Come era piuttosto facile immaginare, la questione del paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e di Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, per il quale si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro di cui 50 pubblici (da Regione Lombardia e Ministero del Turismo, al netto di eventuali aumenti) creando un comprensorio di 50 km di piste in una zona quasi interamente sotto i 2000 metri di quota e sottoposta a varie tutele ambientali, non solo ha creato un vivace dibattito nei territori interessati ma pure suscitato un ampio interesse da parte della stampa, locale e nazionale. Ormai, da qualche settimana, ogni giorno o quasi esce un articolo sulla vicenda, sia sulla stampa locale che su quella nazionale: qui sotto trovate una minima rassegna stampa.
La sostanza del progetto in questione, le notevoli cifre in gioco a fronte del comprensorio limitato (in km di piste e in capacità concorrenziali con altre località sciistiche lombarde più grandi e strutturate), le specificità tanto ambientali quanto socio-economiche della zona sottoposta al progetto e in generale le riflessioni ormai ampie e inevitabili sul futuro dello sci, se non già sulla sua fine in certe località, stanno rendendo il “caso Colere-Lizzola” particolarmente emblematico della realtà dell’industria dello sci sulle montagne italiane, insieme ad alcuni altri parimenti significativi come quelli del Vallone delle Cime Bianche, del Monte San Primo o del Nevegal (tre dei tanti citabili al riguardo).
Per quanto mi riguarda, una posizione chiara e determinata sulla questione l’ho assunta pubblicamente ed è fermamente contraria al progetto non tanto e non solo per ragioni ambientali quanto per motivazioni socioeconomiche, culturali e politiche, proponendo di contro un’alternativa (una di quelle possibili) al modello sciistico monoculturale prospettato, in forza anche delle innumerevoli potenzialità che la zona tra alta Valle Seriana e Valle di Scalve possiede per sviluppare un turismo sostenibile, consono ai luoghi e di grande appeal, inserito in un piano di sviluppo territoriale generale che ponga al centro degli interessi complessivi innanzi tutto il territorio e la comunità locale.
[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]D’altro canto, proprio in tema di centralità ineludibile del territorio, della sua comunità, del suo sviluppo equilibrato e strutturato sulle specificità del luogo con una visione a lungo termine, in grado di emanciparsi dalla variabile climatica e da quella economica che già oggi incombe sul turismo sciistico, ciò che a mio parere deve restare fondamentale è la possibilità è che sia la stessa comunità a poter decidere le proprie sorti, cosa che ho rimarcato con fermezza negli incontri pubblici delle scorse settimane nei quali sono intervenuto. Una decisione civica, culturale e politica che deve essere informata, consapevole, responsabilizzata, forte di una costante interlocuzione sia con i soggetti istituzionali coinvolti che con quelli tecnico-scientifici, e che in generale deve essere una manifestazione chiara della relazione che i locali hanno con le proprie montagne, con il loro ambiente naturale, con il paesaggio: il segno di un’identità culturale forte e viva, ben conscia del fatto che le montagne sono le genti che le abitano e viceversa, dunque che qualsiasi cosa si faccia sui monti, in bene e in male, è come se la si facesse a chi li abita, alla loro esistenza, al loro futuro. Per questo ogni decisione al riguardo deve essere tanto approfondita e meditata quanto discussa e partecipata: in fondo anche questa è una specificità importante in grado di rendere la montagna un luogo diverso dagli altri antropizzati – oltre alla bellezza del suo paesaggio e alle meraviglie naturali che offre. Un luogo potente e insieme delicato nel quale la responsabilità delle azioni compiute deve essere il più possibile collegiale e condivisa.
Nel dualismo a volte concreto ma spesso forzato e deviante tra montagne e città, la dimensione comunitaria delle terre alte, che è ineludibile anche quando sia trascurata o ignorata, è una delle alterità fondamentali in grado di generare valore e identità a favore delle montagne, dunque a porre le basi per il loro miglior futuro possibile, sia esso basato sul turismo o su qualsiasi altra cosa. Perché se non c’è la comunità non c’è nemmeno il luogo, e se non c’è il luogo anche il turismo non può esistere e portare benefici ma si manifesterà nelle sue forme più devastanti, quelle che consumano i luoghi lasciando dietro di sé solo macerie, ambientali e sociali. In tal caso sì, per la montagna sarebbe veramente la fine.
[Le piste del Monte Pora e le Prealpi Bergamasche il 5 dicembre 2024 alle ore 12.00, desolatamente prive di neve. Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]Di recente l’ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti degli impianti a fune, che in buona sostanza raduna la quasi totalità dei gestori dei comprensori sciistici italiani, ha presentato il report Impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita, commissionato alla società di consulenza PwC. Come anticipa il titolo, si tratta di un’indagine che ha stimato gli impatti dei comprensori sciistici nei territori che li ospitano: in buona sostanza, è una fotografia dell’industria sciistica ad oggi elaborata sui dati di una annualità. Il report, che potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto, è ricco di dati interessanti presentati attraverso infografiche efficaci: risulta ineccepibile da questo punto di vista.
Peccato che tra i numerosi dati e grafici che ne occupano le pagine si annidi un “fantasma” inquietante, assolutamente presente e aleggiante quantunque incredibilmente ignorato… il clima, ovvero la crisi climatica ben presente sulle nostre montagne.
Nel report di Anef la parola «clima» è presente una sola volta, a pagina 3 ove si parla degli «Impatti sul clima» attribuibili agli impiantisti. «Sostenibilità» solo una volta a pagina 2, parlando dello scopo del report di «dare evidenza della sostenibilità ambientale» degli impianti sciistici. Invece «cambiamento climatico» non lo si trova scritto da nessuna parte e ugualmente «crisi climatica».
Ecco: fotografare con tale report la situazione socioeconomica attuale dell’industria dello sci, per di più rivendicandone una visione futuro-prossima, senza considerare la crisi climatica in atto e senza comprenderne il portato nell’elaborazione dei dati, equivale a produrre una non indagine, formalmente ineccepibile, come detto, ma solo nel momento in cui viene presentata, non prima e nemmeno dopo. Ciò anche in forza della sua forma sincronica (è basata su una sola annualità, come precisato), mentre per assumere caratteri di maggiore attendibilità i dati si sarebbero dovuti elaborare in modo comparativo diacronico, considerando la loro evoluzione in un arco temporale considerabilmente significativo.
È un report dettagliatamente inutile, in buona sostanza.
Posta tale evidenza, appare altrettanto chiaro che lo scopo del report di ANEF – del tutto legittimo dal loro punto di vista, sia chiaro – è soprattutto quello di fare propaganda, creandosi uno strumento d’impatto funzionale al sostegno del settore impiantistico e dell’industria dello sci. Scopo che i dirigenti di ANEF hanno palesato appena dopo la presentazione del report: tra i tanti prendo le dichiarazioni di Massimo Fossati, presidente di ANEF Lombardia (la regione dove forse si sta cercando più che altrove di imporre nuovi impianti sciistici, visto anche il prossimo evento olimpico di Milano-Cortina), il quale si è affrettato a dichiarare che «Dallo studio emerge chiaramente come l’economia turistica delle nostre montagne sia strettamente connessa al funzionamento degli impianti a fune. Questi rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane a favore delle città e delle pianure. È indispensabile continuare a investire in queste infrastrutture.» Parole con le quali si pretende di rendere assoluto il valore del report di ANEF (per giunta come se d’inverno in montagna non potesse esistere un altro turismo che non sia quello dello sci su pista!) quando invece ho appena denotato come tale pretesa risulti assolutamente infondata in forza della sua notevole parzialità. Tutto legittimo dalla parte di ANEF, lo ripeto, ma ciò non si significa che possa anche essere sostenibile e innanzi tutto per una semplice questione di rigore di logica. Equivale a rappresentare con notevole dettaglio le prestazioni e l’efficienza di una flotta di navi da crociera, sostenendo che si debba investire sempre di più per abbellirle ma senza rimarcare che la gran parte di queste imbarcazioni navigano su specchi d’acqua che si stanno rapidamente e inesorabilmente prosciugando e che presto le lasceranno in secca. Be’, forse investire su quelle navi non solo non sembra più essere «indispensabile» ma a tutti gli effetti risulta quanto meno azzardato, se non già del tutto inefficace, eccessivo, inutile. A meno di volerlo affermare per mera propaganda, appunto: ci sta (l’attività dell’ANEF è economica e dunque anche politica, al netto dei legami con la “politica” ordinariamente detta), ma fino a un certo punto, ovvero fin dove si va inesorabilmente a sbattere contro la realtà effettiva delle cose e il suo divenire.
Posto tutto questo, in accadimento sul versante italiano delle Alpi (e sugli Appennini), sorge spontanea una domanda: perché invece sul versante opposto, in Svizzera, paese che peraltro ancor più dell’Italia vive di turismo sciistico, la crisi climatica e i suoi effetti sono ormai elemento integrante e ineludibile delle strategie di gestione dei comprensori sciistici sia a livello imprenditoriale che a quello politico?
«Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.» Sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie (equivalente dell’ANEF in Italia), riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (potete leggerle nella loro interezza cliccando sull’immagine qui sopra; della cosa ne ho già scritto qui).
Da questa bizzarra contrapposizione italo-svizzera ulteriori domande sorgono altrettanto spontanee: come si può essere una tale differenza di visioni tra gli impiantisti italiani e quelli elvetici? Chi dei due si dimostra più attento alla realtà delle cose e alla situazione delle loro montagne? Chi dei due dimostra di avere più consapevolezza del presente e visione del futuro? Oppure, se preferite intendere il tutto dall’altra parte: chi dei due non sta dicendo tutto quello che dovrebbe dire? E perché lo fa?
Alcune di queste domande sono retoriche, lo so. D’altro canto ognuno è ovviamente libero di rispondere come vuole, ma ben sapendo che le risposte decontestuali alla realtà effettiva delle cose montane obiettivamente non hanno alcun senso.
[La situazione della neve sulle piste di Colere, località oggetto di un grande e costosissimo progetto di ampliamento del comprensorio. Immagine tratta da qui.]Tornerò di nuovo, a breve, sul report di ANEF. I cui dati, resi noti qualche settimana fa, sono stati sostanzialmente smentiti già quasi due anni addietro da un altro prestigioso e dettagliato report, oltre che da numerosi altri rilievi che hanno fotografato in vari modi la situazione dell’industria italiana dello sci. Ma, appunto, me ne occuperò di nuovo presto.
[Panoramica delle piste di St. Moritz-Corviglia, ubicate tutte oltre i 1800 m di quota. Immagine tratta da facebook.com/@EngadinMountains.]
Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.
Queste che avete appena letto sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie, riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (ad esempio qui).
Il presidente degli impiantisti svizzeri, già.
Quasi in contemporanea la corrispondente associazione italiana degli esercenti degli impianti a fune, l’ANEF, ha presentato uno studio sull’impatto socio-economico a livello locale degli impianti di risalita (ne riparlerò presto), ricco di dati interessanti ma nel quale manca totalmente un elemento fondamentale: il riscaldamento globale. Come se a livello climatico non stesse accadendo nulla, tant’è che mentre in Svizzera si disincentivano in tutti i modi i nuovi impianti sotto i 1800 metri di quota, in Italia impiantisti e politici, in una mescolanza di mire e interessi ormai del tutto confusa, spendono centinaia di milioni e spandono tonnellate di cemento ben al di sotto di quella quota per realizzare impianti, piste, innevamenti tecnici e quant’altro.
Ora, delle due l’una: o i comprensori sciistici svizzeri si trovano su un pianeta che non è la Terra, sul quale invece stanno quelli italiani, oppure in Italia è chi gestisce lo sci a stare su un altro pianeta e a non vedere la realtà dei fatti, con gravi conseguenze per le montagne, le comunità che le abitano e per le casse pubbliche dalle quali vengono tolti decine di milioni di Euro per impianti sciistici destinati a un rapido fallimento.
[Le piste da sci di Aprica-Magnolta, con il resto del comprensorio poste per la gran parte al di sotto dei 2000 m di quota.]Dunque, sciisticamente parlando chi è più “fuori dal mondo”? Gli svizzeri o gli italiani?
P.S.: come ho già accennato, tornerò presto sul tema con più dettagli e maggior approfondimento.
P.S.#2: preciso ancora una volta: non è una questione politica o ambientale e non c’è da parte mia nessuna pregiudiziale verso l’industria dello sci. Semmai è una pura e semplice questione di buon senso, quello che manca a chi so ostina a proporre e finanziare (quasi sempre con soldi pubblici, ribadisco) impianti a quote dove le condizioni climatiche non permettono più la pratica dello sci.
Nuovi impianti da sci dove non nevica più: la Regione Lombardia investe milioni, protestano gli ambientalisti
Così recita il titolo di un articolo pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” il 30 settembre 2024, firmato da Federico Magni – lo vedete qui sotto; il sottotitolo precisa ancora meglio i contenuti: «Dalle Orobie alle Prealpi si finanziano infrastrutture sotto i duemila metri di altitudine. E le Olimpiadi di Milano-Cortina potrebbero dare un’accelerata. Anche il Cai insorge: “Soldi buttati”». Il tutto su una doppia pagina – nell’edizione cartacea – sovratitolata “Montagna da reinventare”:
Con tali contenuti assolutamente chiari e eloquenti (converrete con me al riguardo), “Il Giorno” sembra voler inaugurare la ripresa del dibattito sull’industria dello sci, su impianti, piste, cannoni eccetera, che con l’arrivo dell’inverno (nonché con le sempre più prossime Olimpiadi di Milano-Cortina) a breve ripartirà e ribollirà come non mai, passando da dibattito legittimo e importante a diverbio forzato e strumentalizzato fino a vero e proprio dissing ideologico-politico da bettola di quint’ordine.
Posto ciò, sarebbe bene per la montagna restarsene fuori da cotanto pantano, evitando di rincorrere gli slogan propagandistici – qualsiasi essi siano – e piuttosto riflettendo sulla realtà oggettiva delle cose, che è poi ciò che fa chiunque sia dotato di ordinario buon senso: il buon senso che parrebbe sancire come palesemente insensato qualsiasi progetto di infrastrutturazione sciistica su certi versanti e sotto certe quote, lì dove non nevicherà più, o non più a sufficienza, e dunque dove sciare in maniera decente e sostenibile (ambientalmente e economicamente) sarà impossibile.
Or dunque, restando lontani – come detto – dagli slogan di chi sostiene l’opportunità di spendere soldi pubblici per realizzare impianti e piste da sci in certi contesti, così come da quelli che si oppongono strenuamente per salvaguardare l’ambiente naturale dei territori coinvolti: perché non si dovrebbero più costruire infrastrutture sciistiche su certi versanti e al di sotto di certe quote?
Ho citato il buon senso, poco sopra. Bene, scrive un buon dizionario che il buon senso è «la capacità di comportarsi con saggezza e senso della misura, attenendosi a criteri di opportunità generalmente condivisi.» Quali sono i criteri più generalmente condivisibili? Ovviamente quelli basati sulla realtà oggettiva, sui dati di fatto scientifici (in quanto tali innegabili, se non volendo negare la realtà stessa entrando nell’ambito delle devianze psico-sociopatiche: come i terrapiattisti, appunto) sui quali costruire la più equilibrata capacità di comportamento con saggezza e senso della misura.
[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022.Nel periodo che stiamo vivendo i dati di fatto fondamentali sulla montagna, dai quali deriva ogni altra cosa, sono quelli climatici. Qualche tempo fa ho scritto (tra i molti altri) di alcuni progetti di nuovi impianti sciistici in Valsassina (provincia di Lecco), che qui cito ad esempio per mia vicinanza geografica: in particolar modo, all’Alpe Paglio si vorrebbe installare una seggiovia e ripristinare una pista di sci tra i 1430 e i 1780 metri di quota, mentre ai Piani di Bobbio un altro nuovo impianto salirebbe ai Piani partendo da 1000 metri circa. In ballo ci sarebbero un bel po’ di milioni di Euro, in gran parte pubblici. Soldi ben spesi o mal sprecati, come mi chiedevo in uno degli articoli scritti al riguardo tempo fa?
Lontano dagli slogan, ribadisco, e posto che i casi citati sono simili ad innumerevoli altri sulle Alpi e sull’Appennino, ho provato a darmi (e dare) una risposta di buon senso cioè razionale, basata sui dati di fatto rilevati dalla scienza e messi nero su bianco sui report e nelle serie storiche meteoclimatiche. Ho chiesto al Centro Geofisico Prealpino, ente scientifico prestigioso che ha sede in un territorio del tutto affine a quelli sopra citati, un’analisi della realtà climatica storica recente e attuale sulle Prealpi Lombarde. Ecco qui: «La serie di Campo dei Fiori parte dall’inverno 1975 e dice già cose interessanti. Le temperature medie invernali nei 50 anni esatti dal 1975 al 2024 sono aumentate, da regressione lineare, di 2,4 °C. L’ultimo inverno 2023-24 è stato il più mite (media 4,2 °C), e 7 dei 10 inverni più tiepidi si sono concentrati dopo il 2000. La media degli ultimi 10 inverni è di 2,3 °C a quota 1226 m, e lascia supporre una quota media degli 0 °C invernali a circa 1700 m».
Ciò in soldoni significa che sulle nostre montagne sotto i 1700 metri di quota, e a qualsiasi esposizione, già ora la permanenza della neve al suolo non è più garantita. Anche se nevicasse, la temperatura non è quella adatta al mantenimento e comunque gli episodi di pioggia saranno più probabili di quelli nevosi. Questo è un primo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto. Ecco, tornate un attimo sopra a rileggere le quote degli impianti progettati in Valsassina (e i numerosi altri proposti in molte località simili) e capirete già bene come stanno le cose.
[La diminuzione delle precipitazioni nevose scientificamente rilevata dal Centro Geofisico Prealpino.]Ma andiamo oltre: ancora nel marzo 2021Daniele Cat Berro e Luca Mercalli, della Società Meteorologica Italiana, citando un approfondito studio dell’EURAC Research (entrambi enti scientifici altrettanto prestigiosi, di nuovo), scrivono che «Oltre allo spessore della neve, a ridursi è anche la sua durata: sul versante sudalpino la lunghezza della stagione innevata è diminuita in media di 24 giorni sotto i 1000 metri, e di 34 giorni tra 1000 e 2000 metri, ovvero oltre un mese (all’anno) di suolo innevato in meno». In pratica significa che se pur nevicasse – cosa sempre più improbabile sotto certe quote, vedi sopra – la neve al suolo ci sta per sempre meno tempo, il che rende economicamente insostenibile il costo di esercizio e di gestione degli impianti e delle piste di un comprensorio sciistico posto sotto i 2000 metri di quota, ancor più a quote inferiore. Ecco dunque un secondo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto.
Peraltro, le analisi del Centro Geofisico Prealpino e della Società Meteorologica Italiana sono confermate da un altro prestigioso ente scientifico d’oltreconfine, l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera, che in un recente report dall’eloquente titolo Inverni poveri di neve, così rimarca: «Gli inverni saranno notevolmente più caldi entro la metà del secolo. Sebbene ci saranno più precipitazioni, cadranno più frequentemente sotto forma di pioggia a causa delle temperature più elevate. In particolare nelle regioni più basse, nevicherà meno spesso e in quantità minori. Le aree nevose della Svizzera si ridurranno quindi notevolmente.» È un terzo innegabile (dacché scientifico) dato di fatto, quindi.
Andiamo ancora avanti. Di recente, “Il T Quotidiano”, organo di informazione indipendente trentino, ha pubblicato un’intervista a Roberto Barbiero, climatologo dell’Agenzia provinciale per la protezione ambientale (Appa) il quale, nel riferire circa l’impatto dei cambiamenti climatici in Trentino, ha rimarcato che «una delle conseguenze più evidenti sarà l’innalzamento della quota di affidabilità della neve (30 centimetri per 100 giorni), che nel giro di 25 anni passerà da 1.750 a 2.000 metri». Era a 1.511 metri di quota nel periodo 1961-1990, oggi è a 1.750 metri (dato conforme a quello determinato dal Centro Geofisico Prealpino per l’area delle Alpi e Prealpi lombarde, vedi sopra) e la velocità di salita in quota si fa sempre maggiore, dunque i 25 anni suddetti potrebbero essere anche meno. Sono dichiarazioni che fanno il paio con quelle rilasciate lo scorso febbraio da Claudio Visentin, storico del turismo di chiara fama, docente da anni al Master in International Tourism dell’Università della Svizzera Italiana (USI) di Lugano, il quale, posta l’attuale realtà ambientale delle Alpi, ha sancito senza mezzi termini che «La stagione degli sport invernali non ha futuro. L’ultimo turista sugli sci arriverà nell’inverno 2040». Due altri esperti accademici di chiara fama da altrettanti enti scientifici prestigiosi che determinano il quarto e il quinto innegabile (perché scientifico, di nuovo) dato di fatto.
Potrei anche continuare ancora a lungo, ma penso a Agatha Christie la quale scrisse che «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»: be’, qui siamo a cinque e non semplici indizi ma dati di fatto su basi scientifiche, rispetto ai quali la sostenibilità e la giustificabilità di progetti come quelli dell’Alpe di Paglio (quota massima 1730 metri) e dei Piani di Bobbio (quota massima 1850 metri, ma i nuovi impianti proposti sono sotto i 1600 metri) svanisce come – fatemelo dire – neve al sole, e parimenti i molti altri progetti di infrastrutturazione sciistica similari presentati negli ultimi tempi sulle montagne italiane (bisogna ammettere che la Lombardia si sta “impegnando” parecchio al riguardo), quasi tutti sotto i 2000 metri di quota. Realizzarli equivale a edificare una grande casa su un terreno già oggi instabile e che nel giro di qualche anno, al massimo di qualche lustro, franerà inesorabilmente, nonostante il netto parere di geologie e ingegneri: secondo voi quale impresario si azzarderebbe a mettere in atto una cosa del genere e a spenderci milioni e milioni di Euro? Certamente non chi, in questo caso, operi in base a buon senso, saggezza, lungimiranza e autentica volontà di valorizzazione di quel terreno, di quel luogo.
Ecco: quelli sopra citati sono progetti scientificamente illogici, insensati, privi di connessione con la realtà delle cose, destinati a fallimento pressoché certo, degradanti i luoghi a cui vengono imposti e dilapidanti risorse pubbliche che potrebbero essere investite in modi ben più redditizi sia per i soggetti direttamente coinvolti che per l’intero territorio e la comunità che vi abita.
[Foto di harzpics da Pixabay.]Come vedete – e lo ribadisco con forza – qui non si tratta di “ragionare” sulla questione da posizioni di parte (che, sia chiaro, è certamente legittimo manifestare fino a che non vadano oltre la più ordinaria logica, anche per decenza culturale del dibattito conseguente) ma di fondare il ragionamento su dati scientifici oggettivi e innegabili, dai quali ricavare considerazioni, valutazioni e magari decisioni che al riguardo siano le migliori possibili, cioè le più sensate e conformi alla realtà effettiva delle cose. Non impressioni, opinioni, convinzioni, inesorabilmente contaminate dalle idee dei singoli e delle parti ma certezze, ad oggi, dalle quali scaturiscono le oggettività di domani e che contrastano certo negazionismo ideologico e strumentalizzato dei fatti e delle verità che tutti abbiamo di fronte. Ecco, di questo le nostre montagne hanno un assoluto bisogno, oggi ancor più dato che alle già numerose criticità da affrontare si aggiunge in maniera crescente la variabile del cambiamento climatico: certezze, non altro.
N.B.: il presente articolo è stato pubblicato anche su “ValsassinaNews”, contestualizzato alla realtà sciistico-turistica delle montagne valsassinesi. Cliccate qui sotto per leggerlo: