Il metodo più efficace per risolvere il problema della sovrapproduzione editoriale

Senza nome-True Color-02Sì, insomma, del fatto che, come ci si lamenta spesso e con ben solide motivazioni, si pubblicano troppi libri. Certo è un problema, questo, legato anche alla scarsa quantità di lettori di cui purtroppo il nostro paese può “fregiarsi”; di contro, non sono i volumi di vendita effettivi a poter giustificare la sovrapproduzione di titoli e la conseguente proliferazione di autori – senza contare poi che c’è pure il self-publishing, ora, che sta un po’ all’editoria come il classico elefante nella cristalleria, per di più bendato.
In ogni caso: volete un metodo assolutamente efficace per risolvere questo problema, ovvero per togliere di mezzo una gran fetta di autori i cui fini editoriali non sono esattamente affini a ciò che, in senso autenticamente culturale, presupporrebbe il lavoro letterario? Bene: che si pubblichino i libri senza i nomi degli autori sulla copertina.
Semplice, no?
Sia chiaro: l’idea non è affatto mia, è di Patrik Ouředník – e devo ringraziare Paolo Nori per avermela indirettamente fatta conoscere. Libri senza il nome dell’autore ma solo una sigla, come fosse una “targa”, così che l’editore e solo lui possa conoscere chi ne sia l’autore e corrispondergli i soldi in banca.
Beh, trovo l’idea di Ouředník sublime, anche perché risolverebbe pure un’altra (a mio parere) stortura piuttosto evidente e illogica che il panorama letterario contemporaneo presenta, e che vado segnalando da tempo (ad esempio qui – articolo di quasi tre anni fa): il fatto che molto spesso il grande pubblico conosca certi celebrati scrittori ma non sappia citare un solo titolo dei loro libri. Cosa insensata, visto che il protagonista (e la fonte di sussistenza, a ben vedere) del lavoro di uno scrittore dovrebbe essere il libro da lui scritto, non egli stesso! E siccome ho spesso la (caustica) impressione che molti autori – nuovi, emergenti ma pure affermati – scrivano non tanto per offrire ai potenziali lettori qualcosa di letterariamente interessante ma per mettersi (essi) in bella mostra e potersi fregiare dell’ambito e ancora oggi assai roboante e autocelebrativo titolo (!) di “scrittore”, ecco che l’idea di Ouředník mi appare come un vero colpo di genio e di scopa a tutto ciò. Voglio dire: non che quanto sopra, se manifestato in modi ragionevoli, sia un’infamia assoluta – è ovviamente normale e giusto che l’autore di qualcosa di apprezzabile e apprezzato si guadagni la sua buona parte di apprezzamento nonché di tornaconto! – ma in certi casi si va certamente e palesemente oltre. Per via del degrado commercial-consumistico che pure l’ambito letterario ed editoriale sta subendo ovvero per il relativo degrado del gusto pubblico diffuso, per l’influenza dei mass media o per quant’altro, ma tant’è: la realtà è oggettiva, ben facilmente verificabile e, in fondo, correlata pure a ciò che diceva mezzo secolo fa Leo Longanesi, cioè che «Non si è ancora ben capito che per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire, da dire nel senso sociale, politico o per usare una parola più ardente e più sonora, umano.» Ecco: dire qualcosa, non mostrare qualcosa – o qualcuno.
Insomma: a prescindere dalla mia vis polemica e parecchio sarcastica, vorrei soprattutto tornare a mettere in evidenza come sia il libro il fulcro sostanziale e insostituibile attorno a cui deve ruotare l’intera produzione letteraria, con la relativa industria editoriale e ogni altra cosa conseguente. Certo, l’autore è fondamentale, ma mai lo può essere più del suo libro, ovvero più del valore e della qualità letteraria – nonché culturale, inevitabilmente – di esso. Sono i buoni libri che possono far proliferare (o possono salvaguardare, dipende da che parte si osservi la questione) la letteratura, non certo gli autori-superstar. I quali ben vengano, assolutamente sì, ma dei quali il grande pubblico prima legga i libri. Altrimenti il tutto diventa una pantomima abbastanza insensata e ridicola, a mio modo di vedere.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Umberto Eco, 1932-2016

Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.

(Quanti libri non abbiamo letto?, 1997, poi in La Bustina di Minerva, Bompiani, Milano, 2000.)

umberto-ecoUmberto Eco, 1932-2016.
Se mi è concesso il gioco di parole: che almeno ci resti la sua eco, professore. E il più a lungo possibile.

“Fracia”: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Questo che state per leggere è un brano tratto da “Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte”, il volume che ho redatto e curato con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – ha festeggiato i 75 anni dalla propria fondazione. E’ la storia di una parete non certo blasonata come tante cop_libro_CAI-1altre alpine, secondaria, discosta dalle zone di frequentazione alpinistica più note e dunque dall’interesse di tanti arrampicatori, eppure dotata d’un suo grandissimo fascino, un’attrattiva particolare che è anche aura temuta e famigerata, sotto certi aspetti – e nonostante in altri settori la parete sia molto meno “problematica”. Ed è la storia di questa parete, il testo qui sotto, narrata attraverso la storia, le emozioni e le sensazioni di alcuni degli uomini che hanno trovato il coraggio di sfidarla e vincerla, e che nel racconto si incrociano nello stesso luogo in epoche differenti. Un’invenzione narrativa spaziotemporale che, mi auguro, sappia rendere vivide le sensazioni dei suoi protagonisti a chiunque, anche a chi se ne resterà comodamente seduto in poltrona a leggere, ben lontano dalla “Fracia” e dalla sua rabbrividente aura…Sö e só dal Pass del Fó” è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte, ed è in vendita al pubblico al costo di € 20,00. Per acquistarlo potete rivolgervi alla sezione, visitando il sito web per avere i contatti o la relativa pagina facebook, oppure direttamente a me, nei modi usuali. Oppure ancora, se siete soci CAI, potete richiederlo alla Vostra sezione di appartenenza.

Fracia1Fracia: quando la parete si fa dura, i duri cominciano a salirla!

Fracia: basta il nome! – verrebbe da dire. Una denominazione dialettale che richiama espressamente la peculiarità principale di questa altrimenti splendida parete che dalla costa di Sopracorna, sul versante Sud Ovest del Monte Spedone, precipita verso la Valle del Gallavesa: la sua roccia in molti tratti friabile, dunque il rischio aggiunto che deve essere sostenuto da chi vi si avventuri. E’ bastato spesso quel nome per tenere lontano molti arrampicatori, affascinanti da una parete così spettacolare, posta in bella vista al cospetto dell’intera Valle San Martino e dotata di potenzialità alpinistiche rare in zona, ma che non se la sono sentita di affrontarla, scoraggiati anche dalle relazioni di chi invece vi è salito. Una parete da affrontare con la testa, con parecchia forza ma altrettanta delicatezza, e a cui non dare mai troppa confidenza: non è un caso che le linee di salita tracciate su di essa, e l’elenco dei ripetitori, portino le firme di alcuni tra i migliori e più titolati alpinisti locali, autori di belle imprese anche su altre più celebrate pareti alpine. Il “duri” del titolo di questo capitoletto, al di là della metaforica ironia, sta per coraggiosi, intraprendenti, audaci, ma altrettanto consapevoli del proprio agire e delle sensazioni da esso scaturenti, che una parete “dura” come la Sud Ovest del Monte Spedone sa generare.
Per la cronaca, le vie tracciate sulla pala principale occidentale – ovvero “la” parete per eccellenza dello Spedone, quella verso cui si volge lo sguardo quando si ode il nome “Fracia” – sono: la Cattaneo-Corti del 1933, la Longoni-Corti del 1936, la “Pietro Fiocchi” o “Ruchin” – Esposito-Colombo – del 1942, la Papini-Nava del 1948, la variante Burini-Mozzanica alla “Pietro Fiocchi” del 1960, la Burini-Locatelli o “Direttissima” del 1963, la via “dei Soci” ad opera di A.Papini, P.Salvadori, C.Longhi, B.Milesi, S.Corti del 1975. Tutte vie sovente oltre il VI grado, ardite, tecniche e assai fornite di passaggi da cardiopalma. (Citiamo pure le altre vie della bastionata, che salgono sugli speroni a destra – osservando da valle – della “Fracia” propriamente detta: la via “delle Formiche” di A.Colombo-G.Valsecchi, la “G.Valsecchi” di M.Burini-M.Stucchi del 1960, la via “Iosca” di D.Berizzi-A.Rota del 1976, e la via del “Naso di Carenno” di D.Berizzi-A.Papini-P.Villa del 1975.)
La fama della Fracia, nel bene e nel male, ci ha però fatto sorgere l’idea di celebrare gli uomini che l’hanno affrontata non con le solite relazioni di salita delle sopra elencate vie, le quali peraltro sono in gran parte facilmente rintracciabili sul web o su alcune pubblicazioni CAI, ma attraverso le emozioni e le sensazioni di essi, idealmente percorrendo la parete con il cuore e l’animo, più che con mani e piedi, di quattro degli alpinisti che l’hanno vinta, ovviamente tutti soci del CAI di Calolziocorte: Mario Burini, Alessandro “Ninotta” Locatelli, Giuseppe Ravasio e Giuseppe Rocchi. Le parti in corsivo nel testo sono tratte dalle testimonianze dirette, orali o scritte, dei quattro nostri protagonisti.

Fracia2Non si può non cominciare da Mario Burini, Accademico CAAI, che la Fracia la conosce forse meglio di chiunque altro per averla salita e superata più di chiunque altro, tanto da essere denominato da qualcuno “Re dello Spedone” oppure “Fraciologo” (!). La sua “Direttissima” del 1963 è probabilmente la più bella via sulla parete, e Burini la inizia con diversi compagni e conclude in cordata con “Ninotta” Locatelli, Ragno di Lecco prematuramente scomparso nel 1972 per un male incurabile, che di essa lascia una bella relazione. Locatelli si fa convincere da Burini a fargli da secondo nonostante le cose poco rassicuranti che si raccontano sulla parete e su alcuni che l’avevano tentata: cita tal signor Carletto, vecchio alpinista, che gli racconta delle difficoltà, i bivacchi e i voli fatti dai vari Mauri, Rusconi, Corti, Papini, e altri. Ha pure sentito delle ritirate dalla parete di Burini e compagni nei primi tentativi di apertura della via, con acrobazie varie e assortite compiute pure sul “famoso cordino del Mario”, una corda di nylon intrecciata di 8 millimetri che aveva la proprietà di allungarsi come un elastico! – ricorda Locatelli con evidente sconcerto. Per non parlare del bivacco in parete di Burini sulla via “Ruchin” con tanto di fari puntati ad illuminare la zona, provocando le ire tremebonde dell’accademico calolziese che per tutta risposta intima a quelli di andarsene a casa, che egli voleva solo dormire!
La via “Ruchin”, appunto – la cui denominazione ufficiale è via “Pietro Fiocchi” ma che tutti conoscono e identificano col soprannome di Ercole Esposito, il celebre accademico calolziese (peraltro tra i soci fondatori della sezione CAI di Calolziocorte) che ne fu l’artefice, e il cui “record” di ripetizioni spetta proprio a Mario Burini: la affrontano nel 1991 Ravasio e Rocchi, con quest’ultimo a istigare l’impresa: già altre volte avevo pensato a quella via – ricorda Rocchi – ma leggendo le impressioni rilasciate dalle poche cordate che ne avevano effettuato le ripetizioni (6 in 50 anni) mi ero ormai convinto che non valeva la pena di rischiare la vita per tentare di salire quella via. Ma dentro di me ormai è scattato qualcosa che mi spinge a tentare, non mi resta che cercare qualcuno abbastanza folle da seguirmi in quest’impresa. “Bepi” Ravasio, appunto. Le impressioni che cita Rocchi suscitano ben poca tranquillità – ai due come, molto probabilmente, a Locatelli per la sua salita con Burini: via allucinante che conta pochissime ripetizioni di cui due con caduta, che confermano le estreme difficoltà, con molto artificiale su chiodi malsicuri e su roccia friabilissima. C’è da ritenere poi che tutti e quattro i nostri scalatori sappiano quanto successo nel 1951 a Bruno Papini durante il tentativo di prima ripetizione della via “Ruchin”: l’improvvisa fuoriuscita di un chiodo lo sorprende al termine del celebre traverso, e il risultato è un volo di venti metri nel vuoto, nove chiodi strappati, due incisivi superiori avulsi e uno strappo tremendo alla cassa toracica. Ora capirete senza più dubbi perché fior di scalatori se ne sono stati e continuano a stare ben distanti dalla Fracia e dalle sue rocce!
Così, mentre Ravasio passa una notte travagliata e insonne e ugualmente Rocchi non fa che rigirarsi nel letto cercando di cancellare le parole lette nelle relazioni, quasi trent’anni prima “Ninotta” attacca con Burini la sua via, per denotarne a sua volta subito la particolarità della roccia, stratificata ed estremamente friabile. Di contro ha quanto meno la sicurezza di salire con un compagno che la parete, nella sua prima parte, la conosce come le proprie tasche; sicurezza di cui Ravasio e Rocchi non possono godere, anzi: quando il secondo avvisa la moglie delle loro intenzioni, la donna monta su tutte le furie e sentenzia: “voi due siete matti da legare!” Ma ci pensa Ravasio a dare un po’ di “fiducia” al compagno: tutti gli incidenti capitati sulla parete si sono risolti con ferite più o meno gravi, ma non è mai morto nessuno!Bella consolazione! – gli ribatte Rocchi.

Burini e Locatelli intanto cominciano a salire: il secondo fa sicura al primo, e solo le schegge di roccia che cadono e il lento scorrere della corda mi segnalano la sua progressiva salita. In effetti sulla Fracia cadono ben più rocce che acqua, intesa come pioggia: lo ricorda Burini, che la parete è così strapiombante che durante uno dei primi tentativi di apertura della via scoppiò un temporale che durò un’ora e mezza, e non prendemmo nemmeno una goccia di pioggia!
Anche Rocchi è alle prese con la tremenda roccia della parete: sono in difficoltà – dice – la roccia è talmente friabile che non so più dove aggrapparmi, i vecchi chiodi sono inutilizzabili – d’altronde lo dice pure Burini, che di tutto il materiale che si può trovare in parete non c’è affatto da fidarsi: primo perché in molti casi è vecchio di cinquant’anni e più, e poi perché rappresenta più una speranza che una certezza di tenuta d’una eventuale caduta – e infatti, continua Rocchi, quei chiodi come mi attacco fuoriescono con estrema facilità. La situazione è drammatica, cerco di arrampicare in opposizione, impegnato allo spasimo, al limite della sopportazione. Anche Ravasio, il suo compagno, è nella stessa situazione: la paura di aver sbagliato mi tormenta, ritorno a fatica sui miei passi, sudando freddo per l’estrema tensione, e cerco di non guardare la strada per Erve che sta sotto. Tale visione spaventa pure “Ninotta”, nel 1963: sotto i nostri piedi si snoda il nastro asfaltato della strada che da Calolzio sale ad Erve, e la vista sprofonda nel nero baratro del “paradiso dei cani”. La tensione aumenta, il che fa tirare a Ravasio certe imprecazioni irripetibili: è assicurato ad un solo, misero nut, e ai dubbi di Rocchi egli risponde tra mille coloriti improperi che non sa più cosa fare, perciò bisogna per forza di cose fidarsi di quel nut. Ma il “volo”, in Fracia, è cosa pressoché certa, ed è Rocchi a comprovare suo malgrado tale certezza: il chiodo a cui è assicurato esce, cade per diversi metri, una delle due corde si trancia e nella caduta le ginocchia sbattono violentemente contro la roccia. Nel suo volo si arresta proprio in corrispondenza dell’uscita della variante alla via “Ruchin” aperta da Burini insieme con Dario Mozzanica (del CAI di Merate): nuovamente il caso fa idealmente incrociare le avventure arrampicatorie delle due cordate di cui stiamo narrando. Anche “Ninotta”, quasi trent’anni prima, è alle prese con un chiodo parecchio allarmante: ho le braccia morte – confessa – e prego il Signore che il chiodo tenga, lasciandomi andare su di esso. Ma fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: egli risolve dubbi e timori con il secondo dei chiodi a pressione che utilizzerà sulla via, in disaccordo con Burini al quale tali sistemi non sono mai piaciuti e ritiene invece che si sarebbe potuti passare anche senza.
Ormai entrambe le cordate sono quasi in cima alla parete. Burini, da quel crapone che è, lascia salire da primo Locatelli anche sul tiro finale, per risparmiare tempo ed evitare di bivaccare. Tiro finale che invece, sulla “Ruchin”, Ravasio giudica un vero incubo. La roccia si sfalda, continuo a salire aggrappandomi a massi assai instabili e riesco ad evitare il volo per il rotto della cuffia. Ma ormai il bosco al termine della parete è raggiunto, finalmente. Ravasio si sente come un naufrago che tocca terra dopo una spaventosa tempesta, profondamente commosso, mentre per Rocchi lo stress cede il posto ad un’allegria incontenibile, stringendo la mano a Bepi e congratulandomi a lungo con lui perché nonostante le ammaccature (dato che pure Ravasio ha un polpaccio che brucia e una mano dolente) ha saputo reagire e condurre la salita fino al termine, in mezzo a mille difficoltà e su un terreno così infido.
Però i due non sono d’accordo sul giudizio circa l’impresa compiuta: per Ravasio è uno dei giorni più belli e gratificanti della sua vita, per Rocchi l’aggettivo “avvincente” affibbiato dal compagno alla salita io lo cambierei con “allucinante” – confessa, e aggiunge poi, una volta a riposo sul divano di casa, che pensando alla giornata intensa trascorsa in Fracia, mi chiedo se ne sia valsa la pena, ed anche se tutto si è risolto per il meglio o quasi, sinceramente non lo so. Tutto posso dire all’infuori di essermi divertito, anzi, l’arrampicata su quella roccia da brivido, in alcune circostanze, ha evocato in me sentimenti prossimi alla disperazione.
Nel 1963, invece, Mario Burini e “Ninotta” Locatelli escono dalla nuova via in condizioni migliori: li aspetta uno dei premi più “classici” per degli alpinisti di ritorno da una salita, a Rossino – il sobborgo calolziese ai piedi della Fracia – dove ci fermiamo a bere birra e gazzosa.

Fracia4Qui termina il nostro “racconto emozionale incrociato”, un omaggio ai nostri scalatori che la Fracia l’hanno vissuta così intensamente, al loro coraggio e all’intraprendenza, alla loro forza d’animo e di volontà – virtù proprie di tutti i più forti alpinisti – e parimenti un omaggio a questa parete calolziese così affascinante e al contempo così inquietante.
Ma la storia della Fracia, invece, non è certamente finita: c’è tutt’oggi qualcuno che vi si avventura, che si decide a vincere i propri timori e ad affrontare le sue friabili trappole rocciose. Anche a questi nuovi intraprendenti sfidanti è dedicato questo pezzo, nella certezza che pure loro, lassù, si troveranno a vivere emozioni e generarsi nell’animo sensazioni altrettanto forti e indimenticabili.

AntifascETTismo militante

Basta-fascetteVolete fare del gran bene alla letteratura con un pur piccolo e semplice gesto?
Bene: non comprate libri dotati di fascette promozionali – sì, le fascette che avvolgono i tomi e riportano spesso affermazioni tanto roboanti e megalomani quanto sovente millantatrici e francamente idiote, nel senso e nella sostanza – manco avessero da imporre un nuovo prodotto dimagrante o altra facezia simile!
O se proprio un libro dotato di fascetta promozionale lo volete comprare, fatelo pure, ma quando andata alla cassa a pagare, consegnatela nelle mani del libraio e dite che non vi interessa quella cosa e cosa ci sia scritto sopra. Fategli capire, insomma (ma se poi è un buon libraio, lo sa bene pure lui!) che un libro ha valore nel suo contenuto, nella sua qualità letteraria, nell’offrire buon cibo culturale per la mente e per l’animo, mica nelle frasi fatte (per nulla comperata, poi, come no!) di chissà chi su quanto sia “una lettura sensazionale” o su quante migliaia di copie abbia venduto negli USA o su Saturno!
Le fascette promozionali sono uno degli esempi più lampanti della corruzione commercial-consumistica che la grande editoria ha imposto e cagionato alla produzione letteraria, con strategie da ipermercato che ignorano ovvero spregiano la valenza culturale dei libri in quanto tali. Non è un caso, d’altronde, che più il libro pubblicato sia un prodotto di scarsissimo livello – un non libro, mi viene da definirlo – e più sarà ben fornito di roboante fascetta promozionale. Insomma, per vendere l’oro non c’è bisogno di metterci una scritta sopra facendo notare quanto brilla, per il fango (e dico fango, non voglio essere scurrile!) inevitabilmente sì, invece.
Ecco, siate antifascettisti militanti. La buona letteratura ve ne sarà grata.

P.S.: la foto in testa all’articolo (da me rielaborata) è tratta dal sito web della Libreria la Casa sull’Albero, che come lo scrivente condivide una simile opinione sul tema disquisito – si veda l’articolo relativo dal quale l’ho tratta. Preciso peraltro che questo post l’ho pensato e scritto prima di leggere il suddetto articolo; d’altro canto so perfettamente di non essere stato il primo né l’unico a rimarcare tali osservazioni, anzi, spero assolutamente di essere uno tra i tanti e giammai l’ultimo a darne pubblica manifestazione.

“La menta e il fiume”, di Miriam Terruzzi: un consiglio di lettura

cop_La-menta-e-il-fiume330Lo ribadisco sempre, in situazioni come questa, che non è mia abitudine disquisire di libri che non ho ancora letto, o non del tutto, ovvero che non ho ancora conosciuto bene al punto da averne assimilato senso e valore letterari, se così posso dire. Però, nel caso de La menta e il fiume, conosco chi l’ha scritto, conosco cosa ha scritto prima, e ancor più conosco le sue notevoli (e rare) doti narrative – che per me significa pure artistiche: Miriam Terruzzi. Che una formula tanto abusata quanto a mio parere stolta definirebbe un’autrice emergente: ma “emergere” da che? Dal mercato – è la risposta più immediata e ovvia… Io invece ritengo ben più importante emergere in primis dall’ordinarietà pseudo-letteraria, dal conformismo narrativo così imperante, ahinoi, nelle classifiche di vendita infarcite di non libri, e credo che Miriam Terruzzi lo abbia già fatto: palesando capacità di scrittura notevoli, appunto, e, per dire, una capacità di tessitura del dialogo letterario che pochi altri sanno conseguire senza cadere inesorabilmente nel noioso/banalotto. Tutto il resto riguardo l’emersione suddetta (nel senso classico della definizione) poi verrà da sé – e indubbiamente verrà, essendoci la qualità necessaria a che ciò avvenga.
Per questo vi consiglio di provare direttamente da voi quanto ho appena affermato, leggendo l’ultimo romanzo di Miriam, La menta e il fiume. Il destino delle cose semplici. Per farvi constatare che non sono nulla di meramente “parziale”, queste mie opinioni, e per leggerci cose così, ad esempio:

«Perché proprio la menta?»
«Perché fa bene per tante cose.»
L’acqua scorreva tranquilla, immersa nel suo solito silenzio.
«Mentha era una ninfa» disse lei, «partorita in uno dei cinque fiumi infernali. Plutone era innamorato di lei. Sua moglie Proserpina la trasformò in una pianta per gelosia, scegliendo per lei una forma insignificante, senza bellezza, rendendola sterile e senza frutti. Ma Plutone le regalò il profumo, come ultimo segno del suo immenso amore.»
«Che storia.»
«Ovidio, Le Metamorfosi» sorrise lei.
«Ed è proprio il profumo a salvarla in mezzo alle altre erbacce» noto lui. «Succede così anche con le persone. Ci sono fiori bellissimi che non hanno odore. Ci sono piante che si nascondono tra il sottobosco e restano lì per anni, nascoste dalle altre, prigioniere delle loro foglie comuni. Ma basta toccarle per capire che non sono così, per sentire il profumo sulle mani e non dimenticarselo più.
«E’ il destino delle cose semplici. Tutti le cercano ma nessuno le vede.»
«Non bastano gli occhi.»
«No, non bastano.»

Cliccate sull’immagine della copertina del romanzo per avere ulteriori informazioni, leggerne un estratto e per acquistarlo in ebook. Eppoi, seguite il blog, anzi, seguite Radio Thule, il mio programma radiofonico, dacché con esso presto potrete conoscere il romanzo direttamente dalla voce della sua autrice.