, sviluppare e attivare la più efficace resilienza possibile. Cosa che possiamo benissimo fare se lo vogliamo, ovvero se la massa critica della società imporrà ai governi e alle istituzioni di farlo senza più tentennamenti. Potrebbe facilmente uscirne una grande occasione di progresso globale, per giunta, a tutto vantaggio in primis proprio di governi e istituzioni.

Come scrisse Spinoza, «La volontà e l’intelletto sono la stessa e unica cosa.» Ecco forse perché, nell’incapacità di pensare, concepire, comprendere ovvero di sensibilizzare l’intelletto alla realtà in corso, non sappiamo nemmeno ricavare la volontà di sviluppare la necessaria resilienza per noi stessi. Fino a quando possiamo andare avanti, così?