La letteratura semplificata degli scrittori ristretti

Dal suo punto di vista, come scrivono oggi gli scrittori in Italia?
«Secondo me ci sono persone, anche molto capaci, che hanno un poco limitato il loro orizzonte. Si tende a proporre una storia con un contenuto finale positivo, in cui c’è un protagonista nel quale ci s’identifica abbastanza facilmente, che affronta i problemi che assomigliano a quelli della vita quotidiana di tutti, eccetera eccetera. È, per molti aspetti, una banalizzazione di ciò che si può fare con il romanzo. A me queste scritture interessano poco».
[…]
È più che altro una questione commerciale a spingere gli scrittori verso questa “banalizzazione”?
«Non la definirei così. In primis gli editori hanno ristretto il loro orizzonte, ora che sono oggettivamente in pericolo: buona parte di loro in Italia oggi fattura molto meno di quanto si raccoglieva dieci anni fa. A fronte di questo è stata fatta la scelta di scommettere sulla semplificazione di ciò che propongono. Gli autori risentono di questo tipo di scelta. Mi dispiace perché in altre arti funziona diversamente: prendiamo il cinema, per esempio. Anche i prodotti più pop come le serie tv e i film con i supereroi – che sbancano il botteghino – hanno delle complessità narrative che sono molto superiori a quelle di un romanzo ritenuto difficile».

(Brani di un’intervista a Giulio Mozzi, una delle menti più brillanti (da autore e da analista) del panorama letteraria italiano contemporaneo, pubblicata su Tio.ch. Cliccate qui per leggerla nella sua interezza – merita assolutamente – oppure sull’immagine in testa al post per visitare il sito web di Vibrisse, il “bollettino di letture e scritture” curato da Mozzi.)

La politica dei rutti

Ecco, un’altra cosa rispetto alla quale resto sempre più basito è come sia possibile che molti i quali s’interessano alla politica italiana contemporanea e che lo facciano con apprezzabile vitalità intellettuale – che non siano dei poveri mentecatti, in parole povere, come tanti di quelli che poi palesano questa loro “dote” pubblicamente, sui social o altrove – possano accettare senza reagire un tale dibattito politico così infimo, vuoto di sostanza, infantile, maleducato, rozzo, banale oltre che ipocrita e non di rado violento. E, soprattutto (anche se pare che sia la cosa che conti di meno, al riguardo), un dibattito totalmente incurante dei pur gravi problemi del paese e ugualmente inadatto a trovarvi efficaci soluzioni, ma soltanto funzionale alla difesa delle proprie posizioni di potere e agli interessi connessi.

Siamo ben oltre la mera retorica politica, quella che poi si esprimeva – si diceva un tempo – in “politichese”, il quale quanto meno era un linguaggio che non diceva nulla ma lo diceva bene. Qui siamo ormai alla gara di rutti da bettola di infima specie, se non ancora oltre. Un lessico anticulturale e anticivico che erompe dalle pance e parla alle altre pance sodali, vantandosene per giunta. Oppure – e così torno a ribadire la mia più solida convinzione in merito – l’effluvio di un organismo istituzionale morto ormai da tempo, che dunque mai nelle parole attraverso cui si manifesta potrà palesare una qualche forma pur residua di vita politica. Amen.

P.S.: la vignetta in testa al post è del 2009 – dieci anni fa, già. Per dire come, altra cosa tutta italiana, nel paese i problemi non si risolvano mai ma vengano sempre resi la “normalità”, così aggravandoli sempre più ma con sempre meno coscienza di ciò.

Piero Angela e le scie chimiche

A parte che, letta la notizia alla quale fa riferimento l’immagine qui sopra, e ancor più avendo letto le motivazioni alla base di quanto raffigura (le trovate nell’articolo di “Wired” correlato, cliccate sull’immagine per leggerlo), ho riso irrefrenabilmente per cinque minuti buoni.

Poi, contenuta con gran fatica l’ilarità e dopo svariate espressioni facciali rimarcanti una commiserazione assoluta, c’ho riflettuto sopra e mi sono detto: be’, e se a loro modo avessero “ragione”? Ovvero, se le scie chimiche “esistessero” sul serio e (come essi sostengono) veramente provocassero in alcuni individui fenomeni di alienazione, dissonanza cognitiva, alterazioni della coscienza e inducessero al disagio sociale o il controllo delle menti?

A sostegno di questa mia asserzione, e al contrario dei complottardi in questione, posso portare una “prova” assolutamente forte: loro stessi. Sì, le scie chimiche per loro “esistono” ed è proprio su di loro che provocano i citati effetti.
D’altro canto, dove trovarne di individui più mentalmente deviati, alterati, alienati di questi?
Roba da dedicarvi una puntata di “Superquark” da parte del buon Piero Angela. Ma a loro, intendo dire, non certo alle inesistenti scie chimiche!

P.S.: ma quando passo la sciolina sulla soletta dei miei sci al fine di migliorarne la scorrevolezza sulla neve, si può parlare di sci chimici?

DRRRIIIINNN!!!

Ma, per la cronaca, c’è qualcun altro che come lo scrivente soffre della Sindrome da Chiamata Importuna?

Sì, quella che, per dire, state lì per delle ore a non fare nulla di che ovvero nulla di disagevole e niente, non accade nulla; poi, appena – ad esempio – andate in bagno, entrate in doccia, vi lavate i denti, avete le mani impegnate o sporche, alla radio o alla TV stanno dicendo una cosa che è da una vita che volete sapere o avete appena finito di indossare il vostro scafandro per immersioni oceaniche profonde o chissà che altro… DRRIIIINNNN!!! – suona il telefono o il citofono di casa. E suona un istante dopo che siete ormai impossibilitati a rispondere e, con tutta probabilità, fino a un istante prima che finite quanto vi sta rendendo impossibile rispondere.
Ma insomma, che diamine!

L’analfabetizzazione strategica

Uno dei massimi e cronici problemi dell’Italia, al di là di ogni altra cosa, resta il processo di analfabetizzazione ormai di lungo corso. Un processo avviatosi in maniera (forse) incidentale, come retaggio “genetico” del latino panem et circenses, poi fascistizzato dal regime mussoliniano e divenuto via via strategico, soprattutto dagli anni ’70 in poi (forse anche come reazione al Sessantotto), con la decadenza dei contenuti offerti dai media divenuti nazional-popolari, con l’assoggettamento della produzione culturale al consumismo sempre più spinto e bieco, poi con la pubblica e plateale denigrazione della cultura, con l’imposizione di modus vivendi e operandi nei quali ignoranze e incompetenze assurgono a virtù piuttosto di essere difetti – denigrazione che una politica a sua volta sempre più degradata e ignobile, causa/effetto dello stesso processo di analfabetizzazione ha ormai fatto suo orgoglio: basta pensare ai numerosi esponenti politici che si vantano di non leggere libri da anni, in primis, paradossalmente, l’attuale seppur dimissionaria (per la crisi in corso) sottosegretaria ai Beni Culturali. Che è un po’ come se uno chef andasse in TV a giudicare aspiranti cuochi dichiarando di aver cucinato l’ultima volta anni fa e di non ricordare nemmeno i tempi di cottura delle pietanze… Ma, a parte questo e per ribadire, tutto quanto risulta assolutamente significativo circa la sistematica, strategica regressione culturale del paese ovvero, se preferite, il suo profondo imbarbarimento. Un paese, d’altro canto, istituzionalmente morto da tempo, almeno dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica (il “sicario”, probabilmente): e di nuovo non a caso, ma inesorabile conseguenza della realtà di una società civile che, privata della fondamentale base culturale, non può stare in piedi e tanto meno reggere qualsivoglia istituzione statale.

Tuttavia, considerando le pochissime voci che denunciano tale situazione e che ancora sono consce di quanto basilare siano la cultura e la produzione culturale per qualsiasi società libera, evoluta e “progredibile” anche nel futuro, evidentemente all’Italia e a buona parte dei suoi abitanti va bene così. Amen.