Finalmente due libri veramente “grandi” da leggere!

Siccome di grandi libri, negli ultimi tempi, non è che ne ce siano in giro così tanti – almeno nella produzione editoriale mainstream – m’è venuto in mente di andare almeno alla ricerca di libri grandi.

E ho scoperto quale sia – a quanto pare – il più grande libro mai stampato: è l’Earth Platinum Atlas, pubblicato nel 2012 dall’editore australiano Gordon Cheers in 31 copie vendute al costo di 100.000 dollari USA l’una. Misura 1,80 per 1,40 metri e pesa 150 kg.

Tuttavia, il volume al quale l’Earth Platinum Atlas ha rubato il primato di “libro più grande del mondo” è ben più affascinante, anche solo per la sua vetustà: è il Klencke Atlas, stampato nel 1660 su iniziativa del principe olandese John Maurice of Nassau, il quale decise di omaggiare il Re Carlo II di Inghilterra – prossimo al reinsediamento sul trono dopo 9 anni di esilio – con la realizzazione di un atlante che contenesse tutta la conoscenza geografica dell’epoca. L’opera fu realizzata grazie al finanziamento di diversi mercanti, capitanati dal commerciante di zucchero Johannes Klencke, del quale prese il nome. Misura 1,75 metri in altezza e, aperto, più di 1,90 in larghezza: occorrono almeno sei persone per movimentarlo. Venne mostrato al pubblico per la prima volta nel 2010 presso la British Library, ove è conservato.

Alla faccia degli ebook e degli ereader, ecco. Andateci con uno di questi volumi a leggere sulla metro, piuttosto!

Summer Rewind #10 – Cosa deve essere la letteratura? Una riflessione sul senso della scrittura e sul mestiere di scrittore, oggi.

(Una selezione “agostana”, dunque random ma non troppo, di alcuni dei più apprezzati articoli apparsi in passato dal blog. Questo, pubblicato in origine il 30 gennaio 2014.)

Sono da sempre convinto che chiunque scelga di proporre qualcosa di sua creazione ad un pubblico, piccolo o grande che sia – scrittore, artista, cineasta… – debba necessariamente, anzi, inevitabilmente farsi domande sul senso di quanto produce (e presenta). E non soltanto, ciò, riguardo una mera questione qualitativa, che poi non può non legarsi ad un discorso soprattutto commerciale, ma anche e soprattutto riguardo al valore culturale – in accezione generale – del suo lavoro.
Personalmente, proponendo io cose scritte, mi sono dunque ritrovato più volte a chiedermi cosa debba essere la letteratura, che valore, che funzione debba avere, oggi. E credo che una risposta del genere “deve far divertire chi legge” possa essere ovviamente accettabile e comprensibile ma assolutamente parziale – quantunque già il saper scrivere una storia che piaccia e diverta il lettore non è affatto cosa da poco, visto certe scempiaggini che si possono trovare sugli scaffali delle librerie, non-libri che, nel caso, possono divertite solo non-lettori!
Di recente, a farcire la personale riflessione, è giunta la lettura di questa affermazione del grande scrittore americano di science fiction Harlan Ellison:

Non so come vedete voi la mia missione di scrittore, ma per me non significa essere tenuto a riconfermare i vostri miti consolidati e i vostri pregiudizi provinciali. Il mio lavoro non è cullarvi con una falsa sensazione di bontà dell’universo. Questa meravigliosa e terribile occupazione che consiste nel ricreare il mondo in un altro modo, ogni volta nuovo e straniero, è un atto di guerriglia rivoluzionaria. Smuovo le acque. Vi do fastidio. Vi faccio colare il naso e lacrimare gli occhi.

(Da Terrori mortali, introduzione a Idrogeno e idiozia, traduzione di Umberto Rossi, postfazione di Valerio Evangelisti, collana AvantPop n.7, Fanucci Editore, 1999.)

Immediatamente, dopo aver letto queste parole, mi è tornata in mente un’altra citazione, che ricordavo legata ad una questione artistica ma che, a ben vedere, è assolutamente adatta anche all’ambito letterario qui in dissertazione:

L’arte o è plagio o è rivoluzione.

E’ di Paul Gauguin, il fondamentale pittore francese… Eppoi ne ho ricordato un’altra ancora, a sua volta validissima qui, questa volta proveniente dal cinema ovvero dal celebre regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij:

L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.

Insomma: punti di vista che in qualche modo supportano un’ottima risposta, io credo, alla suddetta domanda sul senso della letteratura, la quale sono convinto si leghi pure a doppio filo alla questione relativa alla bontà della produzione letteraria contemporanea, soprattutto nostrana ma non solo, che ho già trattato qui nel blog.
L’opera letteraria, infatti, non può limitarsi al mero intrattenimento – non deve farlo, perché nel caso verrebbe meno al proprio primario scopo culturale, o meglio socioculturale, ma deve invece riconoscersi il diritto/dovere di smuovere il pensiero, la coscienza, l’animo e lo spirito del lettore. Suo massimo risultato deve essere il saper raggiungere il più ampio pubblico possibile e, al contempo, di suscitare emozioni nel maggior numero di lettori, proprio come dice Tarkovskij – e si intende buone emozioni, quelle che restano nella mente e nell’animo e divengono energia per il pensiero, nuova consapevolezza, ampliamento, per così dire, della nostra visione e comprensione del mondo e della realtà.
L’opera letteraria di valore deve saper rivoluzionare la letteratura stessa dalla quale scaturisce, anche in minimissima parte – o deve quanto meno tentare di farlo. E’ ovvio che non tutti i libri editi possono essere dei capolavori, delle pietre miliari al punto da influenzare la produzione letteraria successiva, ma ogni singolo libro deve provare a proporre qualcosa di nuovo: nella storia, nei temi, nello stile, nel linguaggio… – in qualsiasi cosa faccia parte di esso e lo componga. Se ciò non accade, facilmente ha ragione Gauguin: si finisce per scopiazzare cose già fatte, molto probabilmente deprimendone il valore originario (come succede quasi sempre quando si imita qualcosa). Non solo, il risultato generale è anche peggiore: una massa di opere edite che si accontentano di riproporre quanto già fatto/scritto in passato non otterrà altro che una sostanziale involuzione del panorama letterario del quale fanno parte – una eventualità forse già in accadimento, dalle nostre parti.
Sia chiaro: non sto nemmeno affermando che ogni libro edito debba essere avanguardia pura o sperimentazione esasperata, e d’altro canto è cosa inevitabile che, in presenza di un libro di valore e di successo, molti altri tentino di riprodurne le sue migliori peculiarità: ma se ciò avviene perseguendo un primario fine letterario, ciò alla lunga probabilmente continuerà il processo evolutivo generale; se invece avviene per meri fini commerciali, sfruttando lo stile e la “moda” di un certo testo per produrne innumerevoli altri, quasi sicuramente ci si infilerà in un vicolo cieco dal quale uscirne risulterà a dir poco improbabile. Ribadisco: non si pretendono rivoluzioni letterarie epocali, ma quanto meno il tentativo di proporre qualcosa di nuovo, o almeno di non ordinario, non la solita minestra cotta e ricotta solo perché vende – ma che alla lunga ingozza il lettore, che di sorbirne ancora non ne vorrà più sapere.
C’è da tornare al senso stesso del mestiere di scrittore, in fondo, proprio come afferma Ellison: bisogna essere guerriglieri rivoluzionari della parola scritta, della realtà descritta e poi dal lettore letta, dunque della sua (e di noi tutti) realtà, quella effettiva. E ciò non significa stupire con effetti speciali, con narrazioni iperboliche ed eccessive: non si deve cercare il sensazionalismo – per carità, mica che pure la letteratura finisca per accodarsi all’idiozia sensazionalistica della TV e dei media generalisti! (visto che, ahinoi, già più volte è accaduto!) – si deve cercare il senso, l’essenza della realtà (pure se si scrive le storie più fantastiche che si possano immaginare) che quasi sempre è qualcosa di assolutamente rivoluzionario e sconvolgente per il solo fatto che, con uguale frequenza, ci viene tenuta nascosta, per come altrimenti da’ fastidio.
Lo scrittore è – o deve essere – colui in grado di immergersi nel corpo della realtà e delle sue cose fino a raggiungere il nucleo centrale di esse, di aprircelo, di squarciarcelo e di mettercelo davanti agli occhi e all’animo con le sue parole. Anche – lo ripeto ancora – anche quando scrive una storia leggera e divertente. La questione non è ciò che si scrive, ma come lo si scrive e perché lo si scrive: il senso dell’opera letteraria è strettamente legato al senso del lavoro di scrittura da cui è scaturita e dunque – non può essere altrimenti – al senso dell’attività letteraria che l’autore si è prefisso di perseguire e portare avanti.
Ecco, per me questa è letteratura, questo significa l’essere scrittori, ciò deve essere affinché un libro non sia paragonabile ne più ne meno a un videogioco, a un talk show televisivo o a una partita di calcio – si intendano queste cose per come vengono proposte oggi, in un modo ormai totalmente avulso dal loro senso e scopo originario e, sempre più spesso, per altri fini alquanto opinabili. Il libro è l’oggetto culturale per eccellenza, non mi stancherò mai di denotarlo: in quanto tale, se rinuncia a trasmettere buona cultura, ovvero a sollecitare il pensiero – a smuoverlo, a sconvolgerlo, a rivoluzionarlo, appunto – se perde questo suo senso fondamentale, insomma, beh, non diviene altro che una scatola vuota. E di scatole vuote in forma di libri (o presunti tali, libroidi per dirla con Gian Arturo Ferrari) le librerie già traboccano: è un caso, secondo voi, che pur con tutti ‘sti libri in circolazione, spesso esaltati come “capolavori” dai loro editori, di gente che legge ce ne sia sempre meno?
Per me no, ovvio.

(In testa al post: particolare da René Magritte, La battaglia delle Argonne, 1959, olio su tela cm.50×61)

INTERVALLO – Cleveland, Tennessee (USA), Little Canoe Free Library

Tra le “Little Free Library” (come vengono definite nei paesi anglosassoni le casette per il BookCrossing) più originali che ci siano, si può certamente annovare la libreria-canoa all’esterno della scuola elementare di Waterville, sobborgo di Cleveland, Tennesse. La scelta senza dubbio richiama il nome stesso del luogo – “Città dell’acqua”, per la grande presenza di laghi e fiumi nel territorio – ma pure la sua storia precoloniale, quando la zona era abitata da tribù Cherokee delle quali la libreria riproduce una tradizionale canoa.

Bohumil Hrabal, “Treni strettamente sorvegliati”

Se dobbiamo coltivare in maniera proficua un’idea concreta di Europa unita – e dobbiamo assolutamente farlo dacché viceversa, a mio modo di vedere, equivarrebbe a cancellarci dalla storia – sarebbe finalmente il caso di partire dalla sua anima culturale organica prima che dalla ricerca di qualsiasi unità economica, politica o d’altro genere molto “funzionale” alle istituzioni di potere e sovente poco sociale. Perché un’unica anima culturale l’Europa la possiede da millenni, nonostante una storia che è la più follemente insanguinata che il pianeta Terra possa proporre: solo le mere e bieche convenienze geopolitiche degli stati nazionali, dal Settecento in poi e ancor più che gli imperi precedenti, ha generato e imposto la parvenza di “differenze culturali” (e sociali) utili a conseguire le proprie mire di potere e dominanza, differenze invero assolutamente campate per aria – e, sia chiaro, la lingua non è affatto una differenza: lo dovremmo ben sapere proprio noi italiani, che di frequente conosciamo variazioni dialettali spesso assai marcate tra un paese e quello appena a fianco.
Posto ciò, ovvero la necessaria, indispensabile costruzione – anzi, riaffermazione – di un’unità culturale europea quale base nonché elemento prezioso per ogni altra pensabile e auspicabile unione, le espressioni artistiche ci offrono già bell’e pronti numerosi “kit” perfetti per tale costruzione, e tra di essi quello letterario è come sempre il più disponibile e facilmente utilizzabile. Bene, in questo kit cultural-letterario europeo credo proprio non possa affatto mancare Bohumil Hrabal, uno degli scrittori fondamentali del Novecento europeo in generale – e non solo centroeuropeo, dunque, come potrebbe far pensare la sua produzione all’apparenza “profondamente” ceca ovvero legata a quella terra e alla sua identità culturale e sociale. Ma la lettura dei suoi romanzi offre invece uno sguardo narrativo ben più ampio e certamente “continentale”, e tale peculiarità è ben dimostrata da Treni strettamente sorvegliati (Edizioni E/O, Roma, 1982/2014, traduzione, postfazione e intervista con l’autore di Sergio Corduas; orig. Ostře sledované vlaky, 1965) romanzo breve e assai intenso che, nel suo “piccolo”, è come se racchiudesse in sé diversi testi, una sorta di stratificazione letteraria, biografica, storica, sociologica che rappresenta una delle cifre peculiari dello stile del grande scrittore ceco (continua…)

(Leggete la recensione completa di Treni strettamente sorvegliati cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

E se i migliori “alleati” dell’ISIS fossimo proprio noi?

Qualche giorno fa è successo un episodio che, personalmente, trovo assai interessante e significativo, mentre i nostri media lo hanno considerato molto meno tale e sostanzialmente ignorato, ovvero non analizzato come poteva meritare.

Lo scorso 17 giugno una giovane agente della polizia israeliana è stata uccisa in un attentato compiuto da un commando di tre terroristi a Gerusalemme. Dopo qualche ora, in base al solito copione ormai ben noto anche in Europa, l’ISIS ha rivendicato l’azione, affermando che è stata compiuta da tre suoi “soldati”; tuttavia, dopo un’altra manciata di ore, Hamas ha smentito l’ISIS e rivendicato l’attentato come roba sua. «Le affermazioni dell’ISIS sono un tentativo di confondere le acque. L’attacco è stato condotto da due palestinesi del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina e un membro della nostra organizzazione» ha dichiarato un portavoce di Hamas, corroborato poi da analoghe conferme del citato Fronte.

Bene, ora: è cosa ormai storicamente risaputa che la nostra società si poggia su meccanismi ideologici e politici alquanto manichei, per reggere i quali c’è sempre bisogno di una parte buona e di una controparte cattiva. Quest’ultima, col tempo, è stata sempre più “simbolicizzata” e “dematerializzata” al fine di andare il più possibile oltre la sua effettiva consistenza e creare l’effigie di un “nemico” che fosse il più possibile pauroso e agghiacciante. Basta pensare a ciò che ha rappresentato per buona parte del secondo Novecento il comunismo di stampo sovietico – e, di contro, dell’imperialismo a guida americana -, oppure, più recentemente, Al Qaeda e ora, appunto, l’ISIS. “Nemici” terrificanti tanto quanto assolutamente funzionali ai sistemi di potere del nostro mondo occidentale, grazie ai quali giustificare azioni straordinarie – guerre, relativi stanziamenti economici, stati di emergenza, legislazioni particolari, restrizioni delle libertà personali, eccetera – inesorabilmente sostenute da battage mediatici a dir poco martellanti con cui convincere i cittadini della pericolosità di quei nemici nonché la conseguente paura: una “strategia” che venne in qualche modo “istituzionalizzata” dalle presidenze USA di George W. Bush post 11 settembre 2001. Strategia invero estremamente semplice: più la gente comune ha paura, più chiede alle autorità di essere protetta, quindi più è portata ad accettare e giustificare azioni straordinarie per la sua (presunta) protezione – o, meglio, al fine di sentirsi protetta: in fondo, paradossalmente, pure qui non conta più la realtà effettiva delle cose ma la sua immagine percepita (e funzionalmente costruita).

Con l’ascesa nella considerazione delle cronache quotidiane dell’ISIS, questo modus operandi mediatico è divenuto ancora più evidente. Sia chiaro, a scanso di qualsiasi equivoco: non è in discussione la pericolosità dei terroristi che si rifanno al sedicente stato islamico e la necessità di eliminare tale fenomeno estremistico di stampo integralista al più presto e in modo assai drastico. Tuttavia ho da tempo l’impressione che l’azione dei media, e la loro tambureggiante diffusione dell’effigie-ISIS quale “male assoluto” di cui non si può non avere paura, abbia alla fine ottenuto un effetto contrario rispetto a quello fatto credere, ovvero l’ingigantimento del “fenomeno ISIS” ben più della sua portata effettiva. Il che ha peraltro fornito una propaganda ai miliziani del sedicente stato islamico tanto insperata quanto comoda: basta fomentare qualche povero idiota che forse fino a qualche giorno prima nemmeno sapeva cosa fosse realmente, l’ISIS, mandarlo al massacro (suo e di tanti poveri innocenti) e poi diffondere una bella rivendicazione, subito ripresa e diffusa con il massimo clamore dai media – nemmeno fossero agenzie di stampa sussidiarie dell’organizzazione terroristica, dacché loro malgrado così si riducono a essere. C’è un esercito di terroristi in azione? Non esattamente: c’è, nella maggior parte dei casi, una banda di disperati senza nulla da perdere a cui i media offrono una buona scusa per uscire di testa del tutto, e un manipolo di folli a cui basta scrivere una mail con una bandiera nera nell’intestazione per ottenere risultati che altrimenti non potrebbe mai conseguire, “appoggiata” in ciò da media e politici che sulle fobie diffuse poggiano la propria propaganda, Bush Jr. docet . Il tutto senza tuttavia fornire uno straccio di soluzione alla questione, badate bene, e per di più intralciando non poco il lavoro di forze dell’ordine e intelligence impegnati nelle indagini e nelle azioni preventive.

Voglio porvi qualche provocatoria domanda, a tal punto: ma – al di là del sedicente califfato piazzatosi tra Siria e Iraq (nato poi chissà per quali oscuri motivi) e ormai sconfitto – l’ISIS esiste veramente? E i “terroristi” che agiscono in Occidente sono veramente suoi “miliziani”? Inoltre: e se buona parte della portata e della fama del fenomeno ISIS fosse generata da una “informazione” del tutto sbagliata da parte dei media e dalla propaganda dei politici – sia quelli che si vogliono far eleggere spacciandosi come “difensori” della nostra società, sia da quelli già eletti che con la buona scusa della “guerra al terrorismo” possono permettersi iniziative amministrative e legislative altrimenti ingiustificabili? Ovvero: e se di ISIS si parlasse molto meno, con toni meno urlati e con maggiore cognizione di causa, eliminando così la sua arma in fondo più importante cioè quella del terrore diffuso?

Per una significativa coincidenza (ma forse non così tale, in effetti), ieri anche Carlo Rovelli ha scritto un articolo sul tema pubblicato dal Corriere della Sera che in buona sostanza afferma ciò che ho scritto lì sopra.
In particolare Rovelli dice:

La realtà non è che politici, giornali e televisioni dedichino grande spazio al terrorismo perché questo ci inquieta personalmente; è il contrario: sentiamo il terrorismo toccarci personalmente perché politici e media gli dedicano estrema attenzione. In fondo, i morti per terrorismo sono notizia non perché siano comuni, ma perché sono rari. Dove i morti sono tanti, non fanno più notizia. Il risultato è paradossale: molti di noi hanno paura ad andare a Parigi perché temono una bomba, quando in Francia finiscono all’ospedale per lesioni gravi moltissime più persone morse da grossi cani che per bombe. Abbiamo paura ad andare a Londra temendo attentati, senza renderci conto che per un europeo a Londra il rischio di essere investito per aver guardato dalla parte sbagliata attraversando la strada è enormemente maggiore del rischio di trovarsi in un attentato. Ci sono stati negli ultimi anni mediamente dieci volte più morti per incidenti stradali che per terrorismo, a Londra. Questa diffusa percezione così esageratamente distorta del pericolo indica, io credo, che qualcosa nella comunicazione non è corretto. Finisce per fare danni anche la sola paura, come è successo a Torino. Credo allora che esista una ricetta semplice per sconfiggere il terrorismo: smorzare la parossistica reazione che gli accordiamo.

E aggiunge poco più avanti:

Vorrei che le persone ragionevoli sapessero vedere questo gioco di tanti politici, e sapessero dare fiducia invece ai politici seri che sanno pensare al bene comune e non usano paroloni sul terrorismo per farsi belli. Dichiarazioni altisonanti che la nostra intera civiltà è sotto attacco, che noi non cederemo, che non ci faremo piegare, e simili, non significano nulla, se non dare immenso peso politico a dei piccoli assassini.

Ecco, proprio così. Come Rovelli, anch’io dico che non bisogna affatto sottovalutare la questione ISIS/terrorismo e anzi, ripeto, risolverla drasticamente, ma non dobbiamo nemmeno fornire adeguati strumenti alla sua propaganda e una sostanziale bieca alleanza mediatico-politica! Inoltre, anche a me piacerebbe molto che la stessa urlata enfasi con cui i media parlano di ISIS venisse adoperata per fenomeni che, a me personalmente, fanno pure più paura nel principio, come la questione femminicidi, per dirne una. Che è un’altra cosa, lo so bene, ma che alla fine provoca lo stesso terribile risultato, la morte di persone innocenti. Una morte – tante morti, ahinoi – che, a quanto pare, non è funzionale a nessuna ideologia populista ovvero ad alcuna propaganda elettorale.

P.S.: in fondo, già nel novembre 2015 il magazine Controverso sosteneva cose simili a quanto avete letto fino a questo punto – o meglio, le sosteneva citando un illuminante testo di Waleed Ali, giornalista e presentatore televisivo australiano del canale Network Ten. QUI trovate tale articolo, significativamente intitolato “ISIS è debole”, da leggere e meditare senza alcun dubbio.