Vedere le “Città invisibili” di Calvino

Anastasia

C’è un architetto di Lima, in Perù, Karina Puente, che sta portando avanti un progetto artistico-letterario piuttosto ambizioso, soprattutto in senso “visionario”: realizzare delle illustrazioni per ciascuna delle 55 città descritte da Italo Calvino nel suo capolavoro Le Città invisibili.

Maurilia

Dice Puente (traggo le sue parole da qui): “Ogni disegno scaturisce da un processo concettuale e alcune richiedono più tempo di altre. […] Non sono semplici disegni, utilizzo diversi tipi di carta e disegno su ciascuno di essi prima di ritagliarli col taglierino. Ogni illustrazione è composta da diversi strati di carta ritagliati e incollati.

Zirma

C’è la suggestione di illustrazioni certamente intriganti per nella loro apparente semplicità (ma può essere realmente semplice ciò che si prefigga di rendere “visibile” un romanzo così fuori dagli schemi?), insomma, e ancor più c’è la conferma di come Le Città invisibili sia uno dei libri più affascinanti, magnetici e ispiranti della letteratura moderno-contemporanea, una creazione letteraria e culturale fuori dallo spazio – come effettivamente lo sono, le 55 città descritte – tanto quanto dal tempo nonché, ancora oggi, da qualsiasi ordinarietà. Doti proprie di un autentico capolavoro, senza dubbio, che non smetterà di suggestionare innumerevoli future generazioni: perché in fondo, anche se Karina Puente ci offre una (sua) visione delle 55 città calviniane, la loro verità continua a sfuggire a chiunque.

Fedora

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del progetto di Karina Puente.

Ma quanto sono alte veramente, le montagne? (Un mio articolo su “Orobie” di settembre)

L’altimetria, ovvero la determinazione della corretta altitudine delle vette montuose, è una disciplina che fin dalle sue origini ha suscitato tanto interesse quanto discussioni e controversie. Nata per esigenze politico-militari, la scienza altimetrica si è evoluta di paro passo con lo sviluppo della topografia, e le vette alpine hanno rappresentato un ambito ideale per le relative sperimentazioni, anche in forza della visione scientifica di matrice illuministica che sovente ispirava i primi conquistatori delle cime delle Alpi. Le misurazioni originarie, compiute con i sistemi ottici, trigonometrici e barometrici concepiti allo scopo e inesorabilmente soggette a numerose variabili ambientali, dunque a risultati controvertibili o errati, confluirono poi nella cartografia dell’Istituto Geografico Militare, che dalla metà dell’Ottocento ha unificato i precedenti rilievi topografici diventando il cartiglio geografico nazionale di riferimento, tuttavia in tal modo “ufficializzando” pure alcune rilevazioni altimetriche (e tonopomastiche) inesatte le quali, dunque, si trascinano fino ai giorni nostri […]

Sul numero 324 – settembre 2017 della rivista Orobie, nelle pagine dedicate al bellissimo itinerario che percorre la cresta Sud del Resegone, potete leggere un mio articolo (breve ma spero suggestivo) in tema di altimetria e quote dei monti, al quale il testo che avete appena letto fa da incipit: una questione all’apparenza di poco conto, anche per gli stessi appassionati di montagna e alpinismo, ma la cui storia rivela episodi sovente singolari e curiosi. In effetti ancora oggi, nel nostro mondo iper-tecnologico nel quale sembra che ogni cosa possa essere svelata e conosciuta fin nei minimi termini, un dato tutto sommato macroscopico come la quota dei monti – per motivi vari ai quali rapidamente accenno nell’articolo – non è così scontato…

Orobie ovviamente la trovate in tutte le edicole, se già non ne siete abbonati. Cliccate sull’immagine della copertina, lì sopra, per saperne di più… e buona lettura!

P.S.: ringrazio di cuore la redazione della rivista e in particolare Massimo Sonzogni per avermi concesso questa preziosa opportunità.

Matera, capitale europea della… incultura?

Dicevano, motivando l’assegnazione del titolo di “capitale europea della cultura 2019” a Matera, che “L’obiettivo di Matera di porsi alla guida di un movimento finalizzato all’abbattimento degli ostacoli che impediscono l’accesso alla cultura è visionario”.

Bene, agosto 2017: delle (sole!) tre librerie cittadine, una è a rischio di chiusura. Riguardo i lavori programmati in poli culturali fondamentali per la città – e per una “capitale della cultura” ancor di più – come il restauro del Museo, il potenziamento della sede universitaria o la stabilizzazione della Biblioteca provinciale, «Non sono neppure state avviate le pratiche». Nel frattempo, i celeberrimi Sassi «si stanno trasformando in un bazar, rinnegando la loro storia. Dove c’erano officine, magazzini, cantine, ora i turisti dormono, mangiano, si abbronzano».

Ma tranquilli, manca ancora un anno e mezzo di tempo al 2019 e non si può non restare coerenti con quanto asserito nella citazione in testa all’articolo: infatti, sperare che in questo tempo rimanente la città diventi una vera e giustificata capitale europea della cultura non trovate sia altrettanto visionario?

Un attimo… vediamo cosa ha ribattuto l’assessore cittadino ai Sassi e alla Gestione Unesco: «Il percorso tecnico è definito, ora la parola passa alla volontà della politica».
Ah, la “volontà della politica”, dice?
Sì, assolutamente, totalmente, inesorabilmente visionario!

Sia chiaro: che l’intero anno 2019 in veste di “capitale europea della cultura” per Matera sia un successo strepitoso. Sperando che nel frattempo si determini cosa si voglia intendere per “cultura”: forse è questo il vero nocciolo della questione nonché l’autentico progetto di sviluppo a lungo termine per la città, ben oltre il 2019.

N.B.: fatti e citazioni riportate nell’articolo sono tratte da La Stampa, qui.

Dieci cose che se vengono dette di un romanzo americano fanno figo, se vengono dette di un romanzo italiano fanno cadere le palle (Giulio Mozzi dixit)

1. Fa 800 pagine, circa.

2. E’ un western postmoderno.

3. L’autore per scriverlo è vissuto sei anni in una baracca di legno in alta montagna senza riscaldamento senza lavarsi nutrendosi esclusivamente di formaggio caprino, avendo come unica compagnia un cane muto. (In alternativa: è vissuto sei anni in un’isola tropicale di dodici per quattordici metri, no servizi, no posto ombra, pelata come il cranio d’un calvo, nutrendosi esclusivamente di molluschi ciucciati vivi, lì, sulla battigia, senza neanche una goccia di limone, avendo come unica compagnia i propri fantasmi). (In alternativa: è vissuto sei anni al centoventisettesimo piano d’una multinazionale del tofu, a Las Vegas, senza mai uscire dall’ufficio, seduto su una comoda per sopperire alle esigenze fisiologiche, seguendo i movimenti di borsa dei titoli della multinazionale stessa ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, nutrendosi esclusivamente di tofu tiepido fornitogli direttamente sulla scrivania via posta pneumatica, peraltro di una ditta concorrente perché costa meno, avendo come unica compagnia il tipo che alle sei di mattina passava a cambiargli il vaso sotto la comoda). (Ec.).

4. Non ci sono le virgolette sui dialoghi.

5. L’autore è uno che, dopo averci parlato solo qualche minuto, ti sembra appena sbarcato da una navicella spaziale.

(Le altre 5 cose le potete leggere qui, visitando l’articolo originale nel blog di Giulio Mozzi, Vibrisse. Al quale Giulio Mozzi, peraltro, questo mio articolo serva da necessario e giammai estemporaneo omaggio: da tempo lo è e resta una delle figure più brillanti e a suo modo illuminanti del panorama letterario italiano, con sguardo di notevole acume e voce di rara sagacia. Avercene, insomma!

Luca Bizzarri a Palazzo Ducale di Genova: c’è da ridere, o c’è da piangere?

Sta facendo molto scalpore la nomina del noto comico televisivo Luca Bizzarri alla guida di Palazzo Ducale, la più prestigiosa e importante istituzione culturale genovese – inutile che vi riassuma qui la vicenda, trovate di tutto e di più un po’ ovunque sul web; tutt’al più, come approfondimento più consapevole di altri, leggete quest’articolo di Artribune.

Sinceramente, di primo acchito, io nella vicenda ci vedo molto meno male di tanti altri (le cui rimostranze capisco perfettamente, d’altronde) e principalmente per due motivi: primo, la nomina è stata totalmente politica (un accordo tra comune e regione, che “puntavano su un genovese famoso capace di attrarre sponsorizzazioni”, sic!) e in politica si sa che da tempo ci finiscono da tempo i più incompetenti al riguardo che la società civile nostrana sappia esprimere, dunque – non me ne voglia, Bizzarri – la suddetta nomina appare del tutto “consona”. Secondo, e nonostante quanto appena detto, non è affatto automatico che una persona non competente nel campo che gli è stato affidato ma considerabilmente dotata di passione, buon senso e voglia di fare, farà certamente peggio di altre figure professionali proprie del settore in questione e dotate di confacenti titoli accademici ma assai meno vogliosi/capaci di/interessati a costruire qualcosa di buono e proficuo per l’istituzione che dirigono e la città che ne è sede.

Bene: posto ciò, a non voler veder tutto nero, appunto, la cosa potrebbe anche stare in piedi, pur con tutti i naturali dubbi del caso. Tuttavia questo non giustifica il voltarsi dalla parte opposta per non vedere la “mannaia di principio” che pende sopra la questione, e che si può estrinsecare in una domanda fondamentale: ma allora, le competenze che uno acquisisce con lo studio e l’esperienza professionale, non valgono più nulla, oggi? Ovvero: che serve acquisire ampie e alte competenze in un certo campo se poi si viene bellamente scavalcati da chi tali competenze non ha ma viene ritenuto d’ufficio (a torto o a ragione, ma certamente senza alcuna reale giustificazione iniziale) “migliore”? Insomma – rendo ancora più comprensibile l’interrogativo e il nocciolo della questione: a ‘sto punto se chiedo di essere assunto come direttore di un centro di ricerca aerospaziale, perché non dovrebbero accettare la mia domanda, se ben “raccomandata” dai politici giusti? Certo, non ho competenze in materia, né accademiche né professionali, ma fin da piccolo sono sempre stato affascinato dai viaggi spaziali, forse anche più di tanti che nel settore ci lavorano con incarichi di alto profilo! Quindi, che diamine, se il principio è lo stesso – e considerando da quanto tempo ormai viene applicato all’attribuzione degli incarichi politici, peraltro…

Ecco, ironie a parte, ci siamo capiti. Ribadisco: il problema non è della persona in questione (che sicuramente è migliore e più brillante di chissà quanti funzionari pubblici o pseudo-tali) e, appunto, nemmeno di ciò che andrà a fare. È un problema, e sempre più grave, di credibilità: delle istituzioni politiche in primis e poi, per inesorabile, drammatico contagio, di quelle culturali e dell’intero sistema-paese, sempre più conformato a visioni, cognizioni e modus operandi bizzarri (appunto!) quando va bene, illogici se non deviati e fraudolenti, dunque assai deleteri, quando va peggio – cioè la maggior parte delle volte. È il problema del sistema politico che governa questo paese, un sistema ormai da tempo marcescente che altrettanto tale sta rendendo il paese stesso in modo sempre più esteso e inesorabile, trasformandolo nello spaventoso specchio della sua decadenza. Alla quale, sinceramente, spero che Luca Bizzarri e il “suo” Palazzo Ducale di Genova sappiano sfuggire: ma chissà se veramente glielo concederanno, o se saranno l’ennesima vittima del Moloch istituzional-politico italico.

P.S.: ma poi, scusate: e Paolo Kessisoglu? Tagliato fuori? E perché?