Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste

Il grande difetto di tutte le dottrine collettiviste, che siano di tipo politico, sindacalista, cooperativista, nazionalista, sovietista o altro, sarà sempre lo stesso: favorire la paura e l’odio dei mediocri verso qualsiasi valore individuale, stimolare il fanatismo verso ogni spirito libero. Così facendo, si sgretolano le risorse essenziali per qualsiasi evoluzione umana.

(Henry-Léon Follin, Parole di un vedente (Paroles d’un Voyant), 1934.)

Ennesime parole, quelle di Follin – giornalista francese, pensatore individualista, esperto di economia politica e sociale e autore di numerosi saggi al riguardo – che a quasi un secolo di distanza dalla loro formulazione risultano non solo del tutto valide, ma pure necessarie. A quei tempi molti regimi totalitari di opposte basi ideologiche e identiche realtà pratiche minacciavano in modo evidente le libertà individuali, oggi simili minacce permangono per forza di governi dichiaratamente “democratici”, dimostrando che il “potere”, in qualsiasi forma si manifesti, mai potrà andare d’accordo con la vera libertà. Se ne dirà difensore e alleato, la lusingherà con le parole più belle e apparentemente nobili, ne chiederà il supporto per i propri fini promettendo adeguate contropartite ma, prima o poi, finirà inesorabilmente – ovvero a causa della propria ineluttabile antitetica natura – per attaccarla e soffocarla.

My name is Bond, Brexit Bond!

Ora a me, sinceramente, ‘sta Brexit mi pare una cretinata notevole – non tanto per la cosa in sé, che potrebbe pure essere sostenibile, quanto per come dagli inglesi sia stata concepita, per chi l’abbia votata e per il modo col quale verrà (o non verrà) messa in atto.
Tuttavia, porca miseria, come faccio a prendermela con il paese che ha inventato James Bond?

Maledetti figli di… Albione!

Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito

Lucio Fontana, “Concetto spaziale, attese”, 1964.

Non di rado mi ritrovo a chiacchierare di arte contemporanea con amici e conoscenti non troppo avvezzi ad essa i quali sostengono di “non capirla”, oppure di non riconoscerle alcun valore artistico – nel senso “classico” del termine – finché spesso, in quelle chiacchierate, rispunta ciò che si può ormai definire un “luogo comune” sul tema: «Ah, ma quella roba lì la potevo fare anch’io!».

Ecco dunque che io mi ci metto d’impegno* per cercare di spiegare il rivoluzionario superamento della superficie della tela, e del relativo limite espressivo, dei tagli nei Concetti Spaziali di Lucio Fontana, o la geniale e sagacissima critica al mercato della Merda d’Artista di Piero Manzoni, oppure il tanto provocatorio quanto illuminante e indubitabile messaggio al mondo contemporaneo sulle fondamenta della sua società lanciato da L.O.V.E. – la mano tesa nel saluto romano rotta con le dita mozzate a parte il solo solo dito medio – di Maurizio Cattelan davanti alla Borsa di Milano – tre esempi a caso tra gli innumerevoli che potrei citare… ma di frequente è uno sforzo inutile, l’incomprensione e la diffidenza quando non il disprezzo (ovvero la mancanza di volontà d’approfondimento e di riflessione, se posso dire, con tutto il rispetto) restano.

Ma, cari amici che dite di “non capire” l’arte contemporanea: e se provaste a riflettere sul fatto che, se essa vi risulti incomprensibile, ciò sia un preciso fine della stessa, ovvero un elemento di accrescimento della sua attrattiva? Se vi dicessi che, sovente, è lo stesso artista a rendere la sua opera di difficile comprensione, dacché vuole spronarvi a riflettere ancor più del normale su di essa, sul messaggio che porta con sé e sulla sua portata artistico-culturale? Se tale “difficoltà” fosse l’indispensabile elemento di rottura nelle vostre (presunte) certezze e convinzioni, per far sì che possiate farle evolvere verso nuovi ancorché ignorati livelli di comprensione e di illuminazione?

Uno degli scopi fondamentali dell’arte contemporanea è proprio questo, in fondo: offrire nuove quando non rivoluzionarie («L’arte o è plagio o è rivoluzione» disse Paul Gauguin) visioni, letture, concezioni e rivelazioni sul mondo, sulla realtà e sulla vita che, in quanto tali, all’inizio pochi sanno comprendere e apprezzare nonché molti arrivano a disprezzare. Ma fu proprio un grandissimo maestro del “non comprensibile” come René Magritte a sostenere che «Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito»: una provocazione, per certi versi, ma pure un principio fondamentale dell’arte di maggior valore culturale, e la miglior risposta, da una delle più sublimi fonti possibili, a chi si ostina a non voler capire l’arte contemporanea.

E per quelli che dicono «Ah, ma quella roba lì la potevo fare anch’io!»: be’, allora perché non l’hai fatta tu?

(*: sia chiaro che io disquisisco di arte da mero appassionato e non voglio certo millantare le competenze e la bravura di un critico, che è la figura deputata a fare da mediatrice tra opera d’arte e fruitore. Nell’articolo ho semplificato la questione perché ciò di cui voglio parlare è altro; l’eventuale dibattimento sul ruolo della critica nelle situazioni descritte (peraltro molto attivo nel mondo dell’arte) ne svierebbe il senso finale.)

Auguri, Matera!

Tra pochi giorni, esattamente sabato 19, Matera sarà ufficialmente eletta (insieme alla bulgara PlovdivCapitale Europea della Cultura per l’anno 2019.

Auguro di gran cuore alla città, e a chiunque abbia lavorato negli anni scorsi per ottenere tale riconoscimento e lavorerà per portare a termine il programma nel migliore dei modi, che quest’anno anno sia un grandissimo e memorabile successo. È un’occasione di importanza ineguagliabile per Matera e lo è ancor di più per l’Italia intera, un paese che ha un disperato bisogno di cultura, di rinascita, rinnovamento, re-invenzione culturale, un paese che deve smetterla finalmente di frapporre al proprio cammino di sviluppo culturale (che è sinonimo di altrettanto sviluppo civico) infiniti ostacoli ideologici, politici, burocratici, sociali e quant’altro di affine, e che deve invece cogliere questa preziosa occasione per tornare a rendere carburante fondamentale e irrinunciabile del proprio progresso l’unico elemento, forse, realmente in grado di costruire il miglior futuro possibile per il paese e per la sua società civile: la cultura, appunto. Quella cultura di cui l’Italia è ricchissima come pochi altri paesi al mondo e che è sempre fonte di bellezza: la bellezza del sapere, della conoscenza, della scienza, delle arti, del buon vivere, della più armoniosa socialità. Quella bellezza che salverà il mondo per la quale Matera mi auguro sia durante tutto l’anno in corso un esempio e una fonte possenti, insuperabili e inesauribili anche negli anni futuri.

(Cliccate sull’immagine per visitare il sito web di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura.)