Bohumil Hrabal, “Treni strettamente sorvegliati” (Edizioni E/O)

Se dobbiamo coltivare in maniera proficua un’idea concreta di Europa unita – e dobbiamo assolutamente farlo dacché viceversa, a mio modo di vedere, equivarrebbe a cancellarci dalla storia – sarebbe finalmente il caso di partire dalla sua anima culturale organica prima che dalla ricerca di qualsiasi unità economica, politica o d’altro genere molto “funzionale” alle istituzioni di potere e sovente poco sociale. Perché un’unica anima culturale l’Europa la possiede da millenni, nonostante una storia che è la più follemente insanguinata che il pianeta Terra possa proporre: solo le mere e bieche convenienze geopolitiche degli stati nazionali, dal Settecento in poi e ancor più che gli imperi precedenti, ha generato e imposto la parvenza di “differenze culturali” (e sociali) utili a conseguire le proprie mire di potere e dominanza, differenze invero assolutamente campate per aria – e, sia chiaro, la lingua non è affatto una differenza: lo dovremmo ben sapere proprio noi italiani, che di frequente conosciamo variazioni dialettali spesso assai marcate tra un paese e quello appena a fianco.
Posto ciò, ovvero la necessaria, indispensabile costruzione – anzi, riaffermazione – di un’unità culturale europea quale base nonché elemento prezioso per ogni altra pensabile e auspicabile unione, le espressioni artistiche ci offrono già bell’e pronti numerosi “kit” perfetti per tale costruzione, e tra di essi quello letterario è come sempre il più disponibile e facilmente utilizzabile. Bene, in questo kit cultural-letterario europeo credo proprio non possa affatto mancare Bohumil Hrabal, uno degli scrittori fondamentali del Novecento europeo in generale – e non solo centroeuropeo, dunque, come potrebbe far pensare la sua produzione all’apparenza “profondamente” ceca ovvero legata a quella terra e alla sua identità culturale e sociale. Ma la lettura dei suoi romanzi offre invece uno sguardo narrativo ben più ampio e certamente “continentale”, e tale peculiarità è ben dimostrata da Treni strettamente sorvegliati (Edizioni E/O, Roma, 1982/2014, traduzione, postfazione e intervista con l’autore di Sergio Corduas; orig. Ostře sledované vlaky, 1965) romanzo breve e assai intenso che, nel suo “piccolo”, è come se racchiudesse in sé diversi testi, una sorta di stratificazione letteraria, biografica, storica, sociologica che rappresenta una delle cifre peculiari dello stile del grande scrittore ceco (e libro che nel 1966 divenne pure un film vincitore di un Oscar).
Treni strettamente sorvegliati racconta l’anno 1945 di Milos Hrma, giovane ferroviere in servizio nella Boemia occupata dall’esercito nazista ormai prossimo alla capitolazione, lungo una linea sulla quale transitano numerosi “treni strettamente sorvegliati”, cioè convogli militari che portano armi, munizioni e rifornimenti alle truppe impegnate lungo il poco distante fronte. Milos, figurina genuina e ingenua, prima tenta il suicidio tagliandosi le vene dei polsi per aver fallito la “prima volta” con la sua fidanzata; poi, riammesso in servizio, viene ammaliato dalla figura del capomanovra Hubicka, scaltro collega e donnaiolo impenitente, che se da un lato rischia una grave punizione per essersi “divertito” in servizio con l’aitante telegrafista, dall’altro progetta un tremendo attentato ad uno di quei treni controllati dai nazisti, facendo proprio di Milos l’esecutore dell’azione dinamitarda.
Su questa trama tutto sommato semplice e lineare, Hrabal vi innesta innumerevoli altri scenari narrativi, costruendo per ognuno atmosfere sovente diverse, che spaziano da momenti di allegra (ma in verità assai meditata) ironia – la cosiddetta ironia praghese alla quale il traduttore del romanzo, Sergio Corduas, dedica buona parte dell’intervista con l’autore – ad altri legati ad episodi di guerra ben più tragici, seppur sempre raccontati con una sorta di pacato disincanto che sembra provenire direttamente dal fondo dell’animo di Hrabal e dei personaggi così reali di cui scrive.
Ne esce dunque un’opera ben più strutturata di quanto la brevità e la mera narrazione della vicenda possono far credere, ribadisco: un romanzo dalle radici letterarie profondamente radicate nella storia europea, assolutamente armoniche con la sua cultura e con la sua geografia sociale che ancora oggi noi tutti tendiamo (ottusamente) a vedere nelle fattezze precedenti alla caduta del Muro di Berlino, con un’Europa dell’Ovest e una dell’Est sostanzialmente “diverse”, quando invece la cosiddetta Mitteleuropa non ha mai smesso, da qualche secolo a questa parte, di rappresentare non solo il centro geografico del continente europeo ma pure il cuore e l’anima socioculturali dell’Europa, armonicamente connessi e conviventi con tutto il resto del continente.
Per questo, a mio parere, Bohumil Hrabal dovrebbe essere letto: per la sua grande capacità di rappresentazione dell’anima europea, che nei suoi libri uò certo parlare in ceco, vestire abiti di foggia locale e bizzarra o fare riferimento a luoghi mai sentiti, ma che in fondo racconta della nostra storia, della nostra cultura e di ciò che in generale noi siamo: una stessa comunità sociale dalle calotte polari fino al Mar Mediterraneo, dall’Oceano Atlantico fino agli Urali. Ribadisco nuovamente: sì, assolutamente le arti e la letteratura possono costruire l’unità europea mille volte meglio pure dei più capaci politici e con un’inopinata potenziale facilità: basta leggere buoni libri come Treni strettamente sorvegliati, infatti.

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